Orazio, “ODI”, scelte e tradotte da Guido Ceronetti, Adelphi, a cura di Roberto Taioli

4a94e820eb12e84f8b74045c2efe3136_w600_h_mw_mh_cs_cx_cyRecentemente scomparso, Guido Ceronetti ha lasciato un vuoto incolmabile nella cultura italiana e non solo in quella. Uomo, schivo, a volte scontroso, sempre controcorrente, mai abbagliato dalle scorribande effimere delle mode, coerente ad un progetto di scrittura, alta, Grande appassionato dei classici latini, ne rese lo spirito poetico fuori dalla griglia della lettura filologica, enucleando il sostrato sotteso a quei versi. L’amore per Orazio e il desiderio di tradurlo accompagnano Ceronetti sin da quando, diciottenne, si cimentava in traduzioni oggi “ripudiatissime”. L’Orazio interruptus viene poi ripreso agli inizi degli anni Ottanta con il progetto mai realizzato di una piccola edizione concepita come prima tappa di un “viaggio ascetico verso il puro non-essere, lo spogliarsi di ogni illusione e farsi Juvanmkta in compagnia di Orazio” Per Ceronetti, infatti, Orazio è lontano mille miglia dal poeta sondato e scrutato dalla filologia classica e propinato nelle scuole, il suo stile non è fredda accademia augustea, semmai “contrazione della vita mediante l’impegno della parola”, il che esige “tutto il fuoco della passione rivolto ad un fine che la contraria – fuoco contratto-, dunque. La poesia rapprende e ricapitola l’iimmensità del reale e si fa più piccola, ma non per questo meno esigente.  E a lui, ancor meglio che a Kavafis si attaglia quello che diceva la Yourcenar: “ Siamo così abituati a vedere nella saggezza un residuo delle passioni spente, che fatichiamo a riconoscere in lei la forma più dura, più condensata dell’Ardore, la particella aurea, la sezione aurea, nata dal fuoco e non la cenere. Dopo più di trent’anni il viaggio attraverso il “deserto fiorito” di Orazio ha preso la forma di ventotto traduzioni, che bastano a metterci di fronte qialcosa di attualmente imprevisto: malgrado la sua forma ininterrotta, del più classico dei classici ci era finora sfuggita l’anima segreta.

Roberto Taioli

 

Vides ut alta

Vedi il Soracte di neve candido:
Lo strato è così denso che ne soffocano
Stremati i boschi, mrlla mprsa stretti
Del ghiaccio s’induriscono torrenti

Scaccia il freddo, Taliarco;
Ammucchia legna sul focolare
E il vino che è nell’anfora sabina
Coi manichi, di quattro anni,
Strappa, consuma tutto

Gli Dei compiano il resto;
I venti che si combattono
Sopra l’onda in tempesta ecco di colpo
Abbatersi, ai cipressi
Ai vecchi frassini languire il moto.

-Come sarà il domani? – Quest’ansia fuggila.
Quanti giorni segreti
T’abbia la Sorte, vigili
Come un raro guadagno, ragazzo mio

E i dolci amori e i balli
Finchè dalla lunatica vecchiezza
L’età verde resta lontana
Non trascurare

Questo è il momento!
Mentre lievi bisbigli nella sera
Riempiono il Campomarzio e le sue piazze
Tempo è d’andarci e inebriarsi al riso
Rivelatore di quel che al buio
Rannicchiata una donna cela.

E l’oggetto che non tenaci
Braccia e dita contendono
Strappare a lei, d’amore.

 

Tu ne quaesiris

Non scrutare la fine
A me, a te, Leucònoe, decretata
Dagli Dei. Saperlo è un’empietà;
No perdersi in oroscopi caldei.
Qualunque cosa capiti soffrirla
E’ molto meglio.

E ci dia Giove molti inverni ancora
O sia già questo che le onde sfianca
Sui lisci scogli della costa tirrena
L’ ultimo, tu rimani
Nel concreto, filtrsmi i vini;
La speranza senza misura
Escludila dalla vita, è breve,

Noi parliamo e la rapinosa vita
E’ già fuggita.
Godi oggi la luce, la futura
Credimi è niente.

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4 commenti
  1. Un ringraziamento per il ricordo di Ceronetti.
    Davvero grande immortale saggezza:
    -Come sarà il domani? – Quest’ansia fuggila.
    Quanti giorni segreti
    T’abbia la Sorte, vigili
    Come un raro guadagno, ragazzo mio
    ….Noi parliamo e la rapinosa vita
    E’ già fuggita.
    Godi oggi la luce, la futura
    Credimi è niente.

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