I Canti leopardiani: A Silvia

giacomo-leopardi

Sicuramente A Silvia è uno dei Canti più perfetti del Leopardi e, possiamo dire, di tutta la nostra lirica. Fu scritto a Pisa, in due giorni, il 19 e 20 aprile 1828. Il poeta ripensa con tale intensità alla fanciulla morta da rivolgerle la parola come se fosse viva e presente e potesse ancora intendere e ricordare. L’immagine della fanciulla si profila nitidamente dinanzi a noi: lieta, sì, ma pensosa; con belli e lucenti e ridenti occhi, ma fuggitivi; assai contenta, ma non, dunque, illimitatamente contenta, di quel vago avvenire che aveva in mente. Chiusa nella sua stanzetta, lavora e canta. E il suo canto si diffonde per la finestra aperta e va a confondersi con i mille odori primaverili. Il poeta è di fronte a Silvia. Egli medita intorno a difficili problemi di filologia e di filosofia (le sudate carte) o si abbandona a qualche sua ispirazione poetica (gli studi leggiadri). Ma ecco, nell’ascoltare la voce della fanciulla, e nell’udire il rumore ritmico del telaio su cui la veloce mano di Silvia va intessendo con fatica la tela, egli rompe a mezzo il corso dei suoi pensieri alti: e tende l’orecchio a questo rumore e a quella voce; e contempla, in una specie di mistica adorazione, il cielo sereno, le vie illuminate dal sole, gli orti verdeggianti e fiorenti, il mare da un lato, la montagna dall’altro; e, preso da tanta meraviglia e armonia di forme, di colori, di suoni, prova nell’animo una così infinita dolcezza che nessuna parola umana varrebbe ad esprimerla. Nelle ultime tre stanze il poeta stabilisce un confronto fra il suo destino e quello di Silvia. Nella prima rievoca i comuni pensieri e le speranze e accusa la natura ingannatrice che ci lusinga con mille promesse vaghe senza poi mantenerle; nella seconda parla solo di Silvia che, combattuta e vinta dalla tisi (il chiuso morbo), discende nel sepolcro in età giovanissima, prima ancora che potesse intrattenersi con le compagne in ragionamenti d’amore e prima che i giovani corteggiatori potessero farle risuonare all’orecchio la dolce lode dei suoi bei capelli e dei suoi occhi belli; la terza, infine, dedicata a se stesso, dove vede perire la sua dolce speranza e sente estinguersi la sua giovinezza fisica e spirituale. La cara compagna dell’adolescenza è, non già Silvia, ma la sua stessa speranza con la quale egli quasi si tratteneva a colloquio; e che la tomba ignuda del v. 62 è la squallida tomba in cui, giunta che sia l’ora fatale, il nudo cadavere del poeta dovrà essere calato. Poeticamente, l’azione è compiuta dalla speranza stessa che, dileguandosi al primo apparire della verità, mostra di lontano al Leopardi il giorno della sua morte e il suo ignudo sepolcro. Concettualmente, si manifesta il pensiero che, perduta ormai ogni speranza, non resta altro al poeta che il pensare e il prepararsi alla morte.

 

A SILVIA

Silvia, rimembri ancora
Quel tempo della tua vita mortale,
Quando beltà splendea
Negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
E tu, lieta e pensosa, il limitare
Di gioventù salivi?

Sonavan le quiete
Stanze, e le vie dintorno,
Al tuo perpetuo canto,
Allor che all’opre femminili intenta
Sedevi, assai contenta
Di quel vago avvenir che in mente avevi.
Era il maggio odoroso: e tu solevi
Così menare il giorno.

Io gli studi leggiadri
Talor lasciando e le sudate carte,
Ove il tempo mio primo
E di me si spendea la miglior parte,
D’in su i veroni del paterno ostello
Porgea gli orecchi al suon della tua voce,
Ed alla man veloce
Che percorrea la faticosa tela.
Mirava il ciel sereno,
Le vie dorate e gli orti,
E quinci il mar da lungi, e quindi il monte.
Lingua mortal non dice
Quel ch’io sentiva in seno.

Che pensieri soavi,
Che speranze, che cori, o Silvia mia!
Quale allor ci apparia
La vita umana e il fato!
Quando sovviemmi di cotanta speme,
Un affetto mi preme
Acerbo e sconsolato,
E tornami a doler di mia sventura.
O natura, o natura,
Perchè non rendi poi
Quel che prometti allor? perchè di tanto
Inganni i figli tuoi?

Tu pria che l’erbe inaridisse il verno,
Da chiuso morbo combattuta e vinta,
Perivi, o tenerella. E non vedevi
Il fior degli anni tuoi;
Non ti molceva il core
La dolce lode or delle negre chiome,
Or degli sguardi innamorati e schivi;
Nè teco le compagne ai dì festivi
Ragionavan d’amore

Anche peria fra poco
La speranza mia dolce: agli anni miei
Anche negaro i fati
La giovanezza. Ahi come,
Come passata sei,
Cara compagna dell’età mia nova,
Mia lacrimata speme!
Questo è quel mondo? questi
I diletti, l’amor, l’opre, gli eventi
Onde cotanto ragionammo insieme?
Questa la sorte dell’umane genti?
All’apparir del vero
Tu, misera, cadesti: e con la mano
La fredda morte ed una tomba ignuda
Mostravi di lontano.

Giacomo Leopardi

 

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3 commenti
  1. Fino al secondo verso della quarta stanza, la poesia riaccende in Silvia il fervore e la luce della vita giovanile, dimentica della sua morte e della sua attuale inesistenza. Ed anche di lui Leopardi prende a risplendere la vita giovanile tutta infiorata della tensione amorosa, con quel sogno suo che lo sospingeva, udito e vista ed essere a Silvia che, col suo sogno, componeva, come musica su un pentagramma, la favola dell’avvenire suo e del mondo che la ospitava. Poi, dal successivo verso precipita il crepuscolo della vita e il buio della notte, in cui più non si ritrovano se non come rimpianto e certezza del destino di morte che attraversa gli esseri e le cose dell’universo mondo. A rammentarlo, ecco la statua di Silvia, col dito puntato alla tomba che attende laggiù, nuda di sogni e di speranze. Sarà davvero in questo la poesia?

  2. Fin dai primi versi Silvia non è più la fanciulla , la cui vicenda mortale era rimasta impressa nell’anima del giovanissimo Giacomo ( Nello Zibaldone , in una pagina di giugno del 1828, la definisce “…..quel primissimo fiore della vita “), ma si è sublimata fino ad aleggiare nell’aria come la giovinezza che la speranza accompagna . Ogni aggettivo che il poeta pone nella lirica accanto a Silvia, nell’evocare la sua immagine, porta con sé qualcosa” di vago e indefinito”, come quel ” pensosa” che non ammette un avversativo “ma”, ma si colloca accanto a lieta , aggettivo con cui si coniuga! Pensosa , nella lirica “A Silvia” è un aggettivo che fa affiorare pensieri ” stupendi” che appartengono all’immaginario di una fanciulla che lieta e immersa in meravigliosi vaghi e indefiniti pensieri sale il limitar di gioventù. Il risuonare del suo perpetuo canto per le quiete stanze e per le vie dintorno ci induce a pensare a quelle finestre che davano sul cortile , spalancate e inondate di quella luce che hanno solo le giornate di maggio , e quello leopardiano era anche odoroso ! La prima parte della lirica è un riprendere le illusioni che il sopravvento della ragione aveva distrutto , e senza illusioni , Leopardi può solo scrivere ” prose” : si apre la fase del silenzio poetico ! Ma , a Pisa , vuoi per la dolcezza del clima , vuoi per un miglioramento della sua salute , Giacomo riprende a scrivere versi ” con quel suo cuore di una volta” e nasce A Silvia! Le illusioni sono tornate e anche cadute ,(“lingua mortal non dice quel ch’io sentiva in seno”, ma ” pria che l’erba inaridisse il verno”), ma non accetta più che la Natura sia indifferente ed a Lei domanda ” perché non rendi quel che prometti allor , perché di tanto inganni i figli tuoi? E continuerà a fare queste domande, regalandoci i versi più belli che mai siano stati scritti, fino a quando tramonterà quella luna a cui si volgeva e insieme a lei anche la sua breve vita!

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