Cinque poesie di Francesco Lorusso da “Il secchio e lo specchio”, Manni Editore, nota di Guido Oldani

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Quella di Francesco Lorusso è una scrittura palestrata, frutto di una buona dedizione all’esercizio del linguaggio. L’atmosfera è la casa e il mare, ma i luoghi si intrecciano, uscendo da un regionalismo troppo facile e un po’ scontatamente redditizio. Sin dalle prime battute si pongono le fondamenta della raccolta. A volte, persino un verso è già quasi un testo a sé. Dunque l’urbanistica di tali versi e delle strofe sembra registrare assennatamente “l’accatastamento dei popoli”, in atto progressivo. Scrittura incardinata in questa epoca, dunque. Ma la parabola della traiettoria di queste sequenze dirada il tratteggio mentre si va verso l’apice della narrazione. Man mano la metrica s’impone, persino unitamente a delle tracce di espressionismo d’altre latitudini. Poi, quando la scansione sta andando a compimento, compare qualche concessione al respiro geografico. Allora le individualità del linguaggio si manifestano più esplicitamente, come se i protagonisti della rappresentazione teatrale del vivere comparissero tutti insieme sulla scena. Perché è un coro, voce per voce, figura per figura, quello che va ad affrontare il sipario di questa apprezzabile raccolta.

Guido Oldani

 

E non sapremo mai fino dove
noi due fummo in fine sospinti
quali occhi adesso ci separano
e se giacciono il resto delle ombre
alla resa alta della pietra muraria
dove Marte ci pose in campo
un gioco a scambio traguardato
o la nostra porta tutt’ora persa
aperta nel mattino o nello specchio
del presente che oramai ci divide.

***

Il panno del fiato sulla superficie
combatte i prospetti dal setto preciso,
se l’oggetto ha l’anima di un atomo
deruba tutto fra i sostantivi presenti
e l’odore acre della carne dal gene sano.

Lunghi fusti di canne fumose
è il fregio che tocca a noi patire
ora che la firma delle bandiere
scuote l’aria fiera verso il basso
senza neppure la gloria delle guerre.

***

Basta la parola abbagliata mossa a deriva
per far torcere il tempo come fosse un nerbo
e sporgerlo sull’orlo più comodo della luce
come al davanzale acceso del giorno sottile,
perché poi tocchi solo al vento sbagliare ancora
verso l’orbita infinita del tuo occhio così fermo.

***

Si sono affacciati con i loro visi sull’approdo
provati dal lugubre rombo lungo della notte
quando i languidi e liquidi urti alla carlinga
hanno richiamato alla sua assenza Caronte.

Il timore trattenuto sulle poche tracce di lingua
si è reso come alfabeto di nomi dal segno segreto
mosso solo nelle pratiche attente delle pupille
e in un concentramento di pietanze volontarie.

***

Passa il piede digitale rapido
per non mettere più pensiero
sopra il peso perso della pressa
e scordate le pareti secche pasticciate
si pronunciano come un coro solitario

gli occhi si sciacquano nei mercati
mentre di quell’ultima ora di mistero,
rimasta tesa lungo il suo meridiano
scottato da una luce nulla,
lei si fa più leggibile
o traducibile in sangue.

Francesco Lorusso

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1 commento
  1. Ringrazio La Presenza di Erato,
    nella sua Redazione tutta, per aver ritenuto le mie liriche degne di essere presenti in questo sito.

    Un saluto.
    Francesco Lorusso

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