Il canto di Saffo – Musicalità e pensiero mitico dei lirici greci: L’onomaturgia di Nonno di Panopoli, di Gabriella Cinti

3718656-9788817107884Quanto alla verbalizzazione, proprio essa, insieme al pensiero della lingua, suscita una tensione onomaturgica da cui scaturiscono nuove parole, innescando un processo creativo (almeno a me accade) che testimonia come la lingua ellenica sia viva ancora oggi in noi e ci conduca a un percorso “logoblàstico”, «gemmazione di parole», se mi si permette questo conio personale, che forse rende l’idea di un processo di germinazione verbale infinita; blastós (βλαστσς), significa, infatti «germoglio», per l’appunto. Ne sapeva qualche cosa il grande Nonno di Panopoli, egiziano di lingua greca, come già detto, autore nel V sec. d.C. dell’ultima opera della letteratura greca, le Dionisiache, vasto poema su Dioniso, quandocreava continuamente nuovi termini greci, parole composte ma così sapientemente accostate da produrre effetti semantici davvero entusiasmanti (almeno in me che lo ascolto, leggendolo) anche ricorrendo ripetutamente all’uso di poly’ (πολυ), «molto», come prefisso, per moltiplicare e ampliare le dimensioni delle cose. Certo, egli ricorreva anche all’ékphrasis, (εκφρασις), una «descrizione-digressione», usata fin da Omero, ma che egli perfeziona in senso sociale, con incursioni realistiche geografiche all’interno della materia mitologica, destinate a essere ascoltate in una pubblica lettura, nel corso di importanti cerimonie. Eccezionale addirittura, è la sua terminologia, soprattutto nel campo semantico della luce e dei colori, quel «variopinto», poikílos (ποικιλος), che tanto amavano gli Elleni, come eeropháes, (ηεροφαης), «che brilla nell’aria», o pheraughés, (φερανγης), «portatore di luce», squisitamente suoi. Di lui mi commuove, soprattutto, il lessico, caldo, barocco, elettrizzante, quasi incandescente, con cui egli voleva o sentiva di tramandare e salvare questa lingua, con il sentimento accalorato e personale, che questa fosse l’ultima testimonianza letteraria degna di questo nome e che al sole morente dell’Occidente ellenico occorresse scaldarsi, sia mobilitando tutte le risorse mitopoietiche della sua esuberanza linguistica, sia scegliendo la figura nodale di Dioniso, importante anche per i suoi influssi sul cristianesimo. È poco noto (la mia fonte è il già citato Calasso), che il poeta seicentesco ritenuto “padre della poesia barocca”, Gian Battista Marino, abbia attinto il suo stile poetico, senza rivelare l’origine della sua ispirazione, proprio a lui, che oggi, invece, è considerato mediamente assai meno noto. Nonno ci consegna una lingua intensificata, calata in un discorso riccamente allegorico, paradossalmente proprio nel declino del greco come protagonista linguistico del mondo occidentale, fiammeggiante, come un dardo infuocato incluso nella bottiglia lanciata nel mare del tempo, per eternarlo; egli attende ancora mani, come voci, trepidanti e innamorate, che restituiscano la grana della sua phoné. Vi è un senso del colore intensissimo, che prevale sul desiderio di far risaltare l’unità del racconto. Come afferma la curatrice dell’opera, Daria Gigli Piccardi: «in una ressa di segmenti visivi disarticolati e quindi a volte quasi enigmatici si preannuncia un prototipo di estetica cubista». Infatti, nel repertorio ellenico che interpreto, un posto rilevante ho voluto dedicarlo proprio a Nonno di Panopoli, il cui incandescente potlàc – dissipazione in senso tribale-creativo – non ha per nulla esaurito le risorse di una lingua potenzialmente infinita, con una silloge da me estrapolata, dalle Dionisiache, dedicata a un notturno così infuocato, caleidoscopico e purpureo, da risultare degno di un pittore espressionista o di un fauve.

Gabriella Cinti

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