Angelo Casati, “Nel silenzio delle cose”, Edizioni Qiqajon Comunità di Bose, letto da Roberto Taioli

b966f76620319a9983dc45d0e10ed73aPresbitero dal 1954, incardinato nella diocesi di Milano, Angelo Casati ha sempre collegato la sua vocazione religiosa all’amore e al fascino della poesia. Essa contiene nelle venature più profonde la venatura della preghiera, ma non nel senso strettamente ecclesiale e teologico del termine, quanto piuttosto come ricerca del profumo delle cose e delle persone disseminate nel mondo e che Angelo Casati ha incontrato, sostando ad ascoltarne la voce. Nella raccolta Nel silenzio delle cose questa vocazione risulta evidente, allorché il silenzio è percepito non come vuoto, assenza, disperazione, ma come forma di messaggio, di annuncio e quindi, paradossalmente, voce, notizia. Lo fa notare anche Enzo Bianchi, Priore della Comunità monastica di Bose, scrivendo nella prefazione, riguardo alla poetica di Casati, che essa è un impasto, un coagulo di incontri e di esperienze non pre-scelte e selezionate, ma date e offerte allo sguardo e al cuore: ”don Angelo ha accettato di incontrare l’uomo, ogni essere umano, là dove si trova, là dove Dio l’ha posto o dove le vicende della storia lo hanno confinato, là dove uno ha scelto di stare o dove altri hanno decretato per lui che stesse. E’ sulla terra, a volte nella polvere e nel fango, a volte nella durezza della pietra o dell’asfalto, a volte nella dolcezza di un prato in fiore, ma è sempre sulla terra, in quell’humus di cui siamo fatti che la poesia di don Angelo coglie gli eventi e le persone, e mai gli uni senza le altre” (p. 6). Animo inquieto e cercatore instancabile del senso delle cose sotto le apparenze del loro mero manifestarsi, paradossalmente è in una delle ultime liriche della raccolta che Angelo Casati professa il suo atteggiamento, il suo porsi come pellegrino nel mondo:

Fuori coro
Non sono un “fuori strada”
Arranco.
Sono un “fuori corso”
dietro carte
che non combaciano.
Sono per natura
un “fuori coro”,
fuori le chiese, fuori i confini,
fuori le distinzioni,
soffro la restrizione.

Unica speranza
che anche tu, Dio,
per grazia sia “fuori”
e ci si possa
finalmente abbracciare. (p. 152)

Le ombre che coprono il mondo, il chiasso che confonde, possono essere filtrate da una voce selettiva che sonda il profondo, depurando l’essenziale dall’inessenziale, ripulendo le acque dal torbido che recano con sé. Poesia è proprio questo non acquietarsi della superficie e tentare il vero che è sempre più in là di dove siamo arrivati. Ma bisogna “educarsi” a questa percezione e a questo cammino, di cui la sosta è momento fondante. La sosta è il configurarsi e raggrumarsi della visione in una immagine che le parole, come gli utensili di un artigiano, articolano e materializzano in una forma. La forma è infatti il calarsi dell’invisibile nel visibile, del silenzio nella voce, nei contorni, nelle sfumature, nelle pieghe e fessurazioni che la parola reca con sé come carne viva. Essa trasforma l’inerte in vita fungente, il senza volto in visione. La visione è sempre un po’ più in là, perché prevede l’azione del logos poetante che lavora nel cuore delle cose:

Non violare
Non violare questo cielo
chiaro,
il profumo della terra.
Non violare, ti prego,,
il grembo del silenzio.
O non conosci
il sottile
fruscio del vento,
lo strusciarsi di fronda
su fronda
in amore?
E invadi sconsacrando
terre di silenzio.
Alzi ad urlo il tono
a coprire la tua
voce spenta.
Io ascolto il fruscio
della terra.
Io so che Dio viene
e in un sottile
alito di vento. (p. 81)

Una sezione della raccolta di Angelo Casati reca come titolo “Fessure dell’infinito”, ove troviamo anche poesie scritte in occasione di viaggi in Terra Santa. In queste liriche il poeta si fa permeare da un grande stupore nell’incontro con una terra che è stata ed è ancora strategica nella storia dell’umanità. Sublimamente ma anche tragicamente strategica per i conflitti che ancora la lacerano e la insanguinano. L’incontro con l’altro, nell’humus in cui è nato e vissuto, ha qualcosa di misterioso e ad un tempo di profonda riverenza e rispetto per quei volti, quelle voci, quei segni, che anche se muti, parlano. Dicono nel loro apparire, nel loro essere quotidianamente sul proscenio del mondo, volti anonimi, creature nelle quali ci specchiamo. Il diverso è allora una invenzione malsana della mente che cerca compulsivamente una propria identità autoreferenziale:

Sotto la pergola
E tu
donna musulmana
coperta d’anni
fasciata di nero.
Tu dal nero
dei tuoi occhi
veri
raccontavi nascite
nella casa
contandole
col numero delle pance.
Cancellando con i tuoi occhi
secoli di separatezze,
grappoli d’uva
offrivi ai cristiani
in vigna giordana
sotto la pergola
dell’ecumenismo. (p. 147)

Questa raccolta contiene in forma subliminale un monito per l’uomo, ma non predicato e professato ex cathedra, quanto piuttosto esercitato su se stesso, sperimentato sulla propria carne. L’idea è che l’infinito sia più vicino del finito, che la spinta di cercare sia più forte di quella di permanere, che l’inquietudine sia più feconda delle semplici certezze:

Io non so
dove passa nell’ombra
il confine
tra il bene e il male.
Altri lo sa, Signore!
Dura scelta
capire ogni giorno
cosa sia seguirti
non nell’ a priori
dei nostri sermoni,
ma dal dedalo inquieto
e opaco
dei sentieri quotidiani.
Nè so, povero cuore,
quando provocare
e quando consolare.
A me è toccato
guardare
con tenera compassione
l’infinita debolezza
e tacere. (p. 156)

Roberto Taioli

 

casati_angelo-800Angelo Casati (1931), presbitero della diocesi di Milano dal 1954. Dopo aver insegnato al seminario diocesano e aver esercitato il ministero a Busto Arsizio e a Lecco, è da oltre vent’anni parroco a San Giovanni in Laterano a Milano.

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2 commenti
  1. Davvero molto interessante questo intervento di R. Taioli sulla poesia di A. Casati “Nel silenzio delle cose “
    ( titolo memorabile ed emblematico :“il silenzio è percepito non come vuoto, assenza, disperazione, ma come forma di messaggio, di annuncio e quindi, paradossalmente, voce, notizia.”).Particolarmente intrigante il ritratto dell’Autore “ Animo inquieto e cercatore instancabile del senso delle cose sotto le apparenze del loro mero manifestarsi”:
    -Fuori coro/ Non sono un “fuori strada”/ Arranco./ Sono un “fuori corso”/dietro carte/ che non combaciano”…- Un ritratto umano e dolente inquieto, di un “esiliato” in cerca della sua Casa.

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