Una poesia di Ennio Contini da “Viaggio nel buio / Journey into the dark ” – Chelsea Editions di New York (2017), commento di Giorgio Linguaglossa

chiudere gli occhi

Un giorno mi chiuderete gli occhi

Ogni sera
augurandomi la buona notte
girate l’interruttore della luce.
Così un giorno mi chiuderete gli occhi.

E più non udrò l’allegro scampanellio
delle vostre voci
non vedrò la folgore del riso
illuminarvi gli occhi
non sentirò il tepore del vostro sonno
scaldarmi il cuore dopo i giuochi
del giorno.

Oh so che dietro la pesante porta
dell’addio troverò il Signore,
ma Egli è come un severo generale
e chissà quanto tempo dovrò stare
sugli attenti
prima che mi conceda il riposo!
e non sarò più il padre che si diletta
coi figli, ma un figlio
che ascolta la predica del padre
– come un ritorno all’infanzia.
La mia
innocenza allora
vi seguirà come un consiglio
e come il capo della rondine sotto l’ala
fino a quando, adulte, mi darete il volo.
Così ogni sera
quando girate l’interruttore della luce.

Ennio Contini (traduzione di Michael Palma)

 

Ennio Contini coverLa poesia Un giorno mi chiuderete gli occhi fa parte della silloge Viaggio nel buio / Journey into the dark pubblicata nel 1969, anno micidiale in Italia perché segna l’inizio della rivolta studentesca, una rivolta politica ed esistenziale contro un sistema di potere e di organizzazione della vita civile; siamo nel bel mezzo della contestazione giovanile; c’era la neoavanguardia, un motore ben oliato che comunque andava a pieno ritmo, c’era la rivista “Officina” di Pasolini, Leonetti e Roversi, c’erano i nuovi poeti come Amelia Rosselli e Dario Bellezza; Montale stava per dare alle stampe il libro che segnerà, nel bene e nel male, un momento di svolta nella poesia italiana a venire: Satura (1971), poi c’erano i milanesi organizzati attorno a Raboni, la crisi del centro sinistra, la crisi economica intervenuta dopo il boom economico… Ecco, di tutto questo non c’è traccia nella poesia di Ennio Contini, lui era e continuerà a restare un emarginato nella poesia italiana, la sua crisi poetica esistenziale ed identitaria non riuscì mai ad attingere il piano della universalità. La sua poesia è rimasta una poesia della crisi esistenziale individualistica dell’io privato, ma questo «io privato» non ha mai attinto il piano della universalità, non è mai diventato un «io pubblico». I suoi versi  lo dicono chiaramente:

Ogni sera
augurandomi la buona notte
girate l’interruttore della luce.
Così un giorno mi chiuderete gli occhi.

Il suo linguaggio poetico è ancora, in quegli anni, un linguaggio individualistico-privato. È stato questo il suo limite, credo. Ma anche il suo maggior pregio.

Giorgio Linguaglossa

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