“Le strade mai più percorse” poesia di Donatella Costantina Giancaspero, commento di Giorgio Linguaglossa

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Le strade mai più percorse

Le strade mai più percorse:
esse stesse hanno interdetto il passo
– alla stazione Bologna della metro blu, una donna. Sospesa.
In anticipo sulla pioggia –.

Qualcuno ha voltato le spalle senza obiettare,
consegnato alla resa gli occhi che tentavano un varco.

Le ragioni, mai sapute, vanno. Inconfutate
– scampate al giudizio – per i selciati – gli stessi
ritmati di prima – gli stessi –
da martellante fiducia – nell’equivoco di chi c’era.

Per un’aria che non rimorde – l’ombra
sulla scialbatura – avvolte da scaltrito silenzio.

Donatella Costantina Giancaspero

 

Ci sono delle «strade» nell’inconscio che non sono state «mai più percorse», che hanno le loro buone «ragioni», sono «esse stesse» che interdicono «il passo». È il passato che incombe minaccioso sul presente dell’io. Qui siamo nell’ambito di dominio dell’inconscio e della correlativa funzione dell’io. L’Io non è più il sovrano assoluto dell’io penso cartesiano non è la sintesi dei miei pensieri e delle mie percezioni, ma è Altro. L’Io è stato esautorato delle proprie istanze, dei propri poteri illusori, del proprio scettro; l’Io è ciò che resta dell’io, ciò che non sa dell’io. L’Io, dirà Lacan nella sua lettura dell’Entwurf freudiano nel seminario L’etica della psicoanalisi, «l’io è l’inconscio in funzione». Da un lato obliterato dall’inconscio, dall’altro suo prolungamento nella realtà.

Si tratta di un’istanza formalmente rappresentativa, funzionante secondo una dialettica che articola le Wortvorstellung alle Sachevorstellung, coinvolta in un processo che associa linguaggio e rappresentazione. E qui sta lo snodo che segna il passaggio in Lacan alla definizione di «soggetto dell’inconscio» come effetto dell’«azione letale» del significante, una volta introdotto nel campo dell’Altro come luogo della Parola. Questo «tu» al quale ciò che resta dell’io si rivolge, è un «tu» di incantamento, è un fantasma che ci giunge dall’al di là dell’istanza della coscienza; ciò che per noi ha a che fare con il «fantasma», quel «Qualcuno», che non sai se sia io o una parte dell’io o altro e altro dell’Altro.

«Qualcuno», questo indeterminativo, questo misterioso ospite, ha risposto ed ha preso il posto dell’io. Qualcuno ci tratta da imputati: – Io! Che cosa è questo Io? Io tutto solo, cos’è? – se non un Io di sottrazione, un Io di ricusazione, un Io di no, non per me, io non sono io, io è un altro. Così è fin dalla sua origine, l’Io, in quanto si ribella, si sottrae, espelle anche se stesso con un movimento all’incontrario; l’Io come difesa, come Io che prima di tutto rigetta e ricusa, e che lungi dall’annunciare, disarma, vaga nella zona anestetizzata dell’esistenza. È l’Io nell’esperienza anestetizzata del proprio sorgere e che fa esperienza della propria disparizione.

L’inconscio non è l’inconoscibile, non è l’indicibile. L’inconscio si manifesta, seppur attraverso il velo di sintomi, lapsus, sogni, si manifesta in poesia e il suo manifestarsi consente quanto meno di avvertirne la presenza. Presenza che non si confonde mai con l’esser presente, con un darsi in carne ed ossa; eppure è un manifestarsi che letteralmente sorprende, scuote il soggetto, o sarebbe forse meglio dire lo coglie a tergo nel suo discorso cosciente, nel suo voler-dire, nei suoi atti, nei suoi desideri, nelle sue intenzioni, lo coglie cioè in un vacillamento che non è nulla di superficie ma lo concerne nel suo stesso, nel suo più intimo essere.

«Le ragioni» «mai sapute», restano «inconfutate», appunto perché gravitano «nell’equivoco» della «martellante fiducia», Wortvorstellungen (del linguaggio articolatorio), che non possono sfuggire alla loro vera sostanza di giustificazioni «scampate al giudizio», argomentazioni che l’io si dà di continuo per poter sopravvivere e costituirsi come proiezione di pulsioni cieche che hanno trovato la loro vestizione linguistica. Le giustificazioni, «le ragioni» sono nient’altro che proiezioni linguistiche, Wortvorstellungen, artifizi concettuali che l’io erige come complementi dell’inautenticità generale dell’esistenza.

Giorgio Linguaglossa

 

Costantina Donatella Giancaspero Teatro dell'OperaDonatella Costantina Giancaspero vive a Roma, sua città natale. Ha compiuto studi classici e musicali, conseguendo il Diploma di Pianoforte e il Compimento Inferiore di Composizione. Collaboratrice editoriale, organizza e partecipa a eventi poetico-musicali. Suoi testi sono presenti in varie antologie. Nel 1998, esce la sua prima raccolta, Ritagli di carta e cielo, (Edizioni d’arte, Il Bulino, Roma), a cui seguiranno altre pubblicazioni con grafiche d’autore, anche per la Collana Cinquantunosettanta di Enrico Pulsoni, per le Edizioni Pulcinoelefante e le Copertine di M.me Webb. Nel 2013. Di recente pubblicazione è la silloge Ma da un presagio d’ali (La Vita Felice, 2015); fa parte della redazione della Rivista telematica L’Ombra delle Parole.

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5 commenti
  1. All’amica Donatella – dopo aver letto la sua poesia, che già conoscevo e avevo molto apprezzato, e l’ottimo commento di LInguaglossa su poesia e inconscio – voglio regalare un vecchio aforisma, mai uscito dal cassetto, che scrissi molto tempo fa: NON SEI TU / TU NON SEI. Auguro una buona giornata.

  2. Ringrazio sentitamente Luciano Nota e Maria Grazia Trivigno per aver pubblicato la mia poesia, corredata dal commento di Giorgio Linguagolossa, che ha scandagliato con rigore le parole chiave del testo.
    Grazie, naturalmente, all’amico e compagno di poesia Lucio Mayoor Tosi, col quale condivido la strada della Nuova Ontologia Estetica (cosiddetta NOE). Nell’attuale epoca di stagnazione letteraria, l’intento è quello di porre la nostra ricerca e il nostro estro al servizio della Poesia, per un suo concreto rinnovamento. È un progetto impegnativo e ambizioso, ma necessario, al quale siamo chiamati tutti: noi e chiunque abbia a cuore la Poesia e il suo futuro. Con umiltà, ma forti delle nostre idee.
    Personalmente, la nuova strada intrapresa mi sta conducendo verso risultati ogni giorno più positivi. E, per fortuna, c’è ancora molto cammino da fare, per comprendere, cercare, sperimentare… Tanto ancora da scrivere. Fermarsi non si può. Scherzosamente potremmo rispolverare il vecchio detto “Chi si ferma è perduto!”, riproposto dal grande Totò in un suo film. Ma, tornando seri, qui dobbiamo lavorare tutti e tutti insieme. Il lavoro nasce come individuale, ma ha una finalità collettiva e generale. Ce lo impongono i tempi. Senza indecisioni, ripensamenti… Abbandonando con consapevolezza il nostro passato letterario e la sua minaccia: che siano realmente «le strade mai più percorse».
    Felice giornata a tutti voi…

  3. A Donatella ancora le mie congratulazione per la poesia molto profonda, e Giorgio per la grande lezione su poesia e inconscio, argomento che ho sempre seguito con molta attenzione incuriosita anche dalle immagini che scaturivano spontanee nelle mie “cosette”. Così ho sempre chiamato i miei scritti in versi.

  4. Il fatto che la scrittura sia radicalmente seconda, ripetizione della lettera,
    e non voce originaria che accade in prossimità del senso, occultamento
    dell’origine più che suo svelamento, innesta costitutivamente nella
    sua struttura di significazione la differenza, la negatività e la morte; d’altra
    parte solo quest’assenza apre lo spazio alla libertà del poeta, alla possibilità
    di un’operazione di inscrizione e di interrogazione che deve «assumere
    le parole su di sé» e affidarsi al movimento delle tracce,
    trasformandolo «nell’uomo che scruta perché non si riesce più ad udire
    la voce nell’immediata vicinanza del giardino». Perduta la speranza di
    un’esperienza immediata della verità, il poeta si deve affidare al lavoro
    «fuori del giardino», alla traversata infinita in un deserto senza strade
    prefissate, senza un fine prestabilito, la cui unica eventualità è la possibilità
    di scorgere miraggi. Partecipe di un movimento animato da un’assenza,
    il poeta non solo si troverà così a scrivere in un’assenza il poeta diventa egli stesso assenza, come questa poesia della Giancaspero rende evidente.

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