Poesie di Corrado Calabrò, Anna Maria Curci, Maria Grazia Di Biagio, Furio Durando, Donatella Costantina Giancaspero, Giorgio Linguaglossa, Donato Loscalzo, Luciano Nota. La redazione vi augura buone vacanze. Torneremo il 4 settembre

Bernard_d'Agesci_-_La_Muse_Erato,_1785-86

 

UNA LAMA NEL MIELE

Una scaglia dorata ricopre
il grembo senza sale
del mare di gennaio.

S’allunga il fiume nel golfo invetriato
come una lingua nel miele.

Pugnala a freddo l’azzurro
la scia di ghiaccio di un Phantom.

Come una lama nel miele
affondi nel cuore il tuo sguardo.

Corrado Calabrò

 

LA CADUTA DEI GRAVI

Tornano i giorni del lancio del peso
a raggelare accasciata zavorra.
Pendenze mascherate da colline
o da strapiombi, a seconda del caso,

mimano di Sisifo il vecchio gioco
– scosceso lui o il masso, poco importa.
L’androne non è porta, avverte loro
ghigno, rifilando colpi di tacco.

Anna Maria Curci

 

PRENDERE IL LARGO E’ RITORNARE A UN DOVE

Prendere il largo è ritornare a un dove
nel quando smemorato del ricordo
dal mare amniotico al respiro primo
lo sbarco è conoscersi dai piedi
a passi nudi su sabbie differenti
Nulla da dichiarare – nasco adesso –
solo una goccia dentro l’ombelico.

Maria Grazia Di Biagio

 

LASCIANDO TEBE

Addio, Tebe dalle sette porte,
tutte disintegrate,
tutte dimenticate,
alle tue Muse nascoste
dentro una conca di monti,
ai tuoi silenzi, alle sorgenti, al vento,
alle quaglie affollate in una gabbia troppo piccola
nell’angolo più in ombra della strada
(vende, un villano, queste vite, anche se minime),
alla rocca di Cadmo sepolta,
a Polinice e Antigone, alla pace
che tuttavia conobbero e che, infine,
ogni insepolto amore invidia loro;
e alla tua vita,
dove passò per poco questa mia.

Furio Durando

 

MOLTI FATTI NUOVI

Molti fatti nuovi sono accaduti. Dopo.
I fili non hanno più retto.
Le parole sul bordo di una trama fittizia.

Dietro le quinte, chi sapeva il ritmo di una finestra
– come apre e chiude all’inganno del suono –
ha scritto la sua ultima misura.

Molti fenomeni si sono invertiti, sul calendario: la primavera.
Ad esempio, cedendo le ore a una stagione contraria;
ostinata in un grigio ritornello.

Donatella Costantina Giancaspero

 

LA VOSTRA GENERAZIONE SFORTUNATA
à la maniére di Trasumanar e organizzar (1971)

Cara generazione sfortunata dei poetini di vent’anni,
di trent’anni, di quarant’anni e di cinquant’anni…
Vi scrivo questa lettera.
Guardatevi allo specchio: siete tutti invecchiati, imbruttiti, malvissuti
vi credevate giovani e invece siete diventati vecchi, conformisti,
leghisti, sfigati, banali, balneari…

Che tristezza vedo nelle vostre facce,
che ambiguità, che feroce vanità, che feroce mediocrità:
CL, PD, PDL 5Stelle, Casa Pound, destra, sinistra,
immigrati, emigrati referenziati con laurea, senza laurea,
con diplomi raccattati, rattoppati,
infilati nel Sole 24 ore, settore cultura, nella Stampa
a scrivere le schedine editoriali degli amici,
nelle case editrici che non contano più nulla,
siete sordidi, stolidi, non ve ne accorgete?

Guardatevi allo specchio! Siete dei Buffoni, dei malmostosi!
Che tristezza vedere questa italia defraudata,
derubata, ex cattocomunista…
Voi, Voi, Voi soltanto siete responsabili
della vostra inaffondabile mediocrità,
e non chiamate in causa la circostanza della mediocrità altrui,
della medietà generalizzata,
la responsabilità è personale ai sensi del codice penale
e del codice civile…

Voi, unicamente Voi siete i responsabili
della vostra insipienza e goffaggine intellettuale…
Che tristezza: non avete niente da dire, niente da fare,
disoccupati dello spirito e disoccupati
della stagnazione universale permanente che vi ha ridotto
a mostri di banalità con i vostri pensierini
paludosi e vanitosi alla ricerca di un grammo di visibilità
nei network, nei social, con il vostro sito di leccaculi e di paraculi,
svenduti senza compratori…
Che tristezza vedervi tutti abbottonati, educati e impresentabili
in fila dinanzi agli uffici stampa degli editori
a maggior diffusione nazionale!
Che tristezza nazionale!

Caro Pier Paolo, quel giorno di novembre del 1975
io ero a Roma scendevo alla fermata del bus 36
(catacombe di Sant’Agnese) per andare a via Lanciani
al negozio di scarpe di mio padre quando seppi del tuo assassinio…
Capii allora che un mondo si era definitivamente chiuso,
che sarebbero arrivati i corvi e i leccapiedi
e i leccaculo, i mediocri, i portaborse…

Lo capii allora scendendo dal bus la mattina,
erano le ore 8 o giù di lì,
e capii che era finita per la mia generazione e per quelle a venire…
Lo ricordo ancora adesso. È un lampo di ricordo.

Giorgio Linguaglossa

 

RESPIRO

quasi non si può più dire ancora
dove per me finisca questa strada
monotona e tortuosa
che da tempo richiede un mio respiro,
una pausa che concili il mio pensare
gli alberi più verdi hanno tempo
da condividere con terra e con radici
il flusso continuo delle foglie
o dell’ombra che va verso la cima
tu già sai cosa significa raggiungerla
e interrogo la tua debole voce
che mi dice di andare e continuare
arriverò forse oltre, come tu dici,
perché dopo la meta
è altro il viaggio che mi attende
verso lo spazio che parla come il vento
e questo temporale così goffo
è solo il viatico e quel pane
che ora ostacola il mio previsto arrivo

Donato Loscalzo

 

LA VICINANZA E’ UNA TRATTA CHE UCCIDE

La vicinanza è una tratta che uccide
un letto dove squillano trombe
di sogni agitati, di fogli
sforniti di nomi.
Si muore di prossimità, e si stende
il tappeto apparente, la brace, la colpa
della donna vestita di tonfi
con in grembo il carbone.
Ricordo quel colore visto all’alba
che odorava di gelido tempo.
Il nero più bello
il magro percorso tra l’acqua e il cielo.
Il convoglio dei tristi
voleva partorisse sulla spiaggia.

Luciano Nota

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1 commento
  1. Felice, onorato, anche un poco intimidito dalla compagnia, in questo estivo commiato, attendo il settembre e il ritorno del vigore intellettuale e dell’ardore non vacuo dopo le spossatezze e i languori che il Cane e il Leone inducono, ma intanto mi godo la polifonia di stili, la varietà di voci e la complessità di pensiero che ogni testo altrui mi regala. E soprattutto ringrazio Giorgio Linguaglossa per la scossa forte e amara dei suoi versi, una chiamata alle armi contro le parole del vuoto, il circo dei narcisi, il profetame dei presunti vati, tutti indefettibilmente genuflessi ai soliti esclusivisti interpreti – per dirla con De André – del punto di vista di Dio.

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