Tre poesie di Jaime Andrés De Castro da “¡AFUERA TODOS SABEN VIVIR!”, Matisklo Edizioni – 2016, nota di Vera Bonaccini

afueratodossabenvivir

Quella nata negli anni ’90 è stata probabilmente l’unica generazione a non aver avuto dei vent’anni degni di essere definiti tali: angosciati dalla crisi economica, traumatizzati dal terrorismo, ossessionati dalla propria identità digitale, i Millennials, così sono chiamati, sono stati definiti dai sociologi la Generazione Perduta del ventunesimo secolo. Sono i figli della crisi.

Krisi che ci toglie la benzina,
ci toccano le biciclette
e i crampi alle gambe
per le troppe pedalate,
Krisi nei panini al prosciutto
con la mozzarella di plastica,
l’insalata di carta velina,
i pomodori con tumori al volto.

Jaime è anche lui un figlio della crisi, scrive poesie e lo fa maledettamente bene. L’ho conosciuto qualche anno fa, quando entrambi facevamo parte di Nucleo Negazioni; l’ho visto emanciparsi e crescere, l’ho visto compiere il miracolo che riesce a pochi, quello del diventare grandi senza perdere la capacità di dire il vero. Perché questo fa Jaime: dice il vero. Lo dice in versi liberi (di significato e forma) senza censura alcuna perché l’accomo-dare, il rendere facile, in questa poetica, semplicemente, e per fortuna, non è contemplato. Dice la verità Jaime; la verità di chi, nato negli anni ’90, si è visto depredare il futuro senza potersi opporre, ottenendone in cambio questi anni zero fatti di un nulla sempre più asfissiante, di una televisione anestetizzata e anestetizzante, di bombe fuori moda, di paure dorate in cui ci si rifugia perché un’alternativa vera non esiste.

Ignoriamo il malessere,
non siamo mai partiti
per migliorarci,
ci hanno buttati qua in mezzo,
ci hanno raccolti da terra
quand’eravamo troppo stanchi
per capire questi nostri occhi.

Eppure, nonostante questa quotidianità distopica sia sconfi-nante e impossibile da arginare, nonostante la realtà sia cruda e piena di spigoli d’acciaio, nelle poesie di Jaime c’è sempre una nota di speranza, volontariamente malcelata dietro un cinismo ironico degno di Diogene; un’affermazione netta della propria identità e del proprio sentire che diventa una sorta di vessillo, una risata cristallina capace di diradare una volta per tutte i fumi dell’ipocrisia e delle convenzioni, ricordandoci che c’è un oltre poco più distante del nostro naso e che non tutto è sempre così schematizzato come ci tendono a raccontare, che c’è ancora chi non riesce ad integrarsi e non ha alcuna intenzione di rinunciare al proprio Sé.

Voglio inserirmi, anch’io,
ma non ho speranze
di concludere discorsi
sull’importanza del posto auto
quando lavori in centro,
sulla scelta della cravatta giusta
per la cena coi giapponesi,
sullo sposare la donna perfetta
da poter zittire davanti a un pallone.

E poi c’è l’amore, salvifico e allo stesso tempo brutale nella sua dolcezza, nel suo strapparti dal niente per disegnare un futuro che non ti aspettavi, precario e incerto come tutto, ovvio, ma reale e pieno di colori, fatto di “cene da ricchi fatte in casa su un tavolo di finto legno”.

Ho creduto di nascondermi
quando tu mi conoscevi,
nelle tue mille fatiche
hai incontrato quelle che io non ho ancora affrontato,
mi hai scritto su un foglio riciclato
che mi avresti aiutato
a costruire una zattera
su cui vivere, durante uno tsunami.

“Pensate a come potremmo cambiare il mondo, se solo lo volessimo”, mentre leggete questo libro; Jaime in un certo senso vi dice come fare. Dopodiché, una volta finito, posatelo da qualche parte, uscite di casa e cambiate il mondo. Il vostro di mondo, per lo meno; sia mai che un pezzettino alla volta ce la facciamo.

Vera Bonaccini

 

Se prenden las luces

269 passi verso un errore
madornale, da compiere
in un’annata di certo non buona,
dovrei non addossarmi la colpa
ma è la mano del dottore
che mi pesta per farmi respirare
a innescare il primo urlo,
forse quelle luci accese in piena notte
posizionate come in una perfetta scenografia
avrebbero preferito rimanere spente
per regalare buio a chi voleva dormire.
Uno cresce bene,
tutte le luci si accendono
durante le festività
e per un attimo
Babbo Natale esiste
a metà fra realtà e fantasia,
è un alcolista che festeggia solo e ubriaco
il primo dell’anno, su una panchina di un parco,
ma come imparerai
certe cose è meglio non saperle
e godersi i fuochi, senza contraddizioni.
Tutte le luci si spengono
dopo le caldarroste
dopo i regali e le svendite ai sexy shop
dopo che anche il nonno
ha bevuto il necessario per dormire,
tutto si spegne, torna il sonno,
la lotta per la vita,
la lotta per la morte,
sono obiettore di coscienza,
non mi alzo dal letto,
ma ho bisogno di un alibi.

 

Me has llorado lagrimas encima

Mi hai pianto lacrime addosso,
dopo l’orgasmo più completo.
Mi hai bagnato il petto,
sporcato la pelle col mascara sciolto,
stretto il grasso in eccesso.
Mi hai pianto lacrime addosso
rendendomi inetto,
come sempre, come tutti,
ti ho ritrovata lì, di nuovo bambina
con carenze di affetto,
tutta rannicchiata
nel tuo metro e ottanta
sul mio corpo da grissino.
Mi hai sporcato di acqua e sali,
creato solchi nelle labbra,
scoppiavi, con le pupille piene,
singhiozzavi, con la pancia tremante.
Avevo chilometri di strade
sulla cassa toracica,
hai camminato a piedi nudi
su lastre d’acciaio
per appiattire l’asfalto,
come fanno i bambini in India
quando i padri se ne vanno.
Mi hai pianto lacrime addosso,
mi hai squartato come un maiale,
ma tu non sai
d’avermi fatto sentire uomo, per la prima volta,
anche se non so usare il cacciavite.

 

Dejame terminar

Lasciami finire,
devo parlarti ancora
per evitare di farmi sanguinare le orecchie
dal silenzio.
Abituati, almeno tu,
alle vibrazioni delle mie corde vocali,
alle risate sforzate,
alle deformità del mio corpo,
alle pupille fisse quando non ti ascolto.
Convincimi di quello che dico,
sputami in un occhio quando ti offendo,
mordimi se ce ne sarà bisogno,
stritolami la mano,
scandisci il tempo degli abbracci,
fai finta di non sapere della mia fragilità
quando siamo con altri,
strappami dalla lingua
quello che non riesco a dirti.
Ascolta il mio suono,
poi goditi pure
le frasi imbarazzate
di chi non sa come finire un discorso,
ho iniziato a parlare da poco,
mi esprimo con versi primitivi,
cercando di spiegarti
quanto vorrei
incidere la tua pelle con le mie papille gustative,
scavare un buco nella tua solitudine con due sole dita,
ritrovarci con le cosce bruciate e le schiene spellate,
invece di contenermi tra le parole.
Lasciami finire,
poi, quando tutto si renderà inutile,
mostrami come non fingere.

Jaime Andrés De Castro

 

jaimedecastroJaime Andrés De Castro, classe 1993, nasce in Colombia ma si trasferisce in Lombardia al’età di sei anni. La raccolta uscita oggi per Matisklo Edizioni, “¡Afuera Todos Saben Vivir!”, sua opera prima – anche se in precedenza l’autore ha pubblicato testi in antologie e ricevuto premi e segnalazioni in diversi concorsi, tra cui un secondo posto all’edizione 2014 del Premio Ossi di Seppia – ben descrive la situazione di quella che i sociologi chiamano “la Generazione Perduta del ventunesimo secolo”, quella dei giovani figli della crisi (non solo economica) che ha caratterizzato questo inizio secolo.

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