Raffinato, estroso e inquieto: Agostino di Duccio un artista fiorentino del Quattrocento a Perugia, di Furio Durando

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Porta di San Pietro di Agostino di Duccio (Perugia)

Uno dei maggiori protagonisti della spinta al rinnovamento di architettura e scultura in senso rinascimentale nell’Umbria di metà Quattrocento fu il fiorentino Agostino di Duccio (1418-1481). Approdato relativamente tardi alla professione (dai 15 ai 17 anni, orfano di padre, si era arruolato soldato di ventura), fra il 1435 e il 1440 si formò nella Firenze di Donatello, Ghiberti, Michelozzo, Nanni di Banco e Luca della Robbia: dal primo apprese magistralmente la celebre tecnica del bassorilievo stiacciato, ma vi impose una linea più sinuosa e quasi nervosa; degli ultimi tre meditò con successo la ripresa delle forme classiche antiche. Una condanna per furto (1441) lo costrinse a lasciare le sponde dell’Arno, ma trovò importanti commesse a Modena e Venezia, prima di trovare piena consacrazione artistica coi rilievi nel Tempio Malatestiano a Rimini e, poco dopo, a Bologna, ma fu a Perugia che lasciò i massimi capolavori di una carriera spesso contrastata dal destino e da un carattere non facile. Nell’ambiziosa città umbra soggiornò infatti dal 1457 al 1462 e dal 1473 al 1481, l’anno della morte. Le luminose tracce dei suoi due periodi perugini si dipanano dalla Porta S. Pietro (o Romana), non distante dalla splendida abbazia benedettina dedicata al vicario di Cristo, lungo Borgo XX Giugno: il prospetto rinascimentale ideato da Agostino nel 1475 per schermare l’originaria porta trecentesca si richiama alla facciata albertiana del Tempio Malatestiano a Rimini. Si indugi sull’eleganza delle sue proporzioni, sul fornice ornato da clipei che imitano quelli del celebre Arco Etrusco (uno dei monumenti simbolo della città), sui pilastri scanalati che sorreggono la cornice, sui nicchioni laterali, ma non si dimentichi di considerare che lo sviluppo prevalentemente orizzontale è un’invenzione dell’artista, che significativamente pose di fronte a chi giunga dalla via per Roma una sorta di moderno specchio dell’antichità, il simbolo di una rinascita del classico e il sottinteso di una Perugia intesa come «nuova piccola Roma»: quest’ultimo aspetto è tanto più rilevante se si rammenta che l’opera fu commissionata dai filopapali Baglioni, a quel tempo signori della città.

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Cappella in San Domenico

Più avanti, in Corso Cavour, la cappella di S. Lorenzo e della Madonna del Voto, quarta a destra nell’imponente basilica gotica di S. Domenico, ha il lato orientale interamente rivestito da un grandioso prospetto architettonico scolpito da Agostino nel 1459 per incorniciare l’altare. La grande nicchia centrale ospita un gruppo scultoreo settecentesco e affreschi ottocenteschi, ma nella lunetta sovrastante la trabeazione è dell’artista fiorentino una Madonna in gloria fra Angeli. Nelle edicole laterali superiori, da sinistra a destra, sono l’Arcangelo Gabriele e la Vergine Annunziata; in quelle inferiori S. Giovanni Battista e S. Lorenzo – patrono della città con S. Ercolano e S. Costanzo. Le classiche cadenze di pose e panneggi mostrano una scrupolosa rilettura dell’antico grazie alla quale si anima lo schema fortemente geometrizzato della parete. Nella Galleria Nazionale dell’Umbria sono invece conservate le statue marmoree create da Agostino di Duccio nel 1475 per la facciata della distrutta chiesa della Maestà delle Volte e una Madonna proveniente dalla facciata di S. Francesco al Prato: in esse è evidente come anche negli ultimi della sua vita l’artista non si fosse adeguato alla modernità del Pollaiolo e del Verrocchio, ma si mantenesse su una linea di classica compostezza e ricercato grafismo chiaroscurale. La maggior predisposizione di Agostino al bassorilievo è attestata anche nella cattedrale di S. Lorenzo. Nel Museo del Capitolo, infatti, è un rilievo dello smembrato Altare della Pietà (1474), raffigurante il Cristo con la Vergine, S. Giovanni Evangelista e l’Eterno su sfondo azzurro – un elemento così ricorrente nella sua arte da rendere palese che si tratta di una variante applicativa dei luminosi fondali azzurri in terracotta policroma invetriata delle coeve pale robbiane; c’è tuttavia nelle figure quel grafismo nervoso tipico dello scultore, che nella figura del Cristo morto accenna ad un espressionismo nordico che i crudi dettagli accentuano.

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Chiesa di San Bernardino

Il culmine dell’attività di Agostino a Perugia è rappresentato dal suo indiscusso capolavoro architettonico e scultoreo: la facciata dell’Oratorio di S. Bernardino, sul prato della Chiesa di S. Francesco. Dal 1457 al 1461 l’artista vi attese, realizzando il massimo monumento del primo Rinascimento a Perugia, in un momento di particolare fervore religioso popolare per l’entusiasmo suscitato dalle non lontane prediche tenute dal Santo senese presso la chiesa francescana. La facciata, animata dalla brillante policromia dei fondali su cui si stagliano statue e rilievi, rappresentò un netto avanzamento di Agostino rispetto al lessico architettonico albertiano. Le armoniche proporzioni tra le parti, giocate su rispondenze fra quadrato, cerchio e sezione aurea, sono negate alla percezione immediata, quasi sopraffatte dal colorismo e dal linearismo che alleggeriscono la facciata fin quasi a dissolverla. Tempio anche questo, certo, ma di rustico vigore bernardiniano, con quel tetto a capanna fortemente aggettante: le fonti d’ispirazione romana sono evidenti – dal piccolo tempio di Portuno nel Foro Boario, proprio per il forte aggetto delle cornici rispetto al timpano, al Pantheon, per il fregio con l’epigrafe Augusta Perusia MCCCCLXI («L’augusta Perugia consacrò nel 1461»), già di per sé richiamo alle glorie imperiali dell’Urbe e all’appartenenza della città ai destini dei suoi cesari cristiani, i pontefici di Santa Romana Chiesa. Della lezione dell’Alberti rimane il grande fornice fra due piloni, coi clipei nei pennacchi: poco strombato, il primo, e assai dilatato, così da potervi inserire un portale gemino – di tradizione umbra e francescana, ma con ingressi architravati classici, anziché gotici archiacuti. Per il resto domina l’impressione di un’entusiastica ricerca dell’effetto, nell’ordinata ma fitta schiera di rilievi decorativi: nel timpano è Gesù benedicente fra due Angeli e Serafini; sotto l’elegante sottarco prospetticamente strombato e decorato da cassettoni è la grande lunetta con l’Ascensione di S. Bernardino al cielo in una mandorla di raggi luminosi fra Angeli musicanti e Cherubini, tutte figure dai volti delicati e dai panneggi fluttuanti in tortuose pieghe desinenti in uno stiacciato donatelliano più grafico e meno sofficemente plastico.

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La grande lunetta

Sui piloni, in entrambi i registri, sono quattro edicole con timpano – unici elementi volumetrici della facciata: al loro interno, in pose aggraziate, sono in alto l’Arcangelo Gabriele e la Vergine Annunziata, in basso S. Ercolano e S. Costanzo. Fra le edicole e sopra il portale gemino corrono le Storie di S. Bernardino, a rilievo bassissimo, ma netto e riccamente ornato.

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Angeli musicanti

Splendidi come cammei, nel contrasto degli esilissimi rilievi sul fondo colorato, sono i rilievi con Virtù e Angeli musicanti degli stipiti, ideale crocevia formale tra il gusto robbiano della composizione entro uno spazio metopale e l’orgiastico sfrenarsi di volumi caro a Donatello: il tutto, però, sottomesso al linearismo elegante di Agostino di Duccio.

Furio Durando

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