“Il poeta alla griglia”* saggio di Corrado Calabrò (prima parte)

saffo1. In principio fu il Verbo; ma il Verbo era improferibile. E in principio fu la Luce: ma la Luce non era raffigurabile(1). Sta lì l’inizio della questione: quale rapporto possiamo stabilire con l’assoluto? Per la raffigurazione scultorea e pittorica la soluzione di Mosè (come poi di Maometto) fu il divieto, per evitare gli idoli. Per la parola c’era il Libro. Ma il Libro(2) era composito, scritto a più mani (cosa questa da cui stette bene in guardia, egemonicamente, Maometto) e accoglieva teologia, regole di condotta, storia, narrativa, poesia. Venne poi Cristo e con lui Verbum caro factum est. Dio non entrava più solo in relazione col nomoteta (e saltuariamente coi profeti). Dio-Figlio (o il Figlio di Dio?) si rapportava a ciascuno di noi nell’intimo e nell’ecclesia. L’assoluto (almeno in uno dei tre suoi aspetti) diveniva a misura d’uomo, per offrirsi all’uomo. Poteva l’uomo provare a esprimerlo, a raffigurarlo, quanto meno nella rappresentazione umanizzata che Cristo ci aveva mostrato per entrare in contatto con noi? L’iconoclastia lo negò, distruttivamente. Ma in Occidente, in esito a un conflitto tormentoso, essa alla fine fu sconfitta. Bisogno di verità (e non solo di precettistica salvifica, come per l’Islam), di verità compulsata da interrogazioni sempre più incalzanti su significati da noi comprensibili, bisogno di ricerca attiva di quelle verità o almeno di quei significati anziché di mera ricezione passiva della rivelazione, bisogno di influire sulla realtà prossima mediante la preghiera a Dio e (se Dio è troppo ascosto e/o discosto) ai suoi intermediari nati dall’uomo: la Madonna, i Santi. Fu un processo molto lungo e molto graduale. Per secoli e secoli l’icona non fu altro che un sussidio evocativo, convenzionalmente fissato in un’immagine ripetitiva fino all’assuefazione, appiattita su una superficie senza prospettiva (perché l’eternità non soggiace al tempo né allo spazio). Solo col Rinascimento l’arte occidentale recuperò la capacità espressiva della classicità greca; prima per l’apollinea perfezione e poi, via via, anche per l’interiore pulsione dionisiaca.

2. Una rivista americana ha affermato recentemente che Platone e Aristotele non appartengono più alla cultura dell’uomo moderno(3). E altri (Andrea Carandini) ha parlato di natura anticlassica di questo nostro tempo. E’ così? Non c’è dubbio che la ragione abbia manifestato i suoi limiti come strumento cognitivo della realtà. E che la realtà abbia manifestato la sua irragionevolezza. La meccanica quantistica, con la doppia proprietà corpuscolare e ondulatoria delle particelle, col principio di indeterminazione di Heisenberg(4), col processo stocastico, ha dimostrato che «Dio gioca a dadi» e che la natura si prende impertinentemente gradi di libertà a dispetto degli illuministi, di Einstein(5) e di ogni ragionamento sui massimi sistemi(6). E’ su questo gioco a dadi che si basa la nostra realtà elettronica, dai transistor ai cd (il linguaggio quantistico esprime ormai le leggi fondamentali della fisica, esclusa soltanto quella di gravità). Addirittura la nostra incoercibile tendenza (da Socrate in poi) a razionalizzare, a normalizzare, ci spinge a cercare leggi costanti finanche dove l’informazione è irraggiungibile. Anche quando i singoli fenomeni sono ingovernabili e imprevedibili, la statistica, a livello di grandi numeri, ne può predire la frequenza, persino per fenomeni caotici come il gioco, le guerre, le valanghe, i terremoti(7).

3. Uno degli aspetti moderni del caos è la logorrea della società contemporanea. Si chiede ormai così poco alla parola – ha osservato Giuseppe Pontiggia – ch’essa finisce quasi sempre per darlo. In Tv la parola dello sprovveduto vale quanto quella dell’esperto; gli intervistati vengono sollecitati a pronunciarsi su quello che non sanno. La televisione apre sì una finestra in diretta su qualsiasi parte del pianeta ma vuole telespettatori, recettori passivi che facciano audience, non operatori interattivi(8), anche se sta ben attenta a far credere il contrario (è per dare l’illusione dell’interattività, per far credere al telespettatore di entrare nel video, che la televisione fa tanti concorsi a premi)(9). La Tv pialla il pensiero, gli toglie spessore. Il linguaggio viene usato dal potere (e il massimo potere oggi è quello dei mass media) per dominare comunicando(10), per appiattire le disomogeneità omologandole; dalla gente viene sperperato nella chiacchiera universale(11). Si può pensare che l’informatica consenta una certa riappropriazione del linguaggio da parte dell’individuo. Con l’informatica il modo di scrivere dei giovani cambia velocemente: si avvicina di più al modo di parlare. Il che, tuttavia, se fa acquistare in spontaneità, non fa guadagnare in qualità. La riconversione della scrittura è all’immediatezza, allo spontaneismo dell’oralità, non alla pregnanza della parola consegnata alla tradizione orale. Si tratta di una comunicazione che resta generalmente a livello di conversazione e con essa scorre via torrentizialmente(12) senza fecondare il terreno, senza lasciare traccia nella psiche. Logorrea orale e scritta, dunque. Eppure, in tanta sovrabbondanza, il bisogno della poesia nasce, paradossalmente, da una carenza di linguaggio. In un mondo, in un’epoca logorroici, quando vogliamo dire qualcosa di assolutamente nostro, di nuovo, di vero, di non detto, forse d’indicibile, ci accorgiamo che ci mancano le parole. E già, perché per dire il suo personalissimo indicibile il poeta deve adoperare la parola, vale a dire il mezzo espressivo più usato, più sciupato, più abusato che ci sia. La faciloneria, il qualunquismo, lo scoraggiamento, conducono i più a chiedere troppo poco alla parola; come chi calci il pallone a casaccio e poi pretenda ch’entri nel sette. La sofisticazione intellettualistica induce i più esigenti a chiedere troppo, porta alla pantomima asfittica del non detto: ginnastica preparatoria di una partita che non sarà giocata. La poesia, praticata da milioni e milioni di persone, rischia di risolversi in un vizio solitario.

4. Viviamo in tempi di pensiero debole, di destrutturazione della conoscenza. Una grande caduta di forze scoraggia qualsiasi impennata dell’arte, della poesia. Del resto a che servirebbero le forze, le ali, a tendere a che cosa, in un’epoca in cui viene assiomaticamente negata la sopravvivenza di valori, di aspirazioni, che diano portanza alla creatività nella generale dissolvenza? Il primo e massimo valore investito dallo scetticismo è la verità.(13) Non si tratta semplicemente di sfiducia filosofica nella capacità umana di attingere la cosa in sé, si tratta, anche e soprattutto, di indifferenza. La quale potrebbe fors’anche essere salutare se riferita solo alla verità nel senso occidentale e prevaricatore di verità posseduta (Wahrheit) e non facesse un tutt’uno di essa e della verità nel senso greco di rivelazione (ἀλήθεια)(14). Ma, poiché natura non tolerat vacuum, il vuoto spinto così prodotto è stato riempito dall’ideologismo e dalla cultura dell’effimero, rassicuranti perché ci esentano da qualsiasi tensione al superamento, all’al di là. «La società vuole che gli artisti siano lassù in alto, sul podio, o in testa ai cortei, e in coda ai girotondi, in modo da rassicurarci che la letteratura non esiste, che la fantasia non esiste, e che l’immaginazione religiosa non ha alcuna importanza»(15). Su questa sostituzione di valenze aggreganti a valori esigenti, il gruppo di intellettuali dominanti ha fatto leva per l’affermazione del proprio circuito di potere, ancorché preferiscano invece professare e far credere che la poesia si contrapponga semplicemente al potere politico e non anche al loro potere costituito (ben più compressivo della creatività artistica perché ne determina il riconoscimento o il conculcamento). E’ andato così smarrito il senso profondo dell’arte, della poesia; e con esso la capacità stessa di percepirlo. «Nell’Occidente avanzato, a forza di logos (=giudizio, ciò che lega A a B) e di intelletto (=interlego), si è perso di vista il primigenio nous, che dice piuttosto annusare (come il cane di Ulisse, Argo, che a fiuto riconosce il padrone). Il verbo poetico, invece, è un po’ fatto di una fisicità che ti fa annusare il reale» (Oxana Pachlovska). La poesia è stata relegata al mondo del divertimento intellettuale, del relax, del solletico, dell’intrattenimento(16), del desiderio di apparire originali, all’avanguardia, alla moda; e la moda cambia ogni stagione. In questa obliterazione dei valori dell’arte, della creatività, della poesia, un ruolo dominante (malgrado la contrapposizione di Jean Paul Aron) ha giocato la Francia, anzi Parigi, della cui cultura la letteratura europea, e massimamente quella italiana, sono vassalle. Ci furono stagioni, anche esaltanti (ad es. l’impressionismo), in cui Parigi era la letteratura, la pittura, l’arte. Oggi essa è rimasta soprattutto la capitale della moda, identificata tout court con la perenne avanguardia di tutto quel che vale essere, anzi apparire(17). Smarrita l’impressività, l’icasticità dei lirici greci, la poesia, l’arte vivono la vita effimera di una moda vorace che le consuma vorticosamente senza che ne resti traccia, come avviene dei giornali che appunto durano un giorno, o delle migliaia di notizie che scorrono ininterrottamente sul video dei nostri terminali. Le pseudopoesie imperanti (per riconoscimento autoreferente, non per eterolettura) sono come i giocattoli rotti dai bambini nevrotici, che li smontano perché vorrebbero essere loro a ricostruirli, a farli funzionare. Solo che non ne sono capaci e non vogliono ammetterlo (c’è della magia anche nel montaggio); e allora dicono che il giocattolo non gl’interessa, che è démodé (parola terribile, condanna senz’appello). Assistiamo a una versificazione che non trae alimento da una vena profonda (troppo isolata, come i pozzi nel deserto, per fare proseliti, movimento culturale) ma dalla preletteratura e dall’ideologia. Un’incapacità di rappresentazione propria che ha bisogno di essere mediata dalla rappresentazione altrui, non quale arricchimento della nostra capacità di esprimerci ma come omologazione della nostra identità. Come nella pittura bizantina, gli stilemi si susseguono nell’imitazione gli uni degli altri, depotenziandosi sempre più della capacità di raffigurazione diretta. Possono solo essere riprodotti, in forma omologata, i modelli e le maniere proposti. Un’esperienza mancata, una scelta ch’altri ha fatto per noi, un’informazione di seconda, terza, ennesima mano, passata attraverso innumerevoli filtri, che non sono i filtri della cultura, sono gli alambicchi in fondo ai quali si rinviene, al postutto, solo un’espressione residuale, inerte, deprivata della capacità di suscitare qualsiasi reazione, qualsiasi interazione. L’opposto della poesia, ch’è scoperta che zampilla sempre nuova e gioia improvvisa di quella scoperta(18). Contro la glaciazione della cultura (J. P. Aron) si dibatte, rappresa nel fondo del nostro voler essere noi stessi, una propensione inesprimibile all’ αληθεια, o almeno all’autenticità. Sentiamo il bisogno della poesia come gli alpinisti sentono il bisogno di salire sempre più alto. Anche se in cima non si può sostare; la rarefazione dell’ossigeno ci riporta ben presto a quote più praticabili.  Il poeta scrive perché non può tacere quello che non sa di dover dire (19). Ma come possono condividere questa spinta interiore certi signori della letteratura che non hanno mai conosciuto la condizione di entusiasmo sperimentata da chi ha sentito un dio entrare dentro di sé (εν-θεος), quella condizione di possessione della mente, di divina follia, di cui parla Platone e che corrisponde misteriosamente alla nostra attesa più profonda? In quest’epoca di inautenticità dove va dunque a sbattere il povero poeta? «Intanto, lui stesso si è spesso già perso nella sterilità del mero intellettualismo dominante. Non ha più naso. Come nella Figlia del Capitano di Puškin: Pugačov sente nella tormenta di neve l’odore del fumo dell’isba[…] L’uomo di città non sente nulla. La poesia di questo intellettualismo è sterile. Parla (quando non balbetta) al più alla testa» (Oxana Pachlovska)(20).

Corrado Calabrò

Note

[*Una prima versione ridotta di questo saggio è stata pubblicata su Cultura tedesca, n. 20, ottobre 2002].
(1) Cfr. , per tutto il primo paragrafo, M. Cacciari, Teologia dell’icona, Palazzo Leoni Montanari, Ed. Archivio Tommasoli, novembre 2000.
(2) Lo sradicamento dalla loro terra ha comunque indotto gli ebrei all’ipervalutazione della parola e del libro che la contiene, considerati come retaggio di verità e come segno di appartenenza inalienabili, trasportabili con sé in altri paesi e trasmissibili carnalmente e spiritualmente.
(3) Con ben altro respiro (e sospiro) affronta il tema N. Postman, Technopoly. La resa della cultura alla tecnologia, Bollati Boringhieri, Torino 1993. Profondamente platonico era Kurt Gödel, il grande matematico autore del teorema di indecidibilità, che peraltro, come il suo amico Einstein, non riusciva ad accettare la casualità della meccanica quantistica e del principio di indeterminazione di Heisenberg, convinto com’era della razionalità dell’universo: di quello materiale e di quello –altrettanto reale- delle intuizioni, dei concetti e degli enti logico-matematici, che ci danno accesso all’empireo delle idee. E M. Yourcenar osservava che ogni grande pensiero è stato espresso per la prima volta in lingua greca.
(4) E’ pur vero che anche il principio di indeterminazione si esprime attraverso una formula matematica e quindi razionalmente l’osservatore «condiziona» l’osservabile al momento della misura, ma secondo una legge ben precisa (v. anche nota 7); comunque Heisenberg «mette inevitabilmente in soffitta la pretesa della scienza di cogliere l’assoluto oggettivo, in buona sostanza la Verità» (Oxana Pachlovska).
(5) Anche Einstein, quando non era creativo -ed era meno giovane- aveva i suoi paraocchi (e la sua presunzione nel sostituirsi a Dio, sebbene altra volta la cosa gli fosse riuscita). «Dio non solo gioca a dadi con l’universo» contrappunta Stephen Hawking «a volte li getta dove non si vedono».
(6) Nella religione vedica – che, come tutte le religioni orientali, è totalmente extrarazionale – il mondo è creato al ritmo del tamburo da Nataraja, il dio del gioco e della danza. E l’universo stesso non è altro che un grande gioco (cfr. I Veda, Bur, Milano 2001, ed. it. a cura di M. Carrara Pavan).
(7) Si è così rilevato che una valanga di entità doppia è 2,14 volte più rara, una guerra che faccia il doppio dei morti 2,6 volte più improbabile, un terremoto di forza doppia è 4 volte meno frequente. La teoria dei giochi è, com’è noto, una teoria matematica: la matematica, ancora una volta, come irriducibile strumentario di logos (giudizio) e d’intelletto (interlego): v. appresso paragrafo 4.
(8) Tuttavia la crescente integrazione tra l’informatica e le telecomunicazioni tende a trasformare i televisori in schermi portanti di servizi interattivi.
(9) Peraltro «nella cultura elettronica[…] la memoria è stata così quasi totalmente marginalizzata anche nella scuola che pare sopravvivere ormai solo in quei riti mediatici» (forse per questo tanto apprezzati) «che sono i quiz a premi televisivi»: M. Baldini, Prolusione all’anno accademico 2002 dell’Università Luiss, 5 febbraio
2002.
(10) Per Gadamer la televisione è utilizzata dalla moderna élite delle informazioni per schiavizzare l’umanità: cfr. Intervista di Stefano Vastano a Hans Georg Gadamer, su «L’Espresso», 23 settembre 1994, n. 38. Più vastamente, v. Popper-Condry, Cattiva maestra televisione, Reset, Milano 1994.
(11) «La nostra è una cultura in cui gli uomini sono sommersi da una piena diluviale di informazioni e di rumori, è una cultura priva di spazi di silenzio[…]. La nostra è una società in cui tutti parlano e nessuno ascolta. Di fatto il nostro essere inascoltanti è anche una forma di autodifesa[…]. Ma c’è anche un altro motivo per cui si è inascoltanti. Infatti i messaggi che ci raggiungono non sono solo diluviali, ma spesso sono anche costruiti con parole fallite e fantasmatiche, sono cioè solo della marmellata verbale»: Baldini, Prolusione cit.
(12) Si potrebbe comunque istituire un qualche parallelismo tra l’e-mail informatico, e specie i messaggini sul cellulare, gli sms, e il telegrafo. «Con il telegrafo, ha scritto Marshal McLuhan» (Il medium e il messaggio, Feltrinelli, Milano 1968) «l’uomo entrò in un mondo nuovo di zecca fatto di subitaneità, in un mondo in cui il tempo era cessato e lo spazio svanito. In breve in un villaggio planetario»: Baldini, Prolusione cit.
(13) «La mancanza del dio è il fondamento del mancare di nomi sacri». (M. Heidegger, La poesia di Hölderlin, Adelphi, Milano 1988, p. 33).
«I processi inventivi sono sempre processi di accostamento al Valore» (M. Corti, Percorsi dell’invenzione, in Sguardi incrociati, Quaderni di libri e riviste d’Italia, Poligrafico, Roma 2002, p.16).
(14) Gli slavi si sono affidati a un’altra accezione della verità. «Il termine Vera non significa verità, ma fede; hanno puntato su un ideale fideistico e mistico. Da noi ha vinto Dostoevskij, non Herzen» (Oxana Pachlosvka): il che non giova neanch’esso a quella sublime interazione tra λόγος e pulsione che la ποιησιζ greca ha raggiunto.
(15) P. Citati, Scrittori e vecchie sciocchezze, in «La Repubblica», 29 marzo 2002.
(16) «La poesia non è solo un ornamento che accompagna l’esserci, non è solo un entusiasmo momentaneo o addirittura solo un eccitamento o un intrattenimento. La poesia è il fondamento che regge la storia dell’uomo» (Heidegger, La poesia […] cit., p. 51).
(17) «In Francia, paese anche frivolo, regna la moda: ogni primavera bisogna cambiare scarpe, cappello, cappellino, cravatta, foulard, tailleur, giacca, calzoni, cappotto o pelliccia. Così chi in Francia adorava Mao nel 1968 l’anno dopo adorava il taoismo; nel 1972, il Buddha; nel 1973, gli indiani d’America; nel 1975, Lacan; nel 1977, i Sufi persiani; nel 1979 Khomeini; nel 1981 Giovanni Paolo II; nel 1983 Heidegger; nel 1985
sant’Agostino; nel 1987, santa Teresa. Il cambiamento di cappellini e di cravatte non finisce mai. Così la bêtise riesce a sembrare intelligente e curiosa. La gente non si annoia».(Citati, Scrittori […], cit.).
(18) «Da folle io parlo. Ma tuttavia parla. Il poeta non può non parlare perché è la gioia. Una qualche gioia indeterminata per chissà che cosa oppure quella gioia che sola è gioia perché in essa si dispiega l’essenza di ogni gioia? Che cos’è la gioia? L’essenza originaria della gioia è il divenire di casa nella vicinanza all’origine.” (Heidegger, La poesia […] cit., p. 33).
(19) A proposito di Dino Campana Montale ha parlato di poesia in fuga, fuga in direzione dell’inconoscibile, verso la sorgente da cui scaturisce l’ignoto.
(20) Sono nato sulla riva del mare; certi autunni le mareggiate giungevano fino alla soglia della nostra casa ai bordi della spiaggia. Seguivo con lo sguardo le navi che, lasciato lo Stretto di Messina, rimpicciolivano sempre più fino a venire inglobate nella distesa liquida. Pure, mi sembrava di continuare a vederne una parvenza, come il sorriso del gatto sparito di Lewis Carrol. Avrei voluto seguirle a nuoto o in barca a vela
spingendomi fino alla soglia che segna il limitare a un nuovo giorno. E’ stato questo il mio imprinting dell’indeterminatezza della poesia, del desiderio dell’illimite, di un orizzonte che s’apra su un ulteriore orizzonte, di un sipario mentale che s’alzi su un altro scenario, in un inseguimento senza fine. Scrive Senofonte «Ora siamo trasportati come i naviganti che, per quanto solchino il mare, non possiedono il tratto che lasciano dietro di sé più di quanto non possiedono il tratto che devono ancora solcare». (Senofonte, Ciropedia, trad. di F. Ferrari, BUR 2001, vol. II, p. 505).

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