“Una spensierata miseria”: la Buenos Aires di Jorge Luis Borges, di Fabrizio Milanese

borges001“Per anni ho creduto essere cresciuto in una periferia di Buenos Aires, periferia di strade avventurose e di tramonti visibili. In realtà sono cresciuto in un giardino, dietro le lance di una cancellata, e in una biblioteca di infiniti volumi inglesi. Quella Palermo del coltello e la chitarra (mi assicurano) era agli angoli delle strade, ma chi popolava le mie mattine e procurava un gradevole orrore alle mie notti erano il bucaniere cieco di Stevenson, agonizzante sotto gli zoccoli dei cavalli, e il traditore che abbandonò l’amico sulla luna, e il viaggiatore del tempo che riportò dal futuro un fiore appassito, e il genio prigioniero per secoli nell’anfora salomonica, e il profeta velato del Khorasan, che dietro le gemme e la seta nascondeva la lebbra. Cosa succedeva, nel frattempo, oltre le lance della cancellata? Quali destini vernacoli e violenti andavano compiendosi a pochi passi da me, nella sordida bettola o nello spazio turbolento? Com’era quella Palermo o come sarebbe stato bello che fosse? A tali domande vuole rispondere questo libro, più d’immaginazione che documentario.”

Così Jorge Luis Borges apre il suo Evaristo Carriego, saggio biografico, dal lui stesso definito “più d’immaginazione che documentario” su di un poeta argentino vissuto a cavallo fra XIX e XX secolo che passò quasi inosservato negli ambienti intellettuali della capitale. Il libro era infatti dedicato ad una figura estranea a quegli ambienti; poeta “bohemien, tisico ed anarchico”, Evaristo Carriego, vive nel quartiere Palermo, in quei tempi periferia malfamata di Buenos Aires dove convivono il “coltello e la chitarra”. Borges ne racconta le gesta in maniera ricchissima di suoni e immagini tanto che nella lettura, ci si dimentica spesso che Carriego sia davvero esistito e ci si perde nel racconto come se si stesse parlando di un personaggio di fantasia. Non è solo Evaristo Carriego il protagonista di questa biografia, che si può leggere tranquillamente come un romanzo: è il carattere della città di Buenos Aires, o meglio delle città di Buenos Aires che è rappresentato in maniera convincente. Borges entrando nella vita di Carriego e del quartiere Palermo, entra nel cuore di Buenos Aires, la percorre, la descrive, guarda da dietro le spalle i malviventi giocatori di carte, spia dalle finestre dei bordelli, assiste ai duelli a coltello, commenta i tanghi e le milonghe che sente per la strada.

“E’ di questa Palermo del 1889 che voglio scrivere (…) Al di là della linea ferroviaria dell’Ovest, il quartiere se ne stava in ozio tra le insegne dei venditori all’incanto, non solo sopra gli originari terreni incolti, ma anche sopra lo sparpagliato ammasso di case di campagna, brutalmente lottizzate per essere poi avvilite da negozi, carbonaie, retrocortili, chiostri, barberie e recinti per bestiame. Rimane qualche cortile affogato nel quartiere, di quelli con palme impazzite tra materiali e ferraglie, reliquia degenerata e mutilata di una grande villa. Palermo era una spensierata miseria. Il fico faceva ombra sulle tettoie: modesti balconcini si affacciavano su giorni eguali, la sperduta trombetta del venditore di noccioline esplorava il cader della notte. Sopra l’umiltà delle case non era raro vedere una grande anfora in muratura coronata aridamente di fichidindia: pianta sinistra che all’universale letargo di tutte le altre sembra opporre una zona d’incubo (…) C’erano anche cose felici: l’aiuola del patio, l’andare compassato del compare, la balaustra con riquadri di cielo”.

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Per Borges è questa l’occasione di parlare della Buenos Aires della propria giovinezza: i quartieri e gli abitanti, (fra i più peculiari, gli immigrati italiani), le abitudini dei letterati (fortemente influenzati dall’allora recente poema epico Martin Fierro), nonché le origini del tango e della milonga. Buenos Aires è la città borgesiana per eccellenza: priva di quelle caratteristiche tipologiche precise che ritroviamo nelle grandi città, volubile e cangiante allo sguardo, specchio e metafora di tutte le grandi città del mondo. Ma soprattutto Buenos Aires è una città “inventata” da Borges, che le ha dato un’immagine letteraria che si relaziona in maniera interessantissima e complessa con quella reale. La città segnerà nell’immaginario di Borges l’inizio e la fine della sua vita, una sorta di centralità, alla quale la mente possa far ritorno. Riscoprire e reinventare la città è un’attività alla quale Borges si dedicherà dopo gli anni passati in Europa tanto che al suo ritorno nel 1921, troverà una Buenos Aires nel pieno di una forte espansione immobiliare e procederà ad una emozionante rilettura della sua città guidato da immagini del ricordo e da immagini della nuova metropoli che si andava definendo. Gli anni dell’infanzia erano stati vissuti da Borges nel quartiere Palermo in una tipica grande casa a due piani, con patio e biblioteca che torneranno spesso all’interno dei suoi scritti; un’infanzia da “recluso”, fatta solo di letture e di studio all’interno della grande biblioteca ricca di volumi inglesi, ed al suo ritorno in Argentina, dopo il periodo Europeo, cercò di scoprire la sua città che gli era rimasta ignota. Borges, reduce dall’esperienza europea, pubblica nel 1923 Fervore di Buenos Aires, segno della sua forte volontà di ricongiungimento con la sua città natale. I versi giovanili di Borges evocano interminabili e solitarie passeggiate notturne per i quartieri periferici della città, vista come una vasta e popolosa disseminazione di tranquilli gusci familiari, ascoltati attraversando piazze, giardini e case con patio. E’ una Buenos Aires raccontata attraverso la raccolta delle tracce residue di ciò che è scomparso ed i segni di ciò che sta per scomparire.

Fabrizio Milanese

  

SOBBORGO

                                                                                                    a Guillermo de Torre

Il sobborgo è il riflesso del nostro tedio.
I miei passi claudicarono
quando stavano per calpestare l’orizzonte
e restai tra le case,
quadrangolate in isolati
differenti ed uguali
come se fossero tutte quante
monotoni ricordi ripetuti
di un solo isolato.
L’erbetta precaria,
disperatamente speranzosa,
spruzzava le pietre della strada
e vidi nella lontananza
le carte di colore del ponente
e sentii Buenos Aires.
Questa città che credetti mio passato
è il mio avvenire, il mio presente;
gli anni vissuti in Europa sono illusori,
io stavo sempre (e starò) a Buenos Aires.

 

LE STRADE

Le strade di Buenos Aires
ormai sono le mie viscere.
Non le avide strade,
scomode di folla e di strapazzo,
ma le strade indolenti del quartiere,
quasi invisibili poiché abituali,
intenerite di penombra e di crepuscolo
e quelle più fuori mano
libere di alberi pietosi
dove austere casette appena si avventurano,
schiacciate da immortali distanze,
a perdersi nella profonda visione
di cielo e di pianura.
Sono per il solitario una promessa
perché migliaia di anime singole le popolano,
uniche davanti a Dio e nel tempo
e senza dubbio preziose.
Verso l’Ovest, il Nord e il Sud
si sono distese – e sono anche la patria – le strade:
Dio voglia che nei versi che traccio
ci siano quelle bandiere.

J.L.Borges, da Fervore di Buenos Aires. Traduzione di Domenico Porzio

 

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