“Di lunghe ore il tempo”, di Francesco M. T. Tarantino

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Di lunghe ore il tempo il naufrago invalse
e delle vele al vento parve sabbia
quando l’albero e le catene infranse
di uomini oramai caduti in gabbia
e contro il cielo avanza bestemmia
di una sabbia che non conosce pari
e si versa il vino della vendemmia
per contrastare le onde dei tuoi mari.

Quanto pesa il ripercorso di un sentiero in fondo alle proprie impercettibili contrapposizioni oltre un vuoto di separazione dai contesti delle tue aspirazioni e l’incontrovertibile tergiversazione di un ¿quando in mezzo al guado? Non ci sono sconti sul biglietto d’ingresso, né valgono altre convenzioni di categoria o, più o meno, libere associazioni dove paghi le tasse e, forse, ti daranno la pensione. Ma l’appuntamento col destino, quello no, non lo puoi procrastinare e il bordo del fiume del tuo sangue che continua a scorrere senza arrestarsi, no, non lo puoi ignorare, anzi è adesso l’ora che lo devi camminare e non ci sono scuse, valide motivazioni per rinviare: hai accumulato un’infinità di informazioni che ormai esondano la riva e non puoi più negare il mugghiare dell’acqua a notte fonda che si frange tra le pietre ed il cielo illuminato a luna che ci si rispecchia. Accettare la sfida è l’unica alternativa possibile per continuare a chiamarsi e sentirsi uomo. Raccogliere i frantumi dei cocci dei tuoi giocattoli preferiti, i residui di una vita di sola apparenza, il fardello delle idee logore e malsane che hanno impostato il tuo modus vivendi, ed ossigenarsi a nuove prospettive lungo una meridiana di sola incontrollabile ascesi senza paure e ritenzioni, disporsi alla rinuncia di ogni becero sentimento di commiserazione e dire, una buona volta ma con convinzione, mi prenda un lampo e mi porti via e non resti di me che l’oblio! Potrebbe essere questo il momento della riconversione, il desiderio che l’acqua o il cielo ci separi e c’invada di tutto il tempo che gli elementi hanno incamerato con perle di saggezza e tesori di esperienze e sentimenti che hanno legato gli uomini alla vita, e dell’esistenza ne conservano memoria e consapevolezza storica e politica assecondando gli orrori della guerra e il clima rasserenante della pace in una prospettiva di continuità e di assenza di livori e rancori e il proponimento del mai più! Ma come al principio si insinuò, con maestria subdola, il bastardo, continuò imperterrito a seminare odio, violenza, egoismo e sentimenti di strafottenza, tracotanza e arroganza e un altro dio: il denaro, così il mai più è diventato soltanto liturgia: vuoti gesti rituali d’insipienza. Muore ogni intorno e la fantasia; si ricostruiscono muri più alti e più spessi di prima, gli echi della guerra si moltiplicano e gli interessi sono sempre più lerci e finalizzati all’accumulazione della ricchezza e alla supremazia per il comando del pianeta. Soltanto l’abbandono da parte di ognuno di ogni velleità arrivistica mediante un vivo sentimento di condivisione e solidarietà può permettere una rinascita globale e umanitaria di una nuova società in cui possono confluire le idee che hanno retto saggiamente il mondo e ne hanno determinato la storia. Fare tabula rasa di ogni negatività, e attraversare il pensiero positivo dei grandi maestri e delle dottrine filosofiche che hanno prodotto il progresso dell’umanità, è l’unica, sensata operazione che resta da compiere e, bando agli egoismi, disporsi ad accettare l’altro come un unico con se stessi: non c’è altra via. No, non è affatto un’operazione indolore, come non è indolore il perdere privilegi o diritti acquisiti, come non è indolore perdere un braccio, una gamba, un polmone, un pezzo di cuore, ma ogni cosa è meno preziosa della vita, allora, per la vita di ognuno e di tutti, trionfi la giustizia e la fratellanza; riacquistiamo alla nostra anima la dignità di essere uomini, e facciamolo unilateralmente!

Finché aspetteremo che qualcun altro cominci, stiamo sicuri che non si comincerà mai. Eppure il tempo è maturo a ché uno scatto di rinsavimento si insinui nel nostro più intimo e recondito sostrato del cuore attraverso uno scandagliamento, mai fatto prima, che tenga conto di ogni momento che si è incamerato dentro per non cancellarlo mai più. Non ci sono attimi privilegiati rispetto ad altri che compongono la nostra vita, ognuno è concatenato all’altro in una dinamica che non lascia immutate le cose ma le sedimenta dopo averle scomposte e ricomposte. Non può esistere un tempo migliore di un altro perché ogni tempo è il battito costante della vita che non arrendendosi ci sprona a cercare la nostra identità, tanto più se la memoria ne ha perso le tracce. Così come è un continuum la persona in relazione ad un’altra, è la vita che interseca le relazioni in un avvicendamento di coscienzialità per ciò che si è o si vorrebbe essere. Ma è la solitudine che intercetta la presenza dell’altro all’interno di un movimento circolare che non può escluderci dal ritmo pulsante del creato che è fatto di uomini e donne, di cielo e di terra, di acqua e di fuoco, di vento e di spirito, di ogni erba e di ogni pianta, di ogni singolo animale che pulsa con noi e vive con noi nutrendosi degli stessi nostri alimenti senza sprechi e con parsimonia. E la natura sta facendo appello ripetutamente alle nostre sordide coscienze premendo affinché un cambiamento sempre più improcrastinabile possa allungare l’esistenza della vita sulla terra. Non si può più tollerare che i profughi, gli ormai senzaterra, i morenti di fame e di sete, i nullatenenti, poveri, derelitti e senza speranza vaghino di frontiera in frontiera perché il ricco Occidente non vuole rotture di coglioni. Ci si allea con Erdogan, con Al Sisi, con le faccedimerda guerrafondaie e bramose di soldi e di potere per accaparrarsi litri e litri di petrolio da farci i dolci quando viene Natale. Povero, innocente, intenso Bambin Gesù che già nelle fasce sei stato tradito, ¿cosa raccontare a quei, Bambinelli pure loro, che sulle spiagge a Natale non hanno il bue e l’asinello e la protezione di Giuseppe, che alla sera l’alta marea se li porta via lasciando due straccetti e qualche scarpa di pezza colorata? Tergiversare ancora, ¿a che pro? Siamo all’inizio della fine ed è finito il tempo del gioco. Forse è venuto il tempo di morire, e il raccapriccio sta accucciato dietro l’angolo. C’è ancora un tempo per ridomandare indietro il suicidio collettivo e per spargere il seme della non-belligeranza in un progetto di rinnovamento delle idee dove non può sussistere l’uno senza l’altro. Ogni migrante che incontriamo bisogna sentirlo come arricchimento personale culturale, sociale, economico e politico. ¿ Avrà anch’egli delle storie da raccontare? Dei sogni da condividere e attraversare? Delle mani e braccia per lavorare? Un modello economico da esportare? Un silenzio da meditare, un Dio da pregare? Basta invitarlo e ci racconterà della sua mamma, del papà, della sua famiglia composta di fratelli e sorelle, dei suoi pascoli e delle sue transumanze. Invitiamolo e ci racconterà dei suoi bambini e dei bimbi che ha visto annegare, del freddo sotto le stelle e del caldo lungo le distanze del mare e dei pescekani dal volto umano. Invitiamoli e cambierà la filosofia e la storia delle idee. ¿ Trasporteremo l’apparire in una nuova finzione? Sarà l’ennesimo appuntamento mancato! Sarà l’ennesima zappa sui piedi, l’ultimo vagito dell’animale che continua a vivere in noi. Il tempo conclamato della nonmisericordia! La discesa agli inferi senza risalita! L’eterno morire… Mi riattraversano le nuvole con una molteplicità di formule dove un bimbo può scoprire intense favole ed un anziano leggervi il proprio e l’altrui futuro. Le nuvole parlano assumendo di volta in volta forme e tonalità diverse, a seconda di quel che ci vogliono comunicare e spesso si ostinano a parlarci con figure semplici che, appunto, i bambini comprendono e se le raccontano e sono anche capaci di suggerire le forme che avrebbero piacere vedere. Non ci crederete ma le nuvole li sentono, i bambini, e li accontentano, e tra una capriola e un’altra, con l’aiuto del vento, si dispongono così come i bambini suggeriscono. Anche Elia giocava con le nuvole e faceva piovere oppure no a suo piacimento; se anche noi sapessimo parlare col vento e le nuvole e il cielo e le stelle e ogni desiderio, ci divertiremmo come matti, con l’infanzia dei giochi dei bambini. Se solo avessimo lo sguardo attento dei vecchi quando dalla loro veranda osservano lo scorrere del mondo sotto di loro, le poche lacrime che rigano il loro volto quando percepiscono di essere di troppo e il loro sorriso per quel piccolo e affettuoso bacio dei nipotini prima di andare a letto; se solo avessimo la loro percezione… il loro insostituibile attendere la chiamata di quel Dio che li lascia vivere ancora un po’ affinché approfittino, i figli, della loro saggezza. Quando mio nonno accendeva il sigaro già l’odore del tabacco m’innamorava la vita, e quando il vecchio ZioLuigi accendeva la sua pipa le nuvolette di fumo m’inebriavano il cervello. Non scorderò mai ogni vecchio che ha incrociato il mio cammino rendendolo luminoso e iridescente e insegnandomi a piangere e a morire. Si potrebbe intavolare un confronto tra i diversi saperi senza la primazia dell’uno sull’altro e con atteggiamento dialettico operare per il bene comune senza interessi di bottega o elettorali. La politica, quella becera, ha strumentalizzato ogni cosa e ha innescato un meccanismo di rivalsa e competizione che non aiuta certo la convivenza sociale, infatti ci si esclude, al più ci si ritrova in quei tre o quattro per vivere più in solitudine la propria emarginazione e l’espropriazione delle coscienze, annegando le proprie frustrazioni in un fiasco di vino, per non parlare di spini o di polveri più o meno bianche, nell’assoluta indifferenza degli arrivati e dei nuovi che tentano la scalata, sì perché ormai il DNA si è modificato al punto tale che non si avverte più nessun residuo di coscienza (della serie civilissimo-cattolicissimoborgo-donPeppiniano), e questo, checché ne dicano gli incravattati in piazza, è colpa, sì della barbarie politica, ma lo è altrettanto il disinteresse e l’ignavia dei suddetti che puzzano di consapevole connivenza per il-tirare-a-campare e la morta gora in cui ristagna l’assenza di memoria e la finzione collettiva dei preti e delle baccanti. Disillusioni, e alternanze di postura, immettono un brivido agghiacciante, tra il frastuono dei folletti vaganti e dei fantasmi remiganti, irrisolti negli incubi bambini lungo gli accidenti che di un percorso ne hanno cancellato l’identità, e perfino i corvi sono andati via per idiosincrasia col veleno profuso su ogni bordo da qui al mare. E quando finalmente in un tornante ne scorgi uno, nel suo splendido piumaggio nero azzurro, sai che è l’amico mio che lo manda come messaggero per trattener le pietre e le bugie di un’ombra che riposa altrove ma che hanno amareggiato in un lungo divenire. Ne ho incontrate di stronze fatte di sorvoli e di inutili rappresentazioni, la cui menzogna alberga nella pancia in combutta con gli intestini, e tra una giaculatoria laica e la parvenza credono di esser diventate alternative matrone del mondo e invece sono cessi da stazione secondaria in preda ad un delirio di competenza quando invece è solo e tutta frustrazione. Continuate a disconoscere i padri e fare finta di innamorarvi dell’alternativa: rimanete sempre cessi d’infima categoria! Quel che attende i padri sconosciuti e l’assenza di madri rimaneggiate sono i figli pronti ad imBrutirsi e di un pugnale brandirne il sangue alla schiena, e soltanto di schiena. Non resterà cenno di un passaggio sanguinolento in una dannazione che ci condanna alla damnatio memoriae come un inferno di insolvenze e perentorie didascalie.

Francesco M. T. Tarantino

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