Il “rigoroso sacerdozio” della Verità: la poesia di Marcello Bettelli, di Ivano Ferrari

dopolestate

Che pretesa parlare della Verità. Che ardire anche solo nominarla. Impantanati come siamo nell’interminabile meandro della Storia, dove le delusioni del presente hanno definitivamente alienato ai cuori la fiducia nelle umane e progressive sorti, c’era forse bisogno di ribadire che il materialismo è ormai tremendamente démodé? Non era sufficientemente chiaro che sono da trattare alla stregua di anticaglie tutti coloro che pretenderebbero di sostituire la materia all’anima, la natura a dio, la ragione alla fede? E come si poteva mai pensare che siano ancora indossabili i panni di quei dinosauri che dichiarano d’ambire addirittura alla Verità, senza sapere, poveretti, che la Verità è relativa e nessuno può conoscerla? E invece, in pieno terzo millennio esoterico-reiki-omeopatico-new age, ecco comparire un Marcello Bettelli, che osa addirittura – e in completa controtendenza – aprire questa Dopo l’estate, sua silloge d’esordio, con un presuntuoso proemio, a mo’ di manifesto poetico, che suona nientemeno che così: «dopo l’estate / non più di sogno né d’utopia si droga / ma di riflessione sull’esperienza / inevitabile – e per ciò autentica – / il mio pensiero oggettivato / s’appassiona». Una dichiarazione che sul momento strapperebbe un sorriso, se un attimo dopo non incuriosisse irresistibilmente. Forse perché da qualche parte abbiamo dentro Manzoni – «l’oggetto della poesia è il vero» – e Calvino – «Esprimere che cosa? Noi stessi, il sapore aspro della vita che avevamo appreso allora» – o forse perché, come in Pavese – «Ci vuole la ricchezza d’esperienze del realismo e la profondità di sensi del simbolismo.
Tutta l’arte è un problema di equilibrio fra due opposti» – anche qui si dichiara di ripudiare il sogno e l’utopia come oggetti dell’arte, ma si promette insieme di non abdicare alla passione. E allora si decide d’addentrarsi speranzosi tra questi versi, ricordando d’aver creduto e di credere ancora che davvero la poesia sia in ogni dove, scritta con un inchiostro che si rivela subito chiaro, se esposto alla giusta luce della luna. E via via ricordando di saper bene che percepire l’infinita poesia della realtà, ampiamente bastevole ad ispirare qualsiasi meraviglia sia stata già scritta o sia da scrivere, senza bisogno d’altro – «La fantasia umana è immensamente più povera della realtà», Cesare Pavese, ancora – ebbene che proprio questo percepire sia il senso stesso della gioventù dell’animo, dotazione obbligatoria di chi vorrebbe scrivere versi, come le ruote o il volante lo sono per chi ambisce a guidare un’auto. Ecco così che, guidati da una suddivisione forse un po’ didascalica ma deliziosa, quasi arcaica nel suo anelito di completezza, si procede attraverso le sette sezioni da cui è composta l’opera. E si fanno i primi incontri. Oggetti innanzitutto. Biciclette: «sai le biciclette / ne facevamo una piantata / l’una all’altre abbarbicata / in piedi / dritte / posteggio della stazione»; navi: «mi è sempre piaciuta la lentezza / possente / delle navi che si staccano dal molo / come la zoppia del passo lento / strascicato / di John Wayne che mai si ridicolizza nella fretta»; condomini: «si deve vivere al quinto piano / casermone di gente che spera in niente / si deve sbarcare un asfittico lunario/ sempre impotenti di potercela fare»; e perfino automobili “da uomini veri”: «quando mi farò la macchina / la comprerò suv-metallizzato-nero / 4×4 gommata larga ingombrante alta / di mila euro almeno cinquanta / la esibirò in città per uso giornaliero / guida minacciosa-piglio-guerriero / che sembrerò a tutti un uomo vero». Ci s’imbatte in asserzioni e dichiarazioni coraggiose, senza mezzi termini, quasi impoetiche, non di rado condivisibili: «il coraggio dell’Occidente / ciò che l’ha fatto un faro / è stato l’azzardo d’andare contro l’istinto/ faticosamente assecondando la ragione». E ancora: «alleviamo figli cialtroni / tal quali i genitori / ostili al sacrificio al perdere alla comprensione all’alterità / ognuno un piccolo capolavoro da subito». Si ritrovano fatti di cronaca recente, come l’11 settembre 2001 e il naufragio della Costa Concordia, ritratti attraverso gli occhiali impietosi e tragici della realtà: «non ho visto dio sulle torri / solo carnefici e molli gl’idoli di parte […] non ho visto vergini pure abbracciare eroi / né nell’azzurro profanato angeli […] ho visto folli pezzi di cornicione / presumo ululanti». Come se fosse sempre Lei, la Verità, l’onnipresente divinità del cantore e la sua musa, la lente irrinunciabile attraverso cui tutto vuole e deve essere osservato. Per ultima, nel caso restassero dubbi, giunge la conclusione a chiosare il lavoro e confermare l’idea-guida: «quando ho voglia di chiarezza / quando ho bisogno di verità / scrivo versi / solo, davanti alla pagina bianca / so che avrò tutto quanto mi spetta». Alla fine ci si scopre ad abbandonare la lettura pieni di una sensazione forte, una freschezza che emana da questo confidare nel vero, che si affida alla custodia ad una poesia destinata a divenire rifugio, luogo dove l’inganno è bandito, porto franco dove i conti finalmente tornano e risarciscono. E ci si accorge allo stesso tempo di non poter fare a meno di continuare a percepire, ripensando all’argomentare di Bettelli, il gusto grato e persistente di una sorta di dilettantismo nella sua accezione più positiva – decoubertiniana si vorrebbe dire – che lo protegge dal disincanto del letterato professionista e dalle evoluzioni virtuosistiche della parola. E certo non è estraneo a tutto questo il fatto che Marcello Bettelli, come lui stesso vuole raccontarci, per vivere eserciti la medicina – «io tocco la morte ogni giorno / sui corpi rattrappiti / nella coscienza negata delle menti svuotate» – la più umana delle scienze e la più scientifica delle discipline umane. Un mestiere anfibio, in bilico tra empirismo e scienza, come anfibia è la poesia di Dopo l’estate, sempre a cavalcioni tra il sentimento impreciso del ritrovarsi uomini e il rigoroso sacerdozio che la Verità costantemente chiede.

Ivano Ferrari

mi è sempre piaciuta la lentezza

mi è sempre piaciuta la lentezza
possente
delle navi che si staccano dal molo
come la zoppia del passo lento
strascicato
di John Wayne che mai si ridicolizza nella fretta
il tumultuare fangoso sotto la chiglia
come gli stivali divorati dalla polvere
il guardare ozioso dei passeggeri all’acqua
sporca del separarsi stentato dalla banchina
come l’arrancare delle natiche cadenti che portano
a fatica il grande corpo in sella dei cavalli all’indolenza
poi sarà il mare aperto e pura la scia d’argento
la prateria infinita e ventre a terra il gran galoppo
sarà energia velocità ritmo armonia
ma quel primo muoversi lento a me ricorda
la forza risoluta dell’inizio faticoso della vita

 

piccoloborghesi

siamo più ridicoli che cattivi
questi piccoloborghesi
tristi comici nati e non ce n’avvediamo
tutti presi da noi stessi
attori/spettatori in un unico teatro
c’abusiamo col piglio di chi vince
con pari arroganza assegniamo e togliamo
ci prendiamo sul serio anche quando perdiamo
sulle macerie del contraddirci ignari c’imponiamo
pura opzione le ragioni dell’altro
non ha valore ciò che non ci fa comodo

 

la guerra è una scienza

la guerra è una scienza, guarda un po’!
non gaia ma lugubre e funesta
che si può studiare e migliorare
che ha i suoi uomini di genio rivoluzionari
dai quali non si può prescindere
per aumentare l’orrore e la viltà
di chi fa strage standosene alla finestra
di chi indifferente per gli uomini non ha pietà
serve per dare una spinta al ristagno industriale
una mossa alla finanza in sopore
promozione per i colonnelli
gloria per i generali
ai soldati per campare
e la gente?
beh la gente muore

 

quelli ancora vivi

passano di lì i vecchi
quelli ancora vivi
con l’aria di trovarcisi per caso
tutti i giorni
che non hanno dove battere la testa
traccheggiano ai margini
per non intralciare
l’affaccendato gestore e si scusano
ché lui non se n’importa
di sminuzzare il noioso rosario
del caro benzina e del gasolio
e della pensione che non ha più peso
l’inutile lamento, ché loro
non fanno mai un pieno

 

sui fiori di mandorlo cade sempre la neve

qui al nord
sotto la collina
sui fiori di mandorlo cade sempre la neve
le piccole gole nivee costrette nel maroso candore
inquietano la gioia di tanti fotografi stupiti
che gl’impalpabili petali bagnati di gelo ritraggono
per la struggente bizzarria della bellezza offesa
eccitati dalla vita e dalla morte unite in un’unica epifania
come chi emotivamente rimuove lo scandalo
ignaro della verità di Darwin
della vita indifferente alla sconfitta e al successo della vita
ma che sempre è dove può esserci
senza alcun disegno

 

per la breve lontananza
a Simonetta

ti guardo quasi piena
lucente al vertice limpido della notte fredda
risalire ostinata la precipitosa corrente delle nuvole e
nelle radure frammentate del cielo
sfidare il palpitare spavaldo delle stelle
mentre Orione ancora esitante t’insegue
e ti chiedo tu così alta regina della notte
deposta ogni invidia per la sua bellezza
di cullare il suo sonno con sogni rassicuranti
quasi fossero le mie carezze
protesta il nostro letto vuoto della sua gioia
ma l’aspetta tranquillo il mio cuore per la breve lontananza

 

passeri

cadono dal cornicione
in larghe volute si nascondono i passeri
inalienabile il coraggio li spinge all’offerta
al cibo maschi e femmine s’avventano duri
picchiettii i chicchi al davanzale disvellono
…ma rumorosi marosi d’urla e di piume
improvvisi li rigettano all’inverno
piccole vedette impietrite sulla grondaia
inscoraggiabili s’arroccano alla vita attendendo
da sempre la madre provvede senza amarli
per due comandi contraddittori la selezione
nessun dilemma – intima – a lotta e amore
…è forse a loro danno il mio becchime
corruzione che dall’assillo quotidiano liberati
alla schiavitù di un dono mendicato li destina

Marcello Bettelli (Dopo l’estate, Matisklo Edizioni, 2016)

Marcello Bettelli, nato nel maggio 1945, ha la stessa età della pace in Europa Occidentale. È nato a Tripoli lì dove più palesi, sia nelle cose che nelle persone, erano i segni della fine ingloriosa del sogno imperiale fascista. Ha vissuto per oltre quindici anni sulla costa fra Misurata e Leptis Magna, subito prima del Golfo della Sirte, frequentando, dopo i dieci anni, le scuole a Tripoli: conserva un ricordo nitido della primavera della sua vita. È rimpatriato nel settembre del 1960 in provincia di Modena, dalle parti di suo padre, dove ha concluso la scuola superiore e poi l’università. Medico a ventiquattro anni, ha avuto l’opportunità di avere tanto tempo per potersi formare una lunga esperienza, prima in ospedale e poi come medico di famiglia, esperienza che ha segnato la sua vita e che non scambierebbe con nessuna altra cosa al mondo. Curioso d’ogni espressione artistica e d’ingegno umano, da sempre forte lettore, dalla metà degli anni ’80 ha cominciato ad appassionarsi di poesia; a metà degli anni ’90 ha intrapreso anche a scriverne. Da lunga data razionalista e laico ha cercato e trovato nello scrivere poesia quello che, soprattutto dopo la maturità ai primi segni dell’autunno della vita, sempre più gli premeva dentro: riuscire a purificare il suo pensiero da ogni ipocrisia e ogni pregiudizio. Il bisogno di riflettere senza censure accettando comunque l’esito al quale di necessità avesse portato lo srotolarsi coerente del pensiero razionale, valore necessario per scrivere una buona poesia civile o sociale o ideologica o di costume ma anche d’amore, è la sua musa e la sua regola.

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