“GETSEMANI o dell’inquietudine” di Francesco M.T. Tarantino, Marco Saya Edizioni, letto da Maria Teresa Armentano

getsemaniIl poema dell’inquietudine, termine ricorrente nelle liriche di Francesco Tarantino, è il racconto dell’esperienza di una vita e di un’anima. Il ritmo tragicopresente nei versi poetici rimanda alla sofferenza di Cristo richiamata dal titolo Getsemani. L’orto degli ulivi, la pietra su cui è inginocchiato il Signore a pregare perché si allontani da lui il calice, è la rappresentazione degli episodi dolorosi raccontati nel poema. Il filo che tiene insieme i settantacinque quadri di quest’opera è appunto il dolore declinato in tutte le sue forme che scaturisce dal profondo di chi, inciampando per un sentiero impervio, porta la croce sulle spalle. Non è presente Simone il Cireneo ad alleviare questo peso o forse il Cireneo è nel cuore del poeta, nei ricordi d’infanzia, nell’amore illimitato, perduto e ritrovato nei versi, nella scrittura che celebra l’Amore: la devozione profonda per il padre emigrante che ritorna per il Natale vissuto come giorno di nuova nascita, l’elegia innalzata alla madre intesa come Magna, umile ed eccelsa al contempo, la sconfinata dolcezza nella rievocazione della donna amata, moglie, angelo perduto e nuovamente accanto nel passaggio verso una ricostruita dimensione dell’essere e della coscienza. Tarantino veste i panni del profeta che invoca la Pace e disprezza l’abominio della guerra. Ricorda il Buon Samaritano che, indossati i panni del migrante offeso ed emarginato, soccorre senza esitazione l’occidentale. Coinvolge tutta l’umanità nei versi in cui celebra l’amore per Dio e la natura. “Eppure amiamo lo stesso Dio ma non sappiamo riconoscerlo nel volto del fratello, uomo o donna che sia. Ci sentiamo soli in una terra offesa dall’incuria e dall’ignoranza, non sappiamo più guardare alle creature compagne del nostro quotidiano in un creato protagonista della storia dell’universo”. Il poeta assume i panni di chi vuole ampliare i suoi orizzonti e allargare i confini del mondo finora esplorato per portare lontano un messaggio di solidarietà a uomini lacerati e terre dilaniate dalla guerra. Invoca la pace e la tolleranza, stanco di preti falsi e bugiardi e di riti ripetuti invano, desideroso della solitudine dei monasteri che avvicinano al cielo e al Sacro, lontano dalle false assoluzioni e nemico del potenti che sanno solo prevaricare i più deboli con al seguito cortigiani che non si interrogano sui perché dell’ingiustizia. Libero e anarchico, il poeta canta la libertà di chi allarga le braccia per stringere il mondo ferito e in questa Via Crucis cade e ricade come Cristo, faticando a rialzarsi perché ogni volta la croce diventa più pesante. E ritorna il pianto per i migranti a cui eleva quasi una preghiera, ricompensa ideale all’abbandono e al rifiuto a cui sono destinati da gente che rivolge altrove gli occhi. Un inno alla libertà dalla schiavitù fisica e morale sono i versi dedicati alla Donna portatrice del germe della vita a cui negato ogni diritto e ogni cortesia da un maschio violento. Ridotte in schiavitù senza esserne consapevoli, chiedono alla vita il coraggio di ribellarsi al padre padrone, all’amante crudele, al marito distratto; in un Discorso della Montagna alla rovescia esaltate come esempio, raccontate come vittime e nel contempo protagoniste del cammino dell’umanità. Le radici di questo racconto sono sempre presenti nella poesia di Tarantino che si scontra con la tragedia umana nata dall’indifferenza degli uomini e dalla protervia del potere: il male subito, il dolore nel ricordare il bene perduto, il grido che si alza alto nel lacerare il silenzio di cuori duri come pietre, il desiderio di un mondo riconciliato. Nella sua prima raccolta Cose mie nella lirica ”Stagioni di pace” la primavera e l’estate si intrecciano nel delineare uno scenario di bellezza dove un nuovo linguaggio e il suono di mille violini cancellano la visione delle armi e il loro clangore. In Disturbi del cuore, sua seconda raccolta, le quartine in rima alternata attenuano l’angoscia evocata dai versi della poesia ”Migrante” in cui il poeta, nel canto dedicato ai tanti dimenticati o scomparsi tra le onde o rinchiusi in prigioni che simulano l’accoglienza “rigettati dalla terra che non li vuole”, anticipa il tema della desolazione e dell’assenza ripreso con un’immagine reale a moltiplicare lo strazio in Getsemani

Morivano pian piano braccia e madri
soffocati dall’acqua e dall’assenza
di un braccio teso ad incrociar le dita
di un bimbo, di una madre, di un pensiero,
senza intercettare un gemito,
una lacrima od un confine. (XLIII)

Un’aura profetica circola nel mondo poetico di Tarantino e i profeti sono spiriti vaganti nei suoi versi. Enoch, anzitutto, cui è dedicata in Cose mie una lirica liberamente ispirata dal libro che narra la sua storia in cui le figure elette, che non hanno conosciuto la morte e non hanno sentito il gelo ma sono rapiti al cielo “Grandi nella loro grandezza”, ammutoliranno i falsi e nuovi, confusi divulgatori di parole profane “quando il Figlio fu alla croce inchiodato”. “Ma [i buoni servi di Dio] non hanno ancora vinto, è il momento che l’Anticristo, pieno di furore, comanderà di uccidere Enoch ed Elia e i loro corpi perché ognuno possa vederli e tema di volerli imitare”. Questa citazione di Ubertino da Casale tratta da “Il nome della rosa” evidenzia quale forza avessero tali figure nel Medioevo, epoca in cui l’irrazionale si confonde con immagini visionarie e utopiche di un mondo ultraterreno. E la visione del nuovo giorno alla fine del tempo è incarnata da Elia a cui è dedicata una lirica in Disturbi del cuore dove il poeta raffigura il profeta secondo la tradizione biblica su un carro di fuoco asceso al cielo oltre le stelle senza morire. Entrambe si configurano in Getsemani legate alla vita in cielo lontane e incomprese dal mondo in cui il poeta vive in precario equilibrio. Diverso fascino ha il personaggio legato al mito del viaggio come conoscenza: “Ulisse”, presente in Getsemani come l’eroe che il poeta associa alle Sirene e agli Dei dell’Ade ostacoli che impediscono il transito (VIII); sia nella sua prima opera poetica che nella seconda il desiderio di annegare si trasforma nella positività del ritorno accanto alla donna amata o nell’annullamento di sé che in un mare senza vento non consente se non di scomparire in altra dimensione. E infine l’amore sempre coniugato con il dolore e col rammarico di aver vissuto storie tessute in un trama ordita dalla solitudine, senza colori, con personaggi sfumati che riaffiorano dalla nebbia dei ricordi. La madre in un rapporto senza tempo e spazio in cui il poeta congiunge nascita e morte ”ritrovarsi nel suo ventre accolto come chi è in cerca di rifugio e ritrovarsi tra le sue braccia per morire”, diversamente che in Noli me tangere, è qui figura” materna”, emblema che vive in simbiosi senza alcuna conflittualità, oggetto e soggetto della sua esistenza.

Come vorrei, stasera, ritornare
nel ventre tuo, madre sconsolata,
e domandarti un destino migliore,
riconsegnarti un cuore malandato
e cancellar le tante delusioni.
che hai dovuto ingoiare per amore. (LIII)

Il Padre apparso in questo testo sullo sfondo diventa il protagonista del quadro LVI ”dirimpettaio dell’anima” del poeta intravisto tra le lagrime ad ogni partenza e atteso in un ritorno rivissuto ogni Natale attraverso le luci e gli odori. In questo scorrere tumultuoso di impressioni immaginifiche non può mancare l’affetto paterno tradito da chi, amata come una figlia, vista crescere nel tempo si è allontanata senza voltarsi indietro, senza un rimpianto (XLVII).

Non ti aspetto più, figlia, e non ti voglio
e dovessi inciampare
nella solitudine:
non venire neanche se t’imploro…

Il poeta denuda la sua anima, quando dedica i suoi versi agli amici di un tempo, al fratello–compagno sempre presente a cui è dedicata l’opera. “Quando vuoi vedere il tuo viso ti guardi allo specchio. Quando vuoi sapere chi sei ti guardi nel viso di un amico”. È l’espressione che racchiude il senso profondo dell’amicizia; la memoria del passato, il presente vissuto in esperienze intellettuali che confortano, la sofferenza condivisa, la sfida da affrontare. Ritorna nei versi del XLVII quadro l’eco di altre liriche presenti nelle tre raccolte poetiche precedenti di Tarantino in cui l’attesa sembra il filo che unisce due vite. Aspettami, non aspettarmi, aspetterai, lo stesso verbo coniugato in tempi e modi diversi: la rassicurante stretta di mano che ti risolleva dallo strazio, il richiamo dall’ultima pazzia o il momento in cui l’immobilità dell’attesa non è un punto morto ma la consapevolezza del non essere e infine il futuro che dischiude la speranza, la ricerca di una risposta alle insensate domande di un tempo, l’ascolto e la consolazione che allontanano la tristezza, la spinta a distaccarsi da un passato che ti fa intravedere l’esistenza come un ramo cresciuto fuori posto. Il ricordo di una giovinezza di lotte unisce i due ai compagni musicisti, a cui è dedicata la canzone-poesia “Carpineta” in Noli me tangere che, cantando Bandiera rossa, l’Internazionale e la tragedia della storia sono stati esiliati dai palchi della festa insieme con il loro messaggio di pace e di rifiuto dell’ingiustizia.

Ci esibivamo nella periferia,
alle fermate dei treni, alle stazioni,
ad allietar sposini coi dolci in mano
tra l’allegria dei vecchi fatti di vino.
Ma un giorno cantammo Bandiera rossa,
l’Internazionale e poi Fischia il vento
e ci esiliarono dai palchi e le feste. (XVI)

Passano le nuvole e vanno
si riavvolgono senza disperdersi
come un gomitolo, una matassa
dove il filo raccoglie
ogni angolo e ogni desiderio
sotto una volta impenetrabile
che non lascia vedere il cielo.
…Erano soltanto visioni

di un abbandono del tempo

L’incanto di questi versi del quadro XLV ci avvicina a un poeta visionario che anche nei quadri successivi continua a raccontarci il viaggio intrapreso tra sacro e profano, tra umanità e divinità. Donne reali e sognate, voci udite in lontananza che il cuore “dimentico dei sogni” non può più sentire, luoghi persi anche nella rappresentazione di un amore che ritorna solo come apparizione, si trasforma in una creatura che pur senz’ali vola a inseguire le nuvole e il cielo. Dal quadro LXIII in successione il poeta rincorre la visione di un uomo chiamato Gesù che soffre il suo martirio con le debolezze, le ansie, le incertezza umane nella consapevolezza del distacco e del tradimento e talvolta dell’inutilità del suo sacrificio. Sono anche qui le donne la Maddalena peccatrice e la Madre Maria a vivere con il figlio e Maestro la vera passione mentre i discepoli che non comprendono scelgono la strada del dubbio, di una fede senza radici nella parola ascoltata e non conoscono altro che cedere all’umana stanchezza del sonno. L’uomo Gesù ha paura della prefigurazione della sua morte, sente la forza di un potere che lo annienterà e l’angoscia dell’accettazione senza ribellione, il cedimento alla volontà del Padre, cosciente di patire l’ultimo atto del suo Calvario in solitudine; nel momento supremo saranno le Donne a capire, piangere e credere nella resurrezione come quella Maria di Magdala ”la peccatrice” andata al sepolcro per ritrovare il corpo da venerare. Con questa rievocazione umana della Passione il poeta lascia il lettore sgomento, confuso tra i suoi pensieri. Non è forse il figlio di Dio quello che è sulla croce? L’interrogativo sorprende e si cela nel profondo dell’anima. E il poeta ritorna a se stesso, al suo andare incerto, al suo dramma personale che s’intreccia con la sofferenza del Cristo uomo. E l’angoscia tema centrale di tutto il poema presente nelle ultime strofe nella consapevolezza di un fluire che scorre veloce mentre lo sguardo si spinge al di là dell’afflizione dove tutto s’intreccia: lacrime, ricordi, impossibilità d’amare e l’inquietudine compagna indivisibile. Eppure il poeta non s’arrende, non vuole alzare bandiera bianca ma spera di volare oltre le miserie degli uomini. Infine l’esaltazione di un Cristo risorto che riporta la speranza. (LXXIV)

Sarà la tua morte un mistero
ma ancor di più la tua resurrezione,
che nei secoli dei secoli,
sarà una cosa unica e per sempre.
Necessitava tu morissi
per manifestare la gloria
e la potenza che vince la morte,
che scuote il tempo e lo rifonda,
che rende immortale e incorruttibile
la carne che ti rassomiglia.

Nonostante i preti che faranno della croce elemento di divisione, il messaggio di fratellanza trionferà perché sarà accolto dagli ultimi. I settantacinque quadri sono le tessere di un mosaico che ridisegna la vita di Francesco Tarantino attorniato da luminosi personaggi emergenti come allegorie dallo sfondo o sfocati nella confusa caligine dei ricordi di un bambino. Immagini che scaturiscono le une dalle altre senza sosta a cui si aggiunge l’ultimo tassello: l’essere accettato tra le anime delle presenze care e familiari che lo hanno accompagnato nel suo itinerario tempestoso: Lei, l’unica, insieme con la Madre. La conclusione non potrà essere che quella: ritrovarsi in un infinito spazio senza tempo, il sogno di cui il poeta ha nutrito la sua vita, senza mai abbandonare la sfida.

Maria Teresa Armentano

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