Stefano Rodotà, “Diritto d’amore”, Editori Laterza – 2015, letto da Dante Maffia

Layout 1Non so quanti giuristi abbiano il dono di associare alla scientificità della materia che interpretano una sensibilità rara come quella di Stefano Rodotà, originario di San benedetto Ullano, in provincia di Cosenza, professore emerito di Diritto civile dell’Università La Sapienza di Roma e uno degli autori della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Anche nelle opere precedenti a Diritto d’amore, pubblicato dagli Editori Laterza, si può riscontrare la finezza e la sottigliezza dei ragionamenti sui grandi problemi del nostro tempo. Basti soffermarsi su Questioni di bioetica o su Quali i diritti, quali i vincoli per comprendere come Rodotà sia attento a non irreggimentare le argomentazioni dentro i limiti di assunti perentori fuori dai quali esisterebbero il caos e l’aberrazione. La diversità è una ricchezza ed  ricchezza la vita se è “un movimento ineguale, irregolare e multiforme”, come dice Montaigne citato a pagina 3. E’ da questa affermazione di Montaigne che parte il discorso per chiarire il rapporto tra diritto e amore, e chiarirlo senza veli, senza lasciare il campo libero alle assuefazioni della storia, alle incrostazioni delle canonizzazioni che sono dure a morire. Piace del libro anche il continuo ricorso alla letteratura e alla filosofia per sostenere le tesi peraltro già adombrate in epoche abbastanza lontane da personaggi come Carlo Arturo Jemolo, Carnelutti, Maria Maddalena Rossi. La voglia di citare dei passi dagli undici capitoli del libro è tanta, passi illuminanti che comunque non sono mai affermazioni che chiudono gli spazi alla discussione e  al confronto. Rodotà non s’irrigidisce nelle sue tesi e cerca di sbrogliare il bandolo di una matassa troppo ingarbugliata e rimasto indietro per non avere saputo cogliere “instabilità e incostanza”, ne parla Remo Bodei in Geometria delle passioni, e postilla Rodotà: “Si potrebbe concludere che al diritto si chiede di garantire sia la stabilità e sia l’instabilità”. Libro complesso perché si tratta di cercare una strada che debba tenere conto che “il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce”, da cui “deve sempre ripartire l’analisi dei faticosi rapporti tra amore e diritto, e dunque dei modi in cui si genera il diritto d’amore” (p. 100). Ovviamente prima di offrire delle proposte, Rodotà ripercorre la storia del diritto sull’argomento e ne traccia una sintesi di straordinaria efficacia dimostrando come il diritto si era impadronito dell’amore relegandolo nel matrimonio, una specie di luogo privilegiato perché il solo ad avere legittimità giuridica. In questo luogo chiuso la donna doveva essere subalterna, condizionata e sottomessa, procreare, badare ai figli. Insomma, il diritto in combutta con la chiesa cattolica che non apriva spiragli alla natura dell’amore, anzi ne soffocava ogni tentativo di diversità. Qualcosa oggi sembra essere cambiato, il diritto non ha la stessa terribile pervicace opposizione al “fatto d’amore” e, con enormi resistenze, si comincia a ragionare in maniera diversa da prima. Infatti la  Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea vieta le discriminazioni. Anche la Corte costituzionale italiana sta cercando di adeguarsi nonostante la presenza del Vaticano in sede che tiene accesa una indignazione, se non una recriminazione costante nei riguardi, per esempio, delle coppie di fatto, cioè nei riguardi della libertà dell’amore, della sua infinta molteplicità. Il capitolo 8 di Diritto d’amore chiarisce a fondo la posizione di Rodotà che non esita ad affermare: “… il versante istituzionale appare troppo spesso sfasato, per ritardi o parzialità di visione, rendendo così precaria la rilevanza della regola giuridica” (pp. 96-97). Da qui appare evidente che il diritto d’amore sta lottando strenuamente contro un’Italia che fa del pregiudizio (personalmente non credo sia soltanto pregiudizio, ma anche cecità mentale o interesse di parte) la sua arma non tenendo conto neppure di ciò che accade oltre confine. Da quando ero ragazzo ho scritto su un quaderno le definizioni dell’amore date da poeti, giornalisti, narratori, filosofi, registi, comici, scrittori di teatro. Migliaia di definizioni tra loro discordanti e tuttavia le ho sempre condivise tutte, a dimostrazione che la natura dell’amore ha infinite sfaccettature, è cioè libertà assoluta. Bisogna che la verità cangiante dell’amore si radichi e si diffonda creando uomini nuovi in grado di saper stare con l’altro, di saperlo rispettare e viverlo in comunione. Rodotà ha fiducia che ciò accadrà, lentamente, ma accadrà semplicemente perché “L’amore vuol farsi diritto per realizzarsi pienamente” ed anche perché ormai “Si allarga … il perimetro costituzionale all’interno del quale collocare l’amore. Ed è un perimetro non più solo costrittivo, delimitato da confini invalicabili. E’ piuttosto un insieme di punti di riferimento, che progressivamente convergono verso il riconoscimento del diritto all’autodeterminazione della persona, del suo diritto di governare liberamente la propria vita e il proprio corpo. La logica della sovranità viene rovesciata. Sovrana diviene la stessa persona”. (p. 71).

Dante Maffia

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