Salvatore Quasimodo e Maria Teresa Sordi Grimaldi: la morte non fermi le sue lancette, di Michele Rossitti

220px-Salvatore_Quasimodo_1959Una lontananza non smarrisce il ricordo di un’isola, la Sicilia, specie se abbinata alla figura materna che continua ad abitare luoghi, toccare utensili quotidiani e cari a un figlio. Soltanto così la confessione epistolare scandita in versi diviene premio struggente, apprezzamento dei valori che la mamma trasmette, forza del sorriso che redime da lacrime e sofferenze.  Salvatore Quasimodo emigrato a Milano, a dubbi e vuoti intimi oppone l’anziana madre custode di antiche saggezze che invita a scrutare i mali esistenziali con attenta leggerezza. Benché insoddisfatto il poeta non ha colpe da farsi perdonare, diversamente gli altri, se volessero davvero dichiararsi uomini dovrebbero indietreggiare per i loro atteggiamenti prevaricatori nei suoi confronti. La madre è giusta nel donare il proprio amore ai figli quando la lasciano per seguire, oltre al futuro, la vocazione poetica, unico tesoro in tasca per un giovane che fugge unicamente con il sostegno delle poesie. L’agrigentino, un fiume d’infanzia, l’eucalipto a larga foglia e dall’olio profumato, le gazze, anticipano il ringraziamento per la dote e il regalo del sorridere, di non prendersela mai e lasciar correre soprattutto nei momenti peggiori con indulgente pazienza. Non si può però evitare il pianto e rattristarsi per la sorte della mamma e dei conterranei che, anche senza essere del tutto coscienti, attendono la fine della condizione di povertà. Entra dunque il coraggio filiale, umile, di rivolgersi alla madre e chiamarla “gentile” attraverso la preghiera di lasciare intatto quell’orologio dal quadrante decorato. Non si fermi, risparmi i vecchi con i loro affetti e le mani ancora attive a dispensare nutrimenti e consolazioni. Inutile riporre fiducia democratica sulla morte, di certo non esaudisce suppliche, ostile nelle sue decisioni autonome. Se non le riesce educato, almeno abbia riguardo a falciare le creature a noi care come la mamma “Mater dolcissima” – e chi l’ha persa presto sa cosa significhi- mentre litania affettuosa e devota si alzerà perpetua nel pensiero, fino al termine dei nostri giorni di figli. Se ci ha lasciati, gli ultimi battiti ci rapiranno sempre con lei oltre il distacco.

«Mater dolcissima, ora scendono le nebbie,
il Naviglio urta confusamente sulle dighe,
gli alberi si gonfiano d’acqua, bruciano di neve;
non sono triste nel Nord: non sono
in pace con me, ma non aspetto
perdono da nessuno, molti mi devono lacrime
da uomo a uomo. So che non stai bene, che vivi
come tutte le madri dei poeti, povera
e giusta nella misura d’amore
per i figli lontani. Oggi sono io
che ti scrivo. » – Finalmente, dirai, due parole
di quel ragazzo che fuggì di notte con un mantello corto
e alcuni versi in tasca. Povero, così pronto di cuore
lo uccideranno un giorno in qualche luogo. –
«Certo, ricordo, fu da quel grigio scalo
di treni lenti che portavano mandorle e arance,
alla foce dell’Imera, il fiume pieno di gazze,
di sale, d’eucalyptus. Ma ora ti ringrazio,
questo voglio, dell’ironia che hai messo
sul mio labbro, mite come la tua.
Quel sorriso m’ha salvato da pianti e da dolori.
E non importa se ora ho qualche lacrima per te,
per tutti quelli che come te aspettano,
e non sanno che cosa. Ah, gentile morte,
non toccare l’orologio in cucina che batte sopra il muro
tutta la mia infanzia è passata sullo smalto
del suo quadrante, su quei fiori dipinti:
non toccare le mani, il cuore dei vecchi.
Ma forse qualcuno risponde? O morte di pietà,
morte di pudore. Addio, cara, addio, mia dolcissima mater. »

Salvatore Quasimodo

Spesso i momenti di riposo in solitudine non riassorbono le fatiche ma diventano delitti da scontare in una galera. In Riposati con me, Maria Teresa Sordi Grimaldi ricorda alla figlia come una casa possa immedesimarsi prigione e ogni stanza cella dove l’uomo detenuto vede tramontare il sole alle grate e tribola nella ricerca vana di distrazioni. Una commiserazione generale che accomuna per estensione è sentimento impotente: ogni compassione sfuma con la voglia di amare, stato che comporta l’alleanza laboriosa e sintonica tra i verbi soffrire e gioire. Si cerca un cunicolo fra il lavoro e lo svago giornaliero: favorire così l’autentico incontro d’anime senza l’assillo celebrale del tempo al polso o al muro che distrae il cuore altrove, senza l’angoscia di sentirsi insufficienti, automi rosi dal rimorso in quell’ovale di apparizioni, la vita. Incontrarsi è conoscersi per recuperare la comunicabilità e gli scambi emotivi tra persone che condividono lo stesso tetto. Forse è vero che le sventure umane sorgono dal non saper riposare familiarmente in una stanza.

Michele Rossitti

Lascia il tuo ozio
lascia il tuo lavoro
oggi non ce la faccio:
riposati con me.
Sono stanca di non avere
altro interlocutore che me stessa
di faticare sola
e sola di scontare
come rinchiusa in cella
il mio riposo.
Se almeno oggi
non ci ritireremo
ognuno con se stesso
a sfuggir la fatica
come bestia braccata,
forse ci incontreremo.
Se insieme siederemo
senza l’occhio guardingo all’orologio
liberi da ogni assillo di incompiuto,
noi ci conosceremo.
Lascia i tuoi affanni
lascia il tuo riposo:
almeno oggi
riposati con me.

Maria Teresa Sordi Grimaldi

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