Daria Bignardi, “Non vi lascerò orfani”- 2009; “Un karma pesante”-2010; “L’acustica perfetta”-2012; “L’amore che ti meriti”-2014, (Mondadori), letti da Dante Maffia

Bignardi_non_vi_lascero_orfani-191x300Ogni volta che ho tra le mani un libro di narrativa scritto da un giornalista in me si attiva la diffidenza, mi aspetto di leggere pagine intasate di notizie perfino irrilevanti, di riferimenti insistiti sull’attualità e privi di quell’interesse che scuote la coscienza, che sappia guardare dietro l’apparenza. La notizia per la notizia, l’annotazione rapida che ottunde il senso dell’umano, che si brucia in un attimo senza lasciare traccia, senza accendere una qualche adesione. Ovviamente non abbandono il libro, voglio sempre andare fino in fondo e verificare prima di dare il giudizio, per evitare che il luogo comune, ormai diventato pregiudizio, mi faccia commettere degli errori grossolani, anche perché degli esempi di giornalisti che abbiano saputo narrare ci sono, due nomi: Curzio Malaparte e Eugenio Scalfari. L’incipit, diceva un grande scrittore, può già far capire più o meno a che cosa si va incontro. “Al dolore ero preparata. Da ventiquattro anni, dal giorno che era morto mio padre. Anzi da prima ancora: da quando subito dopo l’esame di maturità mi dissero che era malato, e scappai via. Ero tornata a Ferrara solo per stare con lui la notte che morì, una notte che abbiamo passato insieme noi due. E’ bello stare accanto a chi muore”. Eccomi catturato, nonostante che si tratti di autobiografia, cioè di un mondo appartenuto interamente alla Bignardi. Che cosa ha offerto  a me, calabrese, e quindi estraneo alla cronaca di Ferrara,  e letterato fino alla cima dei capelli? E la sorpresa è stata affascinante, perché la Bignardi ha il dono direi naturale di far diventare la sua autobiografia una narrazione piacevole, perché non adombra mai le vicende e non le appanna di quell’alone un po’ mitico in cui spesso altri le avvolgono. Lei compie il “gesto della scrittura” con la stessa innocente sacralità con cui ama o mangia, ride e o piange. E il lettore sente il suo fiato, avverte che non ci sono finzioni, che non bara e  non vuole ottenere effetti. Tanto è vero che tutti i protagonisti del libro sono ritratti nelle loro genuinità, con mano felice, e si stagliano netti e immediatamente affettuosi, divenendo compagni di un viaggio, seppure breve, caloroso e ricco. Voglio dire che a chiusura del libro non si resta a mani vuote o con la bocca asciutta, si resta più ricchi, di una ricchezza impalpabile ma che va a rimescolare la propria identità per cercare di saperne di più anche del proprio mondo. In questo senso Non vi lascerò orfani ci fa entrare in quell’universale che sempre nasce quando ciò di cui si parla è mondo vero e autentico. E, diceva James Joyce, più ciò che si racconta appartiene strettamente e saldamente a una piccola comunità, con i suoi rituali e le sue ancestrali maniere di vivere, più da vicino si tocca la sfera planetaria, il senso dell’assoluto. Che poi qualche mio amico mi abbia fatto notare che qua e là balugina la presenza di Antonio Fogazzaro, quella di Edmondo De Amicis, quella di Guido Gozzano e perfino quella dell’autore di Don Camillo e Peppone, non toglie nulla alla bellezza e alla freschezza della narrazione della Bignardi. Non è raro, anzi…, che le opere abbiano dietro un contesto da cui riverberano, una lezione a cui hanno attinto, magari inconsapevolmente. Senza le scritture medioevali neppure la Commedia esisterebbe. La saga familiare della Bignardi si fa essenza di una civiltà che ha connotati ben individuabili e ciò è ottenuto evitando carichi antropologici che potevano facilmente far capolino  eimporsi soprattutto nel momento in cui i ritratti dei singoli protagonisti vengono delineati a tutto tondo. In una famiglia dove  possiamo registrare una santa, e un poeta come Corrado Govoni per amico, la tentazione apologetica sarebbe stata facile, l’autoesaltazione altrettanto. E invece abbiamo perfino lievi punte dissacratorie, risate benefiche. Sì, anche a me cara Daria, la tua infanzia è piaciuta, e mi piace che i Bignardi avessero “fama di grandi amatori”, che tuo nonno si chiamasse Dante e tua sorella Donatella amasse l’indimenticabile autore dei Finzi-Contini. La D impera in famiglia e dietro ci sarà certamente un mistero che un giorno forse sarà svelato a te stessa e a noi lettori.

3714865Subito dopo Non vi lascerò orfani esce questo romanzo della Bignardi e mi affretto a leggerlo per vedere se la sua scrittura si è maggiormente essenzializzata, se la rapidità è sempre un dato convincente e se, soprattutto, i personaggi sono vivi come quelli che abbiamo incontrato al suo esordio. Vivissimi, e questo credo che sia un dono posseduto in sommo grado: senza che la scrittrice si soffermi a darci la carta d’identità di quelli che popolano le sue pagine riesce a farceli sentire compagni di strada, o di viaggio, se volete, un viaggio che si compie con improvvisi ritorni al passato, in modo che Eugenia Violi, ormai regista, madre, sposa e già poco più che quarantenne, possa farci conoscere la sua vita a cominciare dall’adolescenza. Le letture fatte da piccola, a dodici, tredici anni, lasciano un marchio magari esile ma duraturo nell’animo della protagonista, che si ricorda sempre di Peredònov, il protagonista de Il demone meschino,  come se fosse una persona viva e realmente incontrata. Il demone meschino di Fedor Sologub (immagino nella bella traduzione di Pietro Zveteremich) entra in Eugenia come un terremoto che porta abbondanti detriti perché mescola tragedia, morbosità, satira, simbolismo, erotismo, realismo e rafforza l’attrazione della protagonista per il desueto, e quindi disposta a qualsiasi infrazione: sale sui mezzi pubblici senza pagare il biglietto della corsa, ruba vestiti nei supermercati, non ha paura di frequentare il peggio della società, va dritta nelle situazioni, anche in quelle più pericolose e scabrose, all’insegna del motto: “O tutto o niente”. Gli incontri sono infiniti e si susseguono con una velocità che non ammette soste. Le cotte, gli amori via via s’infittiscono, i viaggi diventano un’esigenza che non tiene conto della preoccupazione della famiglia e così Eugenia svolazza, si muove lieve e capricciosa, lasciandosi andare nelle mille direzioni in cui la vita la conduce. E’ come se Daria Bignardi avesse a portata di mano, sempre, una polaroid per gli infiniti scatti che poi ci offre senza ritocchi e abbellimenti. Infatti ogni personaggio, ogni luogo, ogni dialogo, ogni osservazione è fatta sull’onda del sentire immediato così che tutto il libro mostra di muoversi dentro una sorta di rigodon (il riferimento è a Cèline) frenetico che tuttavia riesce a fermare le atmosfere e addirittura a renderle vere, calde, complici. Forse è scontato sottolinearlo, ma Un karma pesante possiamo definirlo una flaubertiana educazione sentimentale di Eugenia che alla fine comprende che “non si vive solo di grandi emozioni”. Piace della Bignardi la sua semplicità espressiva, il suo saper andare dritto al cuore delle cose e dei sentimenti, ecco perché trova consensi. Dialoghi, descrizioni, annotazioni, analisi vengono fatti con estrema libertà: Eugenia è se stessa in ogni occasione e così può scrutare il mondo fuori dai compromessi, lontano dal teatrino delle apparenze. A Struga, in Macedonia, ho avuto l’occasione di conoscere Erica Jong. La protagonista del libro, ormai regista, ne parla e l’impressione è che abbia colto perfettamente il carattere e la figura della scrittrice di Paura di volare. Ma credo che il citarla abbia anche significato di riconoscimento, una maniera indiretta per dichiarare le affinità di scrittura. Eugenia è una meteora che si muove nel mondo giovanile degli anni ottanta e novanta facendoci incontrare con la variegata fauna durante le vacanze, a Berlino, in Spagna, a Londra, negli Stati Uniti, a Milano, a Venezia, per farci vedere che cosa mangiano, bevono, come si vestono, come amano o odiano gli irrequieti sognatori figli di un’utopia senza però che al fondo vi sia la Città del Sole. Uno spaccato effervescente e vivo come luminarie alla festa del Santo, con momenti in cui sono colti i rapporti convulsi e a volte scatenati tra le stesse generazioni e con generazioni diverse. La tessitura linguistica è calibrata e sempre precisa, capace di dare l’idea perfetta di ciò che si racconta e di conseguenza le analisi psicologiche risultano ben riuscite. L’inquietudine esistenziale e spirituale di Eugenia poi si placa perché sente il bisogno della maternità, ma non si castra, e, pur amando Pietro a suo modo, cioè con tutte le riserve della sua anima pazza e fuori misura, lo sposa. Le due figlie, Rosa e Lucia, completano il quadro. Che dire dell’Epilogo? Che mi ha intenerito:

“La panchina di legno dipinta di verde, il tavolino arrugginito con sopra la mia tazzina da caffè preferita, quella di mia madre, con il bordino blu”.

“Sei per sette quarantadue”, ha detto Aurelio.

Io sono pronta”.

La partita è sempre aperta, lo spirito indomito non è stato cancellato e la dolcezza dei ricordi, forse, ha dato una più chiara visione della vita e del mondo di questi ultimi tre lustri frastagliati e confusi, ma con tanta umanità in cammino…

lacustica-perfetta-bignardiQuesta volta a narrare in prima persona è un uomo. Daria Bignardi probabilmente ha fatto questa scelta perché trova più convincente utilizzare la “confessione”, dire (far dire) ciò che vede e sente e non essere onnisciente, presente anche là dove è impossibile entrare. Ciò a dimostrazione che la sua narrativa vuole offrire quanta più vita è possibile e con quella verità che non ammette dubbi perché verificata nei fatti, negli eventi, nei rapporti. “Ho amato nella vita una donna sola: quando mi lasciò, non la rividi per sedici anni”. E’ l’inizio, e subito il lettore viene inchiodato alla storia, spinto dal mistero di questa lunga assenza, curioso di vedere che cosa accadrà dopo tanto tempo. E allora con facilità mi viene in mente un inedito, alcuni dicono apocrifo, di Dino Campana, proprio sulla lontananza, scritto, pare, dal manicomio di Castel Pulci e indirizzato a Sibilla Aleramo: “Da tanti anni / aspetto un tuo rigo, Sibilla. / Non scrivo più io, / rimugino il nostro amore, / ascolto lo squillo imperfetto del cuore, / la musica delle scarpette. // Ho sognato che il tuo petto / era una goccia d’acqua / e me lo facevi accarezzare. /Ancora devo imparare l’amarezza”. Davanti al mare, in una bella estate, Sara e Arno si incontrano. Sono poco più che adolescenti e tuttavia, forse perché, come dice ad Arno Marta Bonfanti, Sara è “una bomba… una bomba repressa… che aveva una sensualità fuori dal comune, consapevole” si innamorano. Ma a Sara “piacciono gli amori infelici” e così si allontana senza pensarci due volte. Parrebbe essere una storia come tante, di quelle cotte estive che finiscono in una bolla di sapone e invece Arno rimarrà legato a lei e lei, a un certo punto, dopo sedici anni, tornerà  per sposarlo. Ma che cosa nasconde tutto quel tempo? Quali segreti? Arno li apprenderà a poco a poco, dal giorno in cui, dopo tredici anni di matrimonio e tre figli, Sarà fuggirà di casa senza lasciare detto dove va. Man mano che Arno viene a conoscenza degli avvenimenti vissuti dalla moglie si renderà conto che l’amore è una cosa diversa e più importante di un rapporto come il suo che in qualche modo è legato al desiderio, alle abitudini, alla famiglia e al sesso. L’amore è esserci. Ma esserci come? Daria Bignardi disegna una creatura eccezionale di grande modernità e ce ne sa dare la sua anima fuori da qualsiasi classificazione o schematismo. Sara è la vita nella sua dimensione alta, nella piena libertà del senso e del divenire, con un’anima nella quale nulla passa indifferente, neppure i supposti sensi di colpa per l’accaduto in alta montagna durante una tragedia. Il libro, nel finale, dà una forte lezione di etica e di estetica e pone l’accento sull’arte, su che cos’è l’arte quando è frutto autentico di passione e di coinvolgimento totale. Passione e coinvolgimento che possono diventare pienezza di espressione soltanto se si è “sentito il dolore”. Infatti Arno riuscirà a suonare in modo magistrale soltanto dopo avere attraversato il fuoco cocente del dolore, lo schianto della perdita. Noto che anche nei precedenti romanzi la Bignardi ha parole indimenticabili per la morte fino a farcela sentire parte integrante del flusso della vita. E’ attenta a ogni sfumatura, sa affrontarla con quella pacatezza di considerazioni che subito dopo illuminano la vita. L’acustica perfetta quindi si raggiunge nel momento in cui ci si mette in gioco e non si sta con le mani in faccia a ripararsi dalle emozioni, belle o brutte che siano. Arno però resta un tantino in superficie verso Sara, non si rende conto che “per amare meglio gli altri bisogna coltivare la propria vocazione” ma essere capaci di non trascurare, di condividere attimo dopo attimo la quotidianità. Certo, Sara ha dei problemi, molti dei quali non glieli ha confessati, e di conseguenza le coordinate del rapporto prendono una piega abbastanza imperfetta che però permetterà al musicista di educarsi via via che è costretto a badare ai figli, a indagare sul passato della moglie, a rendersi conto che oltre le apparenze del quotidiano ci sono molte cose non rivelate a chi non sa entrare nelle pulsazioni emotive dell’altra. Romanzo complesso e aperto che si muove su varie coordinate narrative utilizzando a piene mani le armi dell’indagine e quelle della psicanalisi. Arno ritroverà se stesso perdendo la moglie e in questo modo ogni cosa si assesterà per riprendere il cammino consueto del dare e dell’avere, coscienti che ormai che la vita non bisogna sciuparla “nel gioco consueto degli incontri e degli inviti / fino a farne una stucchevole estranea”, come in una delle più belle poesie del Novecento Konstantin Kavafis.

daria_bignardi_lamorechetimeritiLuigi, il commissario di polizia napoletano che opera a Ferrara, scrive ad Antonia una email: ”Ho pensato a come sarebbe potuta finire la tua indagine se Maio fosse stato il personaggio di uno dei tuoi libri. Li ho letti tutti e mi sono piaciuti, anche se di solito non leggo polizieschi. Ma i tuoi non sono gialli: li definirei thriller esistenziali”. Definizione perfetta, L’amore che ti meriti è proprio un thriller esistenziale, le pagine pullulano di avvenimenti grandi e piccoli che tra loro s’incrociano, s’intersecano, si avviluppano e danno l’idea di una realtà che inizialmente può sembrare artificiosa e che invece, proprio grazie allo scorrere incalzante di tanti eventi, perde subito il suo carattere letterario e si staglia come uno spaccato di vita interessante e densissimo di scambi d’ogni genere. Ma è l’amore che campeggia, che domina la scena, l’amore inteso in tutte le sue sfaccettature, a volte non confessato, altre volte dichiarato e vissuto, altre ancora paventato e lasciato sullo sfondo degli accadimenti. Alma e Maio sono fratelli, non mancano di niente e stanno per andare in vacanza quando lei propone a lui di drogarsi. Lui cade nel pozzo e lei resta indenne e da quella fatidica sera della prova Maio scompare. La cronaca parla di altre due morti per overdose nella stessa notte, ma non di lui. E per quante indagini vengano svolte non si approderà a nulla: di Maio nessuna traccia, il suo cadavere non si scopre da nessuna parte. Passano molti anni, una trentina, e la figlia di Alma, Antonia, detta Toni, scrittrice di romanzi gialli ambientati nell’Emilia, si innamora di Leo, commissario di polizia di Bologna. Un bel rapporto, Toni è la felicità in persona fino a quando la madre non le svela la tragedia accaduta al fratello, presa da un senso di colpa che la porta a confidare un passato scomodo e torbido. Da quel momento in poi, pur essendo incinta, chiede al compagno di andare a Ferrara per cercare le tracce di quella aberrante situazione mai conclusasi. Ecco che entra in scena Luigi, il simpatico commissario napoletano, ma il tempo ha cancellato troppe cose, ha distrutto tracce e volti, eppure degli indizi riappaiono, mezze parole, intuizioni, segnali impercettibili che fanno luce, finalmente, sulla sparizione di Maio. Questo ripercorrere di Toni avvenimenti così lontani, ma così ancora vivi negli strascichi della sua famiglia, serve e se stessa per trovare quella parte segreta del suo io che le fa scoprire la sua anima in tutti i recessi più intimi, nei risvolti impensati. Come nei precedenti romanzi, Daria Bignardi mette a confronto le varie generazioni che tra loro si incontrano e si scontrano ed è brava nel saper tratteggiare i sentimenti di ognuno, nel saper delineare i caratteri e realizzare una specie di commedia umana affollata e carica di quella sapienza che scorre nei dialoghi sempre fitti e raffinati, a volte ironici, tesi a cogliere il fluire dei pensieri e delle emozioni. La scrittrice è sempre vigile e non cede un attimo alla tensione creata attorno ai problemi che si aprono a ventaglio per subito prendere scorciatoie narrative efficaci e credibili. Non ci sono mai pagine, nei libri della Bignardi, gratuite o inadeguate: ella sa tenere desta l’attenzione e non perché insista misteriosamente su ciò che dovrà essere scoperto, ma perché la scrittura è vivace e pregna di umori, e si fa “cosa” con estrema naturalezza. Credo che questo pregio le venga dalla conoscenza della poesia (non manca mai di fare riferimento ai poeti e di citare anche dei versi), dall’attenzione che pone nel dare alla parola il giusto peso, dalla prensilità dello sguardo che non resta mai in superficie e riesce a entrare nelle pieghe del vissuto con una conoscenza che ha qualcosa di tolstoiano. Ricordo spesso un aneddoto che mi raccontò a Firenze Romano Bilenchi: eravamo a casa sua e si parlava di quando noi ragazzi eravamo divisi in due opposte schiere: tolstoiani e dostoieskiani. Io e lui eravamo per l’autore de La sonata a Kreutzer (di cui si avvertono lontani echi in L’acustica perfetta) per il semplice motivo che, come diceva Bilenchi, Tolstoj sapeva prendere la vita dalla strada e dalle case e metterla senza nessun carico estraneo nelle pagine. Ecco, la Bignardi sembra saper fare altrettanto, con un garbo che intriga, con una eleganza accattivante e con un’acutezza davvero notevole. Mi pare che si possa definirla una narratrice con tutte le carte in regola, anche per le scelte coraggiose delle tematiche affrontate. E naturalmente soprattutto (“Non esistono libri belli o brutti, ma libri scritti bene o scritti male, diceva Oscar Wilde) per la scrittura aperta, densa, sì, a tratti anche poetica. Non è casuale che anche in questo romanzo torni per due volte il nome di Giorgio Bassani.

Dante Maffia

 

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