Eugenio Montale: il profilo evanescente accostato alla non memoria, di Michele Rossitti

 

forbici-clip-art_432096

Non recidere, forbice, quel volto,
solo nella memoria che si sfolla,
non far del grande suo viso in ascolto
la mia nebbia di sempre.

Un freddo cala… Duro il colpo svetta.
E l’acacia ferita da sé crolla
il guscio di cicala
nella prima belletta di Novembre.

Stamane, durante la rasatura quotidiana della barba, davanti allo specchio che per me da sempre costituisce il surrogato della lapide vengo trascinato verso un monito inesorabile da dove mi è impossibile fuggire: la certezza che il tempo di vivere finisca prima o poi col dare la sberla terribile oppure che fulmini un altro obbiettivo, fisicamente diverso, cioè che la morte mi passi a fianco, risparmiandomi per adesso a danno di altri. Tutto questo processo evolutivo della coscienza si compie nei recessi del cuore umano in un iter dove rivive in maniera nuova l’esperienza trascorsa che non può essere duplicata: magari la temperatura rigida di una giornata al camposanto (e non solo qui) rispecchia il freddo dell’intimità, la premessa agghiacciante di non riuscire più a custodire nemmeno nella mente la fisionomia di una persona scomparsa. La celebre supplica che Montale rivolge alle forbici di non deturpare e annientare il volto che unico sopravvive nel ricordo da cui tutto smarrisce, di non fare di quelle sembianze che paiono in ascolto una fumosità confusa, istituisce la comparazione con la mannaia che recide le fronde di un’acacia. Non appena il colpo si abbatte e mozza la cima, un sipario di brivido scende su chi scrive e l’albero fa crollare nel fango dei primi giorni dell’undicesimo mese il guscio vuoto della cicala canterina. La memoria, in tal senso, si vede abbandonata da gente o da eventi oltre il loro significato di astrazioni mentali per diventare cornice svuotata che in un attimo si riempie del viso amato fattosi imponente, addirittura pittoresco. La dimensione caricaturale in primo piano, tesa a udire ancora nonostante il tempo le affettuosità dell’estinto, sviene nella nebbia che è status abituale del poeta. I rigori dell’autunno inoltrato, dell’accetta che scende o del freddo che l’anima sente inferta nella ferita terribile, la cima dell’acacia come la grande faccia che viene mozzata in un secondo si conservano rapidi e inattesi nel loro guizzo per naufragare nella melma con la pena del ricordo “crollato”. In questa ridotta palude dantesca, a bagno nella belletta di uno Stige, un tempo ospitante i peccatori di accidia ma più probabilmente di iracondia (come testimonierebbero studi recenti), appare un accostamento montaliano nitido. Condivide le sorti pure un guscio qualunque appartenuto all’insetto canoro per antonomasia della tradizione che, appiccicato alla punta dell’albero, s’inzacchera inesorabile nella zolla pastosa e tronfia di un vocabolo dannunziano. E davvero in quel nido estivo trionfò per tutta una stagione il canto fragoroso, da superare o negare ma comunque necessario.

Michele Rossitti

Annunci
2 commenti
  1. Una lettura davvero coinvolgente, complimenti Michele! (Io faccio la barba un giorno sì e un giorno no e i “moniti inesorabili” sono forse meno cogenti ma assai meno luminose le intuizioni che ne derivano… “Or ci attristiam ne la belletta negra…”

  2. Come altre volte mi sorprende piacevolmente, se si può dire di queste tristezze, la lettura di Michele Rossitti. Riuscire a spianare con sapienza, ricorrendo anche al proprio vissuto, il condensato ermetico di questo Montale, non è cosa da tutti.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...