Carlo Carrà, Mario Sironi, Alberto Giacometti: i giorni dell’abbandono, di Michele Rossitti

fiuDi supplire io alla puntura cortisonica proprio non mi andava: capivo però adesso di non potermi sottrarre, mi importava davvero portare le taniche d’acqua potabile, conoscere quei bambini sieropositivi, ricoverati nella missione fuori Khartoum. Un revolver alla tempia: le cabine dell’isolamento perpetuo, la lamiera del tetto in parte divelta, in basso scampoli di polvere per sdraiarsi appena sui teli. Adulti e bambini addossati come i morti che i russi filmavano riesumati in fila dai mucchi di Auschwitz, il reparto dell’ospedale pediatrico è inservibile da anni. Da dentro, il cuore addenterebbe la spoletta di un ordigno per lanciarlo chissà dove: no, un posto del genere non è da paese normale. Poi in una sezione, tra nove e undici malati stipati, suor Ayselle indica con il mento una bambina dagli occhioni grandi fermi, completamente calva. Mi guarda e dice: “Vede le resta ancora poco, le abbiamo messo gli orecchini per distinguerla dai maschietti e perché le trecce non possiamo più annodargliele”. Devo averla accarezzata e mormorato un complimento in un inglese strisciante quando il viso della piccola si oscura in un pianto tremendo di ribellione e allora so di aver sbagliato di grosso. E’ stata abbandonata dalla madre e forse sa di dover morire, una sorte quella di nascere femmina senza diritti, con la vergogna di essere stata rovinata dai guerriglieri che ancora resiste nelle comunità tribali. A distanza di mesi, lo scorso Natale, ho saputo che Kawtar, così si chiamava, non ce l’ha fatta per un’infezione polmonare. Il nome, in arabo coranico, significa “Fiume del Paradiso” dove tutti i bambini vanno se muoiono e la testa rapata a zero con quelle lacrime resteranno versate in me fino alle ultime stille. L’aver assistito impotente alla scena mi affogherà, con l’andare degli anni, nel pozzo torbido della perdizione. Oggi, un pomeriggio piovoso di giugno in compagnia del cane, il mio turbamento imbocca due piste di riflessione. Da una parte c’è il decentramento sentimentale di una parlata riconoscibile che non corrisponde a situazioni abituali e scontate; dall’altra la cattura di un vertice di mistero che certe stasi emotive influenzano. Come nelle avanguardie la realtà diventa una pura accezione mentale e per riprodurla non vale attenersi alla visibilità retinica, basta additarla nel modo che il cervello la configura, intellettualmente ibrida delle relazioni affettive, inconsce anche loro sulla trapunta del divano.

INGANN8La malinconia di un manichino insolito, con dorso e glutei ricalca un torso anatomico, privo di arti inferiori e posato su un parallelepipedo, sembra guardi i segmenti tracciati sulla lavagna di fronte. “Solitudine”(1917) di Carlo Carrà ritrae così lo spazio che mi sequestra intorno con profondità artificiale e le assi del linoleum, vertiginose, quasi ribaltano tutti gli oggetti. La tecnica ha l’obbligo abile di stracciare il drappo del camice che si cela nelle cose. Ogni arredo della tela è legato a un nodo gordiano per conferire una distanza estranea che l’immobilismo rappresentativo trasmette. A tono, l’esperimento metafisico rende maggiormente chiarificatrici le domande che i loro assemblaggi suscitano. L’inclinatura delle basi di appoggio è l’assurda sirena d’allarme per quanto la pupilla in natura identifica, proiettata al di là di ogni confine empirico già esplorato. Piuttosto che una collezione di addii è una ferrovia poetica a più stazioni, che variano tutte una medesima base simbolica e purgatoriale: colloqui tra l’io e i suoi antagonisti o doppioni, volentieri pseudo recite banali che ricordano il teatro di Eliot in cui il protagonista celebra con gusto il suo autolesionismo, penitenze e autodafé in luoghi dove la storia, quando entra, lo fa di sbieco.

La semplificazione formale non è massima prerogativa di un Carrà: la mancata rinuncia ai canoni classici e al concetto monumentale lo ritrovo in risposta alle mie arterie nell’omonima “Solitudine”(1926) di Mario Sironi.GalleriaNazArteMod-D6 Precedenti analogie di una sintesi volumetrica picassiana impregnano la stanza cupa che accoglie la donna seduta nell’atmosfera espressionista. Assume una composizione di misura perfetta e il primo piano dell’essenzialità statuaria compare in una coreografia di nude quinte, una relativa profondità lascia sbirciare un edificio bianco e rende meno oppressivo, con il seno scoperto, l’intero quadro. Ne Il bevitore (1924) il soggetto scomposto da Sironi accorda la didattica di Cezanne alle geometrie che vibrano nell’ambiente sobrio, ospitante il dramma profugo della materia pittorica, l’onerosa caterva di risvolti angoscianti è dato soltanto intuirla attraverso il pennello.

Le contraddizioni di un chiaroscuro insanabile resistono alla salda consapevolezza di una singola dignità personale del senso di appartenenza alla classe operaia. Quella di Sironi è ardua polemica nei confronti del regime di Mussolini che esaltava il lavoratore nelle sue vesti di discendente proverbiale di una Roma leggendaria per sfogo nazionalistico. Il regime negava l’associazionismo dei movimenti sindacali, per unire nell’impianto corporativo dei Produttori sia imprenditori sia subordinati e estinguere così le scontate controversie tra le parti.

Alberto Giacometti ha invece voluto creare con me inclinato sui cuscini immagini realistiche di stretta familiarità spaziale. In Diego” (1953), AlbertoGiacometti-Diego1953ritratto del fratello assistente nel suo studio di scultore, la figura assisa è resa riconoscibile con segni intrecciati ma lo sfondo in cui è inserita viene assillato da una caparbia ragnatela in una disperazione crudele, quasi come il telaio dell’esistenza che mai manca di risparmiare macabre sorprese o colpi bassi. Propone un busto in cui la densità viene intaccata fino all’annichilimento, il consanguineo smarrisce di consistenza e dignità rispetto al ricettacolo che lo accerchia, la spazialità crea superficie in un unico piano del dipinto con figura e spettatore. Non dialogano assieme il soggetto e chi osserva perché l’isolamento è assiomatico e interessato da funesti grigi. Il cane sbadiglia e strofina il suo tartufo umido sul mio polso.

La figura umana, liquefatta così dai bagliori meridiani ricavati dalla disimmetria sinistra delle ombre, allunga la sua proiezione scura per far rivaleggiare la zona enigmatica e serale dell’anima a dispetto della razionalità albeggiante anche in un comparato Delizie del poeta (1913) di Giorgio De Chirico.de-chirico

Nella custodia cautelare dell’individuo qui ritratto, scorgo un presagio di pericolo subitaneo mentre le lancette dell’orologio hanno smesso il giro e la locomotiva, con il suo tragitto obbligato, non può sabotare questa siesta quotidiana.

Il supplizio di ogni “santo innocente” fa cadere le sue dimensioni trascendenti e si confonde con il destino di ogni uomo. La deformazione scomposta in segmenti angolosi rinvigorisce le scontrosità del vivere ed esprime un contesto più alla portata delle nostre discussioni. I pensieri che scontano l’agire più eroico e usuale cancellano la decadenza antiumanistica di quell’ago moderno che solca l’endovena di un’indifferenza accettata. Accarezzo la bestia, spengo già la sigaretta.

Sono le cinque, nient’altro.

Michele Rossitti

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2 commenti
  1. Tutto parte dal ricordo di Kawtar, ” fiume del Paradiso”; la voglia del poeta Rossitti di fare qualcosa per quella bambina, ma può donarle solo una carezza e guardarla dritta negli occhioni fermi. Dopo pochi mesi saprà che è morta. Si è sentito non solamente impotente ma tremendamente solo. E partono le immagini dei capolavori di Carrà, di Sironi, di Giacometti, di De Chirico. Entra nei quadri, o i quadri entrano in lui, e si toccano, si sfregano, si urtano. Poi esce, accarezza la bestia, spegne la sigaretta. “Sono le cinque, nient’altro”. Ditemi se non è poesia.

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