Bembo e il bembismo in Isabella Morra, di Giovanni Caserta

giovanni-caserta_479x300A Valsinni arrivava comunque il bembismo e, quindi, il petrarchismo. In una Italia politicamente senza unità, con Bembo e col bembismo si realizzò il miracolo di una unità letteraria, che andava da Nord a Sud.

Vedo che, intorno alla poetessa di Valsinni, c’è sempre grande interesse. Come è noto, Isabella Morra si lamentò sempre del suo isolamento in paese selvaggio, poco più che un borgo, abitato da gente rozza e vile, con cui ella nessun dialogo poteva avere. Era un isolamento sociale, che tanto ricorda Leopardi. L’isolamento sociale, tuttavia, non era isolamento intellettuale e culturale. Napoli era pur sempre un centro umanistico-rinascimentale di primo piano. A Napoli circolava una importante edizione delle rime bembiane; a Napoli aveva studiato il padre di Isabella; da Napoli, attraverso predicatori ecclesiastici, frati missionari e sacerdoti in genere, arrivavano molti stimoli culturali. Non si dimentichi che Valsinni faceva parte della più grande diocesi del Sud. Si vuol dire di Tursi. L’invenzione della stampa permetteva a principi e cortigiani, che viaggiavano da e per Napoli, di portare a buon prezzo le opere stampate di poeti e poetesse italiane. Non bisogna ignorare che gran parte del territorio meridionale che, da Napoli, arrivava fino a Valsinni e fino in Calabria, era sotto il casato dei potenti Sanseverino, che alla cultura avevano dato un giusto peso. Un veicolo importante era e fu il maestro di casa Morra, che fece da insegnante di italiano, latino, greco e catechismo ai fratelli Scipione e Isabella. All’isolamento sociale Isabella cercava di sopperire disperatamente, attraverso il “dialogo” letterario. Le corrispondenze epistolari in versi erano una moda nel Quattrocento e nel Cinquecento. Proprio ai suoi sonetti “epistolari” Isabella affidava le sue confessioni e i suoi “dialoghi”. Come in Leopardi, sonetti e canzoni di Isabella hanno un “tu” cui si rivolgono, sia il poeta Alamanni, sia la Fortuna, sia il padre, sia il fiume Sinni, sia la sacra Giunone, sia Cristo, sia la “grotta felice”, sia il fratello… Erano invocazioni che tradivano il dramma dell’isolamento esistenziale, che il surrogato-letteratura non poteva e non poté colmare. Pietro Giordani, insomma, non poteva e non poté colmare il vuoto che Leopardi avvertiva in paese. Una fidanzatina, magari ignorante, avrebbe fatto molto, forse tutto… Insomma meglio Silvia che Pietro. Per Isabella, meglio don Diego che Alamanni. Quando poi si credette che avesse scelto don Diego, i fratelli l’uccisero. A dimostrazione dei collegamenti che Isabella ebbe con la poesia petrarchesca rinascimentale, tramite soprattutto il Bembo e il bembismo, mi preme offrire ai lettori di “La presenza di Erato” i seguenti raffronti, fatti, con gran fatica, in tempi in cui non esisteva il sussidio prezioso dei computer. Buona lettura!

Giovanni Caserta

 

da LUIGI ALAMANNIOpere toscane, Roma, Stamperia Caetani, 1806, Tomi 2

 

Riscontri in tomo I:

Fiammeggiar vidi una vermiglia Rosa ,                                          p. 136             

Vermiglia Rosa, che mi stringe, e serra,                                          p.136  

Ove alberga colei, che ‘l mio cor tiene,                                             p.142             

Ch’al gran saluto, al bel sembiante umano,                       p.148              

O la ritorni in questo carcer cieco,                                                      p.158             

Che più dolce saria, che l’esser teco,                                              p. 158            

Sempre sia ‘l cielo in te largo, e cortese,                                   p. 162            

Avrà fatto veder, ch’i Gigli d’oro,                                        p.238                        

Quei, ch’ei paventa sol, quei Gigli d’oro,                                        p. 240                              

Hor ch’io veggio il mio Re ne l’armi avvolto                           (in Domenichi, p.233),

 

Riscontri in tomo II:

Nella dedica “Al Cristianissimo Re Francesco I”, L. Alamanni si ripromette di tornare a cantare le lodi del re in un tempo successivo, con migliore stile, cioè si ripromette

di più purgati inchiostri empier le carte”                                    p.60.

Isabella Morra, nel sonetto rivolto all’Alamanni, riconosce al poeta proprio

un “ben purgato inchiostro”!

Indi le venne il bel sembiante umano,                                             p. 226.

 

da PIETRO BEMBO – Rime, Torino, UTET, 1960

 

ma io d’ogni mio ben son casso e privo,                              p. 554

ché poi che di quel ben son privo e casso,                    p. 545

privo in tutto son d’ogni mio bene,                                          p. 546

sto qual uomo di spirto ignudo e casso…                               p.541

avaro destino,                                                                  p.554

di cui fosse vicino/ il fin ( la morte),                             p.554

che scrivi tu, del cui purgato inchiostro,                      p.593

era il sentier da sé gravoso et erto, p.558

da quel dì (cioè dall’ascesa in cielo) mai caldo né gelo…,    p.477 (vedi anche p. 652 e 528)

vedete com’io agghiaccio e com’io avampo,             p. 530

Già bella solo, or di pietà sì nuda,/

inseme, lasso, e sì d’amor rubella,                              p. 534

tanti al vento sospiri e lode spargo, /

non ch’Apollo mi sia cortese e largo/

di quel, onde s’eterniil nome vostro,//

ma dico, che non oro o gemme od ostro…, fer …

Io famosa passar al secol nostro…

‘una sen va col pregio di beltàde..                                    p. 547

tal che la gloria mia, come a sol neve,/

si va struggendo…                                                                         p. 655

 

da VITTORIA COLONNA, Rime, Scrittori d’Italia, Bari, Laterza, 1982

 

tronca l’audaci penne al bel desire,                                    p. 31

quando il gran lume appar ne l’oriente, //

che ‘nero manto de la notte sgombra,/

e ‘l freddo gel ch’alor la terra ingombra/

dissolve e scaccia col suo raggio ardente…                      p.37

formerian vago ciel largo e cortese,                                       p.44

il desir vivo, e d’ogni ben digiuna,                                      p.48

vuol troncar l’ali ai bei nostri desiri,                                  p.59

con chiare voci e con purgato inchiostro,                              p.72

al Signor per angusto erto sentiero,                                    p. 87

l’ali troncar che sì superbe spande…                                   p. 204

ch’n questo cieco error già quattro lustri… mi tiene involta, p. 130

l’aversa stella mia, l’empia fortuna,                                    p. 7

… il mio bel Sole/ certo de la mia salda e pura fede,        p. 17

felice lei, che ne l’un foco estinse,                                       p. 42

D’ogni sua grazia fu largo al mio Sole/ il Ciel,                   p. 65

tu sol far puoi ch’un’alma inferma e frale,                        p. 148

sempre al maggior periglio, e gemme ed oro/

spreggiar non ti bastò…,                                                                            p. 204

tanti lumi…ha spenti l’empia Morte, ingorda e avara,    p.207

ma a voi fu il Ciel sì largo, e a me la stella/sì parca          p. 208

 

da GASPARA STAMPA, Rime di tre gentildonne del secolo XVI, Milano, Sonzogno, sd (Vittoria Colonna, Gaspara Stampa e Veronica Gàmbara)

 

posso indur la mia fiera e dura stella,                                p. 240

.. Fortuna… l’empia e di pietà rubella,                               p. 281

 

da VERONICA GAMBARA, ivi

 

Ben si può dir che a voi largo e cortese/

de i suoi doni sia stato il cielo avaro,                                  p. 367

 

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