Pasolini atto quinto: Pier Paolo dagli occhi mori, di Michele Rossitti

521f6188c06847La commissione di censura del Ministero del Turismo e dello Spettacolo bloccò Salò e le centoventi giornate di Sodoma e il film venne dato a Parigi venti giorni dopo la scomparsa del regista dei claustrofobici Teorema e Porcile. Nella pellicola il classico di De Sade è innestato all’harem di una perversione intus et in cute del potere dittatoriale dove il sesso, piuttosto che venire assaporato in giochi primordiali, infuoca l’anello sfinterico e l’intestino retto di un’umanità selvaggiamente progredita che riduce gli organi, la carne e il ciclo biologico a strumenti di sfruttamento oro anale. Pasolini venne trucidato nel novembre ’75 presso l’idroscalo di Ostia da Pelosi che solo pochi anni fa, durante il fortunato “Storie maledette” in onda il sabato in seconda serata sulla terza rete Rai, ha insinuato a Franca Leosini retroscena sconosciuti dell’omicidio con la presenza di altri tre (quattro?) ignoti sicari sulla scena del crimine, in attesa di colpire al momento giusto, per incastrare lui spaventato che fugge nella notte e investe a bordo dell’Alfa Giulietta un torace insanguinato che ancora ansima sopra la sabbia fangosa; erano sospetti arcinoti quanto le voci sul complotto per spegnere un crogiolo incandescente. Quindi non fu una reazione feroce da parte sua alle eccessive pretese di Pasolini dopo una fellatio del poeta sull’inguine di quel ragazzo che ha parlato a distanza di decenni per paura di ritorsioni contro l’incolumità della madre, deceduta poco prima delle esternazioni che dovrebbero aver riaperto il fascicolo. Qualcuno aspettava che si spalancasse una portiera per infierire nella tregua tra Ognissanti e il Giorno dei Morti in un luogo di incontri, la soffiata fatale di una delazione avrebbe anticipato la spedizione punitiva. Un anonimo voleva davvero riconsegnargli dietro il pagamento del riscatto le bobine rubate di Salò? L’assassinio dello scrittore non fu l’epilogo di un safari sregolato, né tantomeno una “morte a progetto”, un triste copione escatologico premurato nei reflussi reconditi delle sue cantine letterarie e cinematografiche ma un frangente estremo di un modus nebuloso per esplorare un singolo contesto vitale e non si equipari Pelosi all’Agkà del caso Orlandi, seppur con riserva. C’è da chiedersi se questa morte riesca a scomporre una sceneggiatura fulminea del suo pellegrinaggio terreno e riplasmare un’effigie screpolata e sfuocata. Per usare la metafora dello specchio, l’indagine potrebbe avanzare la congettura dello sdoppiamento, approfondito dall’autore nell’inedito Petrolio, riferito al dirigente ENI, l’integro Carlo di Polis versus un disintegrato Carlo di Tetis: l’ “io eroe”, cioè il presupposto che Pasolini pone di sé attraverso i testi, dall’altro un “io mostro”, le possibili derivazioni provocate dall’addizione sbagliata tra l’idea precedente e la proiezione dei lettori. Indizi scartati perché incongrui per il semplice fatto che l’indivisibilità interiore di Pasolini è assieme fragile, sensuale e incoerente, non narcisista e nemmeno fondibile come in una lega metallica. Un rischio lo si corre a ogni modo: le due versioni non riusciranno però ad essere debellate per intero, la vita conquistata nell’immaginario non deve venirgli sottratta con un gesto volontario. Sfruttò questa cinetica nebulosa per restarne maciullato e con lui una memoria bicefala: il Pasolini maudit, pedofilo, “frocio” e “busòn”, così apostrofato senza ritegno persino ai funerali o il “Cireneo” umile dal cuore dolce e di eccelsa sensibilità. Dietro al carboncino commemorativo, dopo il poeta, lo scrittore, il regista e l’intellettuale sguscia un quinto Pasolini dal lasciapassare diafano e scisso nei minimi spessori, più di Carlo che un giorno alla toeletta si scoprirà donna. L’episodio successo a Ramuscello nel 1949 durante una sagra paesana che avrebbe coinvolto il poeta (per questo si era visto ritirata la tessera del Partito) in una sequenza di libidini compiute a danno di minorenni e la conseguente indagine dei carabinieri di Cordovado, presenta pieghe oscure per l’intervento del pievano della località sanvitese e della DC che avrebbero pilotato lo scandalo della promiscuità, con lo scopo di sabotare il maestro alle elementari di Valvasone perché si ritirasse dalla militanza politica. Le famiglie dei ragazzi non avevano sporto denuncia contro l’insegnante. Pasolini, interrogato, ammise di essere stato manipolato per eccitarsi all’onanismo e per assimilare il gesto a un’espressione pragmatica di radici colte tirò in ballo le prose di Gide. Il PCI, mesi addietro, aveva denunciato per pederastia un rappresentante dell’Azione Cattolica e allora si può parlare di una reciproca ripicca su abitudini anomale. La vicenda, condonata la pena per indulto a tutti gli imputati che sinceri dichiararono di essere frequentatori abituali e remunerati dal poeta per le prestazioni, si concluse in appello nel 1951 con la loro assoluzione, incluso Pasolini che aveva già raggiunto la capitale, la “Città di Dio” di Una vita violenta in compagnia della madre esaurita, invece al padre, ufficiale dell’esercito, toccò una crisi di nervi. Il campetto nei pressi della casa colonica, sottratto alla vista della strada, era apparso per l’avvocato di Pasolini il palmizio di un’oasi del Sahara, non uno spazio comune, e giocò un ruolo decisivo nell’ultima udienza che convinse la corte a far cadere l’accusa di corruzione minorile. La famiglia Pasolini aveva risarcito in anticipo i genitori dei quattro protagonisti. Per stornare equivoci maldestri, chi scrive o legge potrebbe aver subito molestie in canonica da parte di un sacerdote durante l’infanzia. Neppure chiamato a rispondere, rimasto impunito oltre che ingiudicato, trasferito in un convitto, alla sua dipartita la curia gli riserverebbe funerali faraonici. Diceva Giolitti che “la legge con i nemici si applica, con gli amici si interpreta”. 521f619ed6ab16Chiudo l’inciso col dire che l’articolo non vuole fare a oltranza arringa difensiva o accusatoria di ammesse responsabilità verso un autore fondamentale, non serve disquisire l’articolo 527 del Codice penale. Assoluzione con formula piena dunque per i processi di oscenità riguardo a Ragazzi di vita e alle lolite di Nabokov o alle donne con attributi maturi a cui Balthus affibbiava visi di ragazzine appena adolescenti per declamare la libera versione del sentimento, l’apologia non sussiste come l’infrazione. Almeno fino all’uscita di Ragazzi di vita, Pasolini aveva vissuto la diversità eretica della scoperta omosessuale che inserì nei romanzi della confessione Atti impuri e Amado mio, pubblicati postumi nei primi anni Ottanta. Provò attraverso questi incompiuti, il primo estrapolato dai diari privati detti Quaderni rossi a narrarsi con le sue passioni proibite. Proprio in Atti impuri adoperò l’autobiografismo diretto e l’amato Tonuti Spagnol o la violinista slovena Pina Kalç messi sulla scena crearono uno scambio, seppur stilisticamente immaturo, tra realtà e finzione. L’omoerotismo sofferto alla stregua del martirio, oltre che esibito e rivendicato almeno negli anni precedenti il trasferimento a Roma (confiderà in una missiva a Silvana Mauri di aver preferito essere “naturale”) non è la pietra dello scandalo ma lo è la sincerità che anticipa i risvolti delle sue posizioni distanti dal neutralismo sociologico di certa politica d’opinione, fosse demagogica o mediatica. Sfollato a Casarsa il paese della mamma Susanna, negli anni della guerra dirà poi di aver maturato la sua iniziazione sessuale e consumato senza rimorsi. Assente ogni tattica e considerazione per sviluppare mediazioni era di sicuro un adolescente assoluto, nemico del falso ideologico e opponeva il suo estremismo esistenziale per denunciare il cambiamento distruttivo a cui l’Italia si stava incamminando. La disposizione analitica in Pasolini appare figlia del desiderio. Un intuito moralmente civile ispira il pathos conoscitivo, un leitmotiv deferente al passato “sogno di una cosa” a favore dell’utopia tangibile, edificata tra interazioni umane verso e per la grande civiltà umanistica e autoctona, la speranza di raccogliere ancora i cocci da quei cuori non ancora calpestati sotto le zampe del mammut consumistico. Venuto meno questo risultato l’ispirazione s’impoverisce e Pasolini cerca di cucire lo strappo verso sud, Napoli, l’India con Moravia e Elsa Morante, i paesi africani e arabi. Marocco, Kenya, Ghana, Iran, Yemen, il Terzo mondo gli appare nell’immediato l’eden di una nuova civiltà vergine dove proiettare i miti, riporre le speranze di un umanità sprecata già in sé, rubata allo sfioramento atavico e sacrale con la natura. Riferimenti recuperati alla stregua del dialetto friulano e del romanesco che lo avevano riunito alla tradizione delle origini astoriche, a dispetto di un tradizionalismo retorico e consolidato che l’instaurarsi del boom aveva verniciato con la sua patina piccolo-borghese. Un italiano tecnologico in fasce appoggiato alla standardizzazione antropologica dei caratteri umani spiegano il parere contro l’aborto, non la polemica di un conservatore severo, in realtà la provocazione in risposta a un referto rischioso di volume maggiore. I ragazzi di borgata, neofiti camaleonti avevano buttato a mare l’ingenuità per inglobarsi in slogan e mode. Nel Sessanta accennò alla crisi irreversibile del marxismo: gli scottava addosso la scalata del neocapitalismo e la scomparsa di una penisola rurale, sottoproletaria innocente, variegata e vitale nella sua dignitosa indigenza a lungo celebrata. La sinistra italiana avrebbe dovuto rivolgere attenzione a conservare e proteggere la durata di valori meritevoli, decapitare il piede colossale di un capitalismo spregiudicato con in tasca solo l’innovazione e l’annientamento trasgressivo del passato, la sua decimazione in una riserva. Per questo, la modernità di Pasolini distingue tra progresso e sviluppo, non accoglie le novità a battenti chiusi, diffida della reclame, dei capelli lunghi hippie, di Jesus scritto sui jeans, è un imbuto impermeabile che non trangugia il sorso sulla mercificazione fittizia mulinata dai figli di papà nelle piazze gremite, avrebbe dovuto bersi il caffè con Nicola Chiaromonte, una falce macabra glielo ha impedito. Da un lato è divenuto un labaro innocuo da esibire nelle manifestazioni ufficiali mentre, dall’altro, la sinistra nostrana ha liquidato in termini pauperistici e catoniani qualunque leggera critica sul consumo superfluo. Debitore non certo a Marx, meglio educato alla scuola del pedagogo Gramsci in solidarietà alle lotte dei braccanti friulani per la mancata applicazione del lodo De Gasperi, disprezzava la mentalità borghese pur riconoscendone i meriti storici, non era fattibile acquistare gli affetti e le idee, il concetto di possesso è bandito dal reale che non si lascia mai accalappiare al laccio. Riversava profonda fiducia nell’individuo, un liberal radicale d’adozione contro ogni sistema collettivo che potesse inghiottirlo, antagonista della dialettica storica e delle bugie del conformismo sociale; anche se non avrebbe potuto accettare l’elitarismo di troppi azionisti e cattedratici si era definito sempre comunista addirittura al congresso del Partito radicale con cui simpatizzava, prosecutore della tattica attiva del fratello Guido Alberto, partigiano ucciso per mano titina in un eccidio nella malga sopra Porzus. Pasolini non poteva amare le istituzioni ma ne capiva il ruolo storico e le rispettava perché le spore di una ricerca spirituale genuina si includono al di fuori dei dettami ecclesiastici. Il dichiararsi ateo con la percezione del sacro gli faceva stigmatizzare quel marxismo incapace di elaborare le grandi tematiche religiose. Il concetto di sacro ne Il Vangelo secondo Matteo non appartiene a un immanentismo esoterico targato New Age ma il reale contiene una diversa dignità epica colta da angolazione specifica, assimilata nell’osmosi dionisiaca. Ardente con le sue nozze tragiche di bontà e cattiveria, senza rinvii al futuro o inciuci secolarizzati, allora così l’unità raggiunta si accorda allo sperma che Carmelo inocula in Carlo per elevarlo all’elezione superiore della Grazia. Pasolini vacillerà in vita tra la tentazione della castità e un disperato nomadismo sessuale, perciò considera la fisica circostante impasto di un demiurgo malvagio e i fasci delle membrane una cortina spinata. Non avrebbe voluto essere partorito ma rimanere rannicchiato nell’alveo incorruttibile delle tube materne, però, una volta immesso nel mondo alla pari degli eoni gnostici, si invaghisce dell’imperfezione continentale e ottiene che è l’unico vincolo pericoloso da stringere con il benessere abbagliante e incalcolabile già sperimentato nello status prenatale, pagherà sempre per avere l’amore. La Divina Mimesis rifacimento privato dell’inferno dantesco fornì il preambolo a conclusione del processo comparato che spianò la via al magmatico antiromanzo postumo, Petrolio. tumblr_mf84hyoouf1qbqooso1_500Negli intenti avrebbe costituito l’attacco spietato all’omologazione culturale contemporanea ma appare il più difettoso (iniziato nei primi anni Settanta e di impianto inconcluso e provvisorio) per calcolo esponenziale di connettersi a un anacoluto letterario di carico irregolare. Nel limbo di Petrolio, oltre l’attinenza alle bolge, si indovina la torcia del polimorfo Petronio, spunto da cui intendeva derivare la stesura di un Satyricon attuale con i nomi degli affaristi colpevoli, i neo baroni imperiali. L’ultimo frammento del brano latino tramonta con una tavola calda che aspira a godere del testamento del poeta Eumolpo a una condizione: i commensali devono mangiare in pubblico il suo cadavere tagliato a pezzi e cotto; via via i passi assumono il ritmo di una suasoria antropofagica farcita di citazioni storiche. Già in Uccellacci e Uccellini, Pasolini si era servito di apologhi mitici abbassati alla parodia francescana a confronto con lo squallore odierno per giungere al banchetto mistico a base di corvo (il timoniere migliore, liricamente togliattiano) che Totò e Ninetto Davoli divorano alla fine, smacco inclemente del fallimento interclassista sui titoli di coda di un’Italia vinta. La brama del danaro e della speculazione plutocratica si abbigliano sadiche di orge ben più crude del ventesimo ossessivo pene che a turno Carlo ingoia, del pratone lungo la Casilina, allusione a un materasso erboso e sconfinato per eiaculare il seme dei tempi di Ramuscello che i due poveri dannati percorrono quando si allontanano in direzione progressista, lasciandosi alle spalle con i residui fumanti dello spiedo, la scia visionaria di un omicidio periferico tutto parlamentare.

Michele Rossitti

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6 commenti
  1. Complimenti vivissimi e sinceri a Michele Rossitti per questa sua documentatissima rievocazione di Pier Paolo Pasolini. Confesso con gioia che la sua prosa lussureggiante mi ha intrigato non poco. Tuttavia, se posso permettermi, devo dire che, più passano gli anni, e sempre meno mi sembra giusto parlare, a proposito del maestro friulano, come di “un autore fondamentale” quanto piuttosto di un più comune “importante autore”. E, in verità, tra il “maudit” e il “Cireneo” avrei indagato un po’ più sul meno letterario ma più umano “povero disgraziato” vittima delle proprie passioni. E poi non avrei affermato che la “disposizione analitica in Pasolini appare figlia del desiderio” quanto piuttosto che il desiderio offusca, esaltandola o deprimendola, quella stessa naturale disposizione. E infine non avrei sottaciuto quel luminoso, tagliente giudizio di Giovanni Raboni: Pasolini era poeta in tutto ciò che faceva tranne che in poesia!
    Con i miei più cordiali, partecipi saluti.

  2. Perchè, caro Paolo, “l’umano povero disgraziato vittima delle proprie passioni”? Forse l’omosessuale non ha diritto di vivere la propria sessualità come vuole? Credi che l’omosessuale sia più “sporco” di un etero che egualmente si dona per passione o voluttà? Un po’ è cambiato, e sottolineo un po’, l’atteggiamento nei confronti di noi omosessuali, ma non basta;basti rammentare i 2, 3 ragazzi che nel giro di pochi anni si sono suicidati perchè derisi e messi da parte. Ricordo i giochini tra amici che facevamo all’età di 13, 14 anni, quando iniziavamo ad avere le prime pulsioni, e pensa, si giocava esclusivamente tra maschi a quei tempi ( io ho 47 anni, parlo dunque di 34 anni fa), si praticava l’onanismo come niente, ci si toccava persino, ma non per omosessualità, ma per scoprire l’immenso piacere del sesso. Medesima cosa ricercava Pasolini e i ragazzi da lui attorniati. Lo “sporco” lo si vede solo nell’omosessualità, mai nell’eterosessualità. E questo è un errore. I desideri, le passioni, gli ardori, gli sguardi, gli ammiccamenti sono i medesimi, cambia solo l’altro che ti trovi di fronte: per me uno del mio stesso sesso, per un altro il sesso opposto. Ma tralasciamo! L’articolo di Michele è veramente intrigante, un giovane di 31 anni che sente Pasolini ancora così vicino e così importante;il poeta Pasolini, il regista, lo scrittore, il critico, il filologo, l’intellettuale che più lo scavi e più dice cose, e più parla, e più ti anticipa. Quanto al giudizio di Raboni, ahi, ahi, cosa direbbe se leggesse ora le poesie di sua moglie? Si ricrederebbe di quello che ha scritto di Pasolini? forse non rivedrebbe persino le sue liriche?Voglio infine ricordare un certo Giuseppe Zigaina (amico di Pasolini) il quale pur di farsi pubblicità e soldi, con l’editore Marsilio ha pubblicato 2 testi: Pasolini. ” Un’idea di stile: uno stilo!”, e Pasolini e la morte; il primo nel 1999, il secondo nel 2005. Naturalmente non invito nessuno a leggere questi 2 libri ( a me furono regalati tempo fa dal mio ragazzo. Li lessi e stetti solo male, non capivo come un amico di Pasolini potesse inventarsi fantasie così demoniache per spiegare la sua morte). Caro Paolo, Pasolini è un autore FONDAMENTALE, non un importante autore.

    • No, carissimo Luciano, la sessualità – omo o etero che sia – non c’entrava nulla con quella mia espressione “povero disgraziato” che voleva solo indicare – anche bonariamente – la fragilità dell’umano, di tutti gli uomini e di tutte le donne. Mi dispiace aver dato adito, contro ogni mia volontà, a questo equivoco. Continuo però a pensare che Pasolini sia un autore importante. Per me “fondamentale”, negli ultimi due secoli di letteratura italiana, è solo Leopardi.
      Un caro saluto.

  3. Mi permetto d’intervenire in questa discussione perché vedo che nell’intervento di Luciano i due piani del discorso – quello sull’omosessualità di Pasolini ( o di un X qualsiasi) e quello della poesia o della scrittura di Pasolini ( o di un X qualsiasi) e, si potrebbe dire, della vita e dell’arte, tendono a sovrapporsi e a confondersi. Troppo.
    Mi chiederei invece: Pasolini è un autore importante o fondamentale per quel che ha scritto (o filmato ecc.) o per la sua omosessualità?
    La stessa domanda credo si possa e si debba fare per un poeta o scrittore o artista eterosessuale o per uno scrittore la cui vita è stata caratterizzate – che so – dalla passione politica o religiosa o scientifica.
    Prevengo una possibile obiezione: è proprio l’omosessualità o il modo (coraggioso, vitalistico, disperato: ciascuno veda il termine più adatto) con cui Pasolini l’ha vissuta e calata nelle sue opere a fare di lui uno scrittore fondamentale.
    Mi pare un’obiezione parzialmente sbagliata. L’omosessualità di Pasolini influisce potentemente sulla sua scrittura ma non è tutto. A differenza di tanti omosessuali o eterosessuali che non hanno sentito *pure* l’esigenza di scrivere, Pasolini ha scritto. E ci restano i suoi scritti, non una delle tante biografie (comunque interessanti) in cui la scrittura non sia entrata. C’è, dunque, da valutare come lui ha dato forma a questo contenuto omosessuale della sua esperienza, come l’ha calato nel linguaggio, nella scrittura. Ed è questo un piano diverso dalla vita, mai riducibile o confondibile con essa o con l’omosessualità o l’eterosessualità dello scrittore o alro che abbia caratterizzato una certa biografia. Tanto per fare un altro esempio, noi non valutiamo il valore di Dante soltanto dal suo cattolicesimo. Di cattolici ce ne sono stati milioni, ma solo lui ha lasciato la Commedia. Dovremmo forse scuoterci da un luogo comune impostosi negli ultimi decenni, secondo il quale è diventato ovvio, per reazione ad una visione troppo idealistica, parlare di poesia aggiungendovi l’aggettivo (operaia, civile, politica, femminista, omosessuale, migrante, ecc.) che finisce per prevaricare sul sostantivo. Il rischio è che, così facendo, il testo poetico o letterario venga letto semplicemente come un *documento* della inclinazione che ha dominato la vita di uno scrittore. E più è in primo piano la sua passione, più la sua opera sarebbe “fondamentale”, più la documenta con forza è più dovrebbe passare automanticamente per *monumento*. No, documento non è la stessa cosa di monumento.

  4. Sottoscrivo questo intervento di Ennio Abate. Aggiungo che la qualifica di “fondamentale” si giustifica solo in riferimento a ciò che determina i confini della nostra conoscenza. E io credo che tutti noi continuiamo a muoverci entro gli orizzonti tracciati nella “Ginestra”, così come è stata letta e vissuta da Cesare Luporini e Walter Binni. Per questo l’aggettivo “fondamentale” spetta solo a Leopardi e al suo fiore del deserto.

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