Rispolverare i classici: cinque poesie di Giovanni Pascoli

DEA-S-00TO00-6547_352-288Giovanni Pascoli nacque nel 1855 a San Mauro di Romagna, oggi San Mauro Pascoli, da Ruggero e da Caterina Vincenzi Allocatelli, quarto di otto figli. Gli anni della sua fanciullezza sono provati da molti eventi luttuosi, che lasceranno una profonda impronta nel carattere e nel mondo poetico di Giovanni: tra il 1868 e il ’71 muoiono la sorella maggiore, Margherita, la madre e il fratello Luigi. A Urbino Pascoli pubblica la sua prima poesia, Il pianto dei compagni (1869), per la morte di un compagno di studi (Pirro Viviani che sarà poi ricordato nell’Aquilone); sempre a Urbino, sotto la guida di illustri maestri quali G. Celi, F. Donati e G. Giacoletti, già vincitore del concorso di poesia latina di Amsterdam, approfondisce con singolare perizia lo studio delle lingue classiche. Nel 1873 si iscrive alla facoltà di lettere di Bologna incontrandovi maestri quali Carducci, Gandino, Acri. Nel 1876 muore di tifo il fratello Giacomo. Giovanni attraversa un periodo di gravi ristrettezze economiche, facendo la spola tra San Mauro, alla ricerca di prove contro gli assassini del padre, e Bologna, dove frequenta gli amici carducciani: intanto aveva perduto la borsa di studio per aver partecipato a una dimostrazione contro il ministro Bonghi. Si laurea nel 1882 discutendo una tesi sulla metrica di Alceo. Nello stesso anno è chiamato a Matera come professore di latino e greco al liceo Duni. Nel 1886, per le nozze di Ferrari, pubblica i madrigali dell’Ultima passeggiata, che confluiranno in Myricae. E  Myricae apparirà nel 1891 in Livorno, dove il poeta era stato trasferito. Nel 1900 ottiene la prima di una lunga serie di medaglie d’oro al concorso di poesia latina ad Amsterdam. Nel 1896 Pascoli è nominato professore incaricato di grammatica greca e latina all’Università di Bologna, dove ritrova i vecchi maestri e amici. Il 1897 è l’anno della prima edizione dei Poemetti. Seguiranno i Canti di Castelvecchio (1903, 1905), Poemi conviviali ( 1904, 1905), Odi e inni (1906, 1907), Nuovi poemetti (1909). Nel 1905 era succeduto alla cattedra di letteratura italiana già occupata da Carducci all’Università di Bologna. La gloria del poeta è al massimo. Ai primi di febbraio del 1912 Pascoli si ammala di tumore al fegato: muore a Bologna il 6 aprile di quell’anno.

MATTINO

Trema al vento la cortina:
bianca e rosea traspare
di lì dietro la bambina
4che sta dolce a contemplare.

Testa bionda al petto inchina,
bianche forme a me sì care,
come l’aura mattutina
8vi fa molli ondoleggiare!

Una pioggia acre e sottile
fruscia al dubbio aere intanto…
11suona l’ora al campanile.

Ed un forte odor selvaggio
si diffonde in ogni canto.
14Amor mio, ben venga maggio!

NEBBIA

Nascondi le cose lontane,
tu nebbia impalpabile e scialba,
tu fumo che ancora rampolli,
su l’alba,
da’ lampi notturni e da’ crolli
d’aeree frane!

Nascondi le cose lontane,
nascondimi quello ch’è morto!
Ch’io veda soltanto la siepe
dell’orto,
la mura ch’ha piene le crepe
di valeriane.

Nascondi le cose lontane:
le cose son ebbre di pianto!
Ch’io veda i due peschi, i due meli,
soltanto,
che dànno i soavi lor mieli
pel nero mio pane.

Nascondi le cose lontane
che vogliono ch’ami e che vada!
Ch’io veda là solo quel bianco
di strada,
che un giorno ho da fare tra stanco
don don di campane…

Nascondi le cose lontane,
nascondile, involale al volo
del cuore! Ch’io veda il cipresso
là, solo,
qui, solo quest’orto, cui presso
sonnecchia il mio cane.

X AGOSTO

San Lorenzo, io lo so perché tanto
di stelle per l’aria tranquilla
arde e cade, perché sì gran pianto
nel concavo cielo favilla.

Ritornava una rondine al tetto:
l’uccisero: cadde tra spini:
ella aveva nel becco un insetto:
la cena dei suoi rondinini.

Ora è là, come in croce, che tende
quel verme a quel cielo lontano;
e il suo nido è nell’ombra, che attende
che pigola sempre più piano.

Anche un uomo tornava al suo nido:
l’uccisero: disse: Perdono;
e restò negli aperti occhi un grido:
portava due bambole in dono…

Ora là, nella casa romita,
lo aspettano, aspettano in vano:
egli immobile, attonito, addita
le bambole al cielo lontano.

E tu, Cielo, dall’alto dei mondi
sereni, infinito, immortale,
oh! d’un pianto di stelle lo inondi
quest’atomo opaco del Male!

IL GELSOMINO NOTTURNO
E s’aprono i fiori notturni,
nell’ora che penso ai miei cari.
Sono apparse in mezzo ai viburni
le farfalle crepuscolari.
Da un pezzo si tacquero i gridi:
là sola una casa bisbiglia.
Sotto l’ali dormono i nidi,
come gli occhi sotto le ciglia.
Dai calici aperti si esala
l’odore di fragole rosse.
Splende un lume là nella sala.
Nasce l’erba sopra le fosse.
Un’ape tardiva sussurra
trovando già prese le celle.
La Chioccetta per l’aia azzurra
va col suo pigolio di stelle.
Per tutta la notte s’esala
l’odore che passa col vento.
Passa il lume su per la scala;
brilla al primo piano: s’è spento…
È l’alba: si chiudono i petali
un poco gualciti; si cova,
dentro l’urna molle e segreta,
non so che felicità nuova.
I DUE ORFANI

I

« Fratello, ti do noia ora, se parlo? »
« Parla; non posso prender sonno.» « lo sento
rodere appena…» « Sarà forse un tarlo… »

« Fratello, l’hai sentito ora un lamento
lungo nel buio?» « Sarà forse un cane… »
« C’è gente all’uscio…» « Sarà forse il vento… »

« Odo due voci piane piane piane… »
« Forse è la pioggia che vien giù bel bello ».
« Senti quei tocchi?» « Sono le campane ».

« Suonano a morto? Suonano a martello? ».
«Forse…» « Ho paura…» « Credo che tuoni:
come faremo?» « Non lo so, fratello:

stammi vicino: stiamo in pace: buoni.»
«lo parlo ancoro, se tu sei contento.
Ricordi, quando per la serratura

veniva lume?» « Ed ora il lume è spento. »

II

« Anche a que’ tempi noi s’avea paura:
si, ma non tanta.» « Or nulla ci conforta,
e siamo soli nella notte oscura ».

« Essa era là, di là di quella porta;
e se n’udiva un mormorio fugace,
di quando in quando.» « Ed or la mamma è morta.»

« Ricordi? Allora non si stava in pace
tanto, fra noi… » « Noi siamo ora piu buoni… »
« Ora che non c’è piu chi si compiace

di noi…» « che non c’è più chi ci perdoni. »

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2 commenti
  1. Da giovanissimo ho amato la poesia di Giovanni Pascoli con lo stesso ardore con il quale un adolescente può amare l’influenza che lo tiene lontano dai banchi di scuola. A distanza di tanti anni continuo ad amare quella poesia come si ama una malattia cronica dalla quale è preferibile non guarire mai. Complimenti a Luciano Nota per la scelta dei testi, gioielli purissimi che, incuranti del tempo, continuano a emanare bagliori…

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