Poesia lucana del dopoguerra: due poesie di Nicola Scarano, a cura di Giovanni Caserta

lucania%2005Nell’immediato dopoguerra, in clima di ricostruzione, il Sud fu al centro del dibattito politico- culturale, quale terra da redimere. Sotto la suggestione creata dalla pubblicazione del “Cristo si è fermato a Eboli” di Carlo Levi, la Basilicata, meglio conosciuta col nome di Lucania, fu oggetto di ogni attenzione. Sociologi italiani e stranieri, cineasti, giornalisti, pittori, fotografi scesero in regione a studiare una realtà, che, secondo Levi, era rimasta fuori del tempo e della storia e che, comunque, costituiva l’emblema della “condizione meridionale”. In quegli anni, tra il 1946 e il 1956, molti giovani lucani, generalmente studenti mai giunti alla laurea, trascinati dall’entusiasmo di tanto risveglio e di tanto interesse, si cimentarono nella lotta al fianco delle popolazioni, spesso utilizzando, con i comizi, anche la poesia. Di quella generosa schiera di giovani, come è noto, fece parte Rocco Scotellaro, spontaneamente riconosciuto capo e simbolo, pur se militante su altro terreno politico e ideologico. Di quei giovani – Mario Trufelli, Michele Parrella, Giulio Stolfi, Vito Riviello, Felice Scardaccione, Giuseppe Giannotta, Vincenzo Jacovino… – nessuno, si può dire, mancò di scrivere una lirica intitolala “Lucania” e, contemporaneamente, con altra lirica, rendere omaggio al poeta di Tricarico. Può darsi che quella poesia non raggiunga sempre l’arte; sempre, però, essa è documento di sincera passione e amore per gli ultimi e per il proprio paese. In ogni caso, sempre, a saperla leggere, è interessante documento storico-sociale, che, a distanza di oltre sessant’anni, vale la pena rileggere.

Nicola Scarano nacque a Calciano il 1° settembre 1921. Rimase presto orfano della madre. Trascorse parte della sua adolescenza e giovinezza tra Cerignola e Foggia. Alla fine della guerra, visse tra Calciano, Accettura e Potenza, esercitando la professione di maestro elementare. Di fede cattolica, morì a Potenza, il 29 novembre 1990. Corrispondente della “Gazzetta del Mezzogiorno” e del “Mattino”, è autore di tre raccolte poetiche: “Gocce al mare”(Milano, Gastaldi, 1956), “Alba sul Basento” (Matera, Studio Arti Visive, 1973) e “Luci sul Basento” (Venosa, Osanna, 1986). Le tre raccolte, insieme con liriche inedite, sono state recentemente pubblicate a cura di Giovanni Caserta sotto il titolo di “Il mio Basento” (Matera, BMG, 2007),asottolineare il ruolo centrale che gioca uno dei quattro fiumi da cui è attraversata la Basilicata. Fu anche il fiume di Rocco Scotellaro.

LUCANIA

Ansare di monti,
nerbuti petti antichi
ricurvi dagli anni,
ansare sommesso
per le chine dirute
dallo scorrere eterno dei tempi.
Dirotto pianto
per immemori fiumi
e per torrenti disperati
lungo aride brulle balze scatenati.
Grigiore di cieli:
caligine o bruma,
grigiore di vita.
Sussurri di fronde migranti,
sussurri remoti
di tutta una vita languente.
D’ingrate fatiche narrate,
d’adusti sudori
che t’hanno vessata, estenuata
o terra lucana.
La fame narrate
gli stenti,
i volti rugosi
che t’hanno squarciato piangendo
i seni rocciosi.

 

A ROCCO SCOTELLARO

Rocco,
il tuo canto
è come il petto del contadino
che soffia e stride e geme:
come mantice ansima.
Aspro è il soffiare
come la sorte dura,
duro come la vita:
la vita dei tuoi pezzenti.
Viva nel cuore tuo è questa vita
con una fede: la fede loro.
Ma non è tutta;
quest’orizzonte solo abbraccia e vede.
C’è l’anelito immane,
c’è l’affannarsi della vita
che vivono le genti
c’è il non senso del mondo
che tu senti.
Ed io lo sento con te
quest’ansimare de l’anima del mondo,
con te lo sento come l’uragano
che scerpe e tuona e fende.
E l’ansia di queste genti
e il rassegnato stento
e questa umana giustizia
con te la sento.
Ma questi sensi in petto
altra fede ci dié
con altro detto.

Commentando l’ultima raccolta di versi di Nicola Scarano (Luci sul Basento, Venosa, Osanna), fresca di stampa, scrivevamo, nel lontano 1986, che essa confermava la lunga fedeltà del poeta a sé stesso, alla sua terra e, in particolare, al “suo” fiume. Nicola Scarano, infatti, non era, in quel 1986, alla sua prima prova poetica. La sua attività lirica partiva dagli anni immediatamente successivi al dopoguerra, talché la sua produzione attraversava quasi quarant’anni della storia nazionale e regionale, di cui registrava sentimenti, umori e aspirazioni, senza mai mentire e rinunziare a sé stesso.

Nel lontano 1956, quando pubblicava Gocce al mare, l’Italia era ancora tutta proiettata verso il futuro. Essa aveva alle spalle venti anni di dittatura e cinque anni di guerra, che ne avevano segnato a sangue la coscienza. Da poco si respirava una libertà nuova e più completa, mai conosciuta prima, nemmeno negli anni del liberalesimo ottocentesco e primonovecentesco. I partiti facevano le loro prime campagne elettorali e gli oratori si sfidavano sulle piazze, nulla risparmiando alla foga retorica. Un giovane maestro elementare, allora, tra un concorso e l’altro, tra una scuola sussidiata e una scuola popolare, era protagonista per necessità, e diventava, senza nemmeno saperlo, intellettuale impegnato. Ciò era particolarmente vero, se quell’insegnante si trovava ad operare in un paesino di un Mezzogiorno, che, tutto ad un tratto, si era ritrovato al centro del dibattito culturale e politico nazionale. Erano gli anni della pubblicazione dei Quaderni del carcere di Gramsci e delle sue Lettere, ed erano gli anni del Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi. In letteratura dilagava il neorealismo; lo stesso accadeva nella pittura e nel cinema. Nicola Scarano, insegnante in un paese della montagna materana, a Calciano prima, ad Accettura poi, in Gocce al mare registrava un clima di speranza e di attesa, rivivendolo attraverso una connaturata inquietudine, che non lo abbandonava mai, così come non l’avrebbe mai abbandonato l’amore per la sua Lucania Basilicata e, quindi, una costante “lucanità”.

            Ci sono stati poeti lucani, in tutti questi anni, dal 1960 in poi, che questa fedeltà alla loro terra non hanno conservato. Alcuni, passata l’ondata neorealista, si sono sentiti fuori gioco, come estranei e delusi rispetto a quello che accadeva intorno. Hanno perciò scelto la via dello scontroso e quasi offeso silenzio. Altri, invece, sentendosi limitati e quasi mortificati dalla loro “lucanità”, hanno cercato altri approdi, che fossero più alla moda e, quindi, più esposti all’attenzione della cultura dominante. Hanno perciò giocato a fare dello sperimentalismo e dell’avanguardia, che suonavano stonati rispetto ad un contesto, in cui il problema sociale era ancora urgente, come dimostravano le migliaia di disoccupati e le migliaia di emigranti che, annualmente, lasciavano la regione per raggiungere la Svizzera e la Germania o, nel migliore dei casi, Milano e Torino. Nicola Scarano, invece, ha continuato ad affidarsi alla sua invincibile ingenuità, cioè onestà, cercando la poesia là dove soltanto è possibile trovarla. Vogliamo dire nella sua anima. Deriva di qui quel filo di Arianna, che attraversa tutta la sua poesia, per l’arco di circa quarant’anni. Questo filo continuo, come il Basento tortuoso, è l’uomo del Sud, il lucano, che vive la sua vita in un rapporto di simbiosi con la realtà della sua terra. Scriveva Carlo Levi, come è noto, che la Lucania Basilicata è in fondo ad ognuno di noi; a maggior ragione questo è valido per Nicola Scarano, che della Lucania Basilicata più autentica, quella interna, ha vissuto tutte le illusioni, tutte le aspettative e, anche, le non poche delusioni.

            La Lucania Basilicata di Nicola Scarano, infatti, è quella arroccata tra i monti, a metà strada, per chi percorra la strada Basentana, fra Matera e Potenza. Vi si riconoscono Calciano, Accettura e, nei versi più recenti, la stessa Potenza. Questa Lucania Basilicata, così interna e spesso, in certi mesi dell’anno, addirittura inaccessibile, raccoglie il cuore partecipe del poeta; essa è l’emblema della sua condizione di cantore elegiaco e pensoso.

            Le uniche linee di apertura di questa Lucania Basilicata sono costituite dai fiumi, che, incuneandosi tra i monti e scavando, nei secoli, le valli, corrono verso il mare. I fiumi diventano, per ciò stesso, il simbolo delle speranze che si aprono, ma anche delle inquietudini di Scarano. E per tutti vale l’immagine del Basento. Del resto, è stato proprio lungo i fiumi, in tempi normali, che ha camminato la storia; e ai fiumi si sono affidati, nel tempo, coloro che volevano uscire dalla solitudine ed entrare nell’alveo di essa. Lo si vede confermato nei nostri giorni. Dopo che, per secoli, i fiumi sono stati lasciati senza argini e si sono coperti e riempiti di fango, sono tornati ad essere sinonimi di vita e di civiltà una volta che il Mezzogiorno è tornato al centro del dibattito politico e degli interventi socio-economici. Per secoli, quando la storia era buia e tetra, le comunicazioni erano avvenute camminando lungo le creste dei monti, perché bisognava sfuggire ai corsari e alla malaria; da quando, invece, debellata la malaria, eliminati i pericoli delle guerre e delle invasioni nemiche, il Sud si è aperto al mondo, gli uomini sono tornati, come gli antichi Greci della Magna Grecia, a muoversi lungo le valli, che sono, per natura, più agevoli. Lì sono state costruite le strade a scorrimento veloce, che dai fiumi prendono il loro nome: la “Agrina”, la “Sinnica”, la “Basentana” e, da qualche mese, la “Bradanica”.

            Questa proiezione della Lucania Basilicata verso i fiumi, con tutte le oscillazioni, le malinconie e le incertezze che in ogni “fuga” sono implicite, Scarano interpreta naturalmente, si direbbe istintivamente, lungo tutta la sua produzione poetica, che si articola in tre titoli di per sé molto significativi: Gocce al mare (Milano, Gastaldi, 1956), Alba sul Basento (Matera, Studio Arti Visive, 1973) e Luci sul Basento (Venosa, Osanna, 1986).

            Già dalla data di pubblicazione, si evince che Gocce al mare nasceva nella stagione del neorealismo, anche se sul declinare di essa. Usciva, infatti, proprio in quel 1956, che la critica letteraria indica, generalmente, come l’anno conclusivo dell’esperienza neorealistica, essendo, quello, l’anno della rivoluzione repressa d’Ungheria e l’anno della cosiddetta “destalinizzazione”; ma il corpo della produzione di Gocce al mare rientra tutto nell’ambito neorealistico, esprimendo quella particolare intenzione sociale e popolare, che segnò la poesia di quegli anni.

            L’intonazione della poesia di Scarano, tuttavia, pur sentendo la validità e sacralità delle rivendicazioni degli oppressi, sfuggiva agli entusiasmi clamorosi e alle suggestioni eroico-rivoluzionarie, che furono di Rocco Scotellaro e Michele Parrella, perché si rifugiava, piuttosto, nella annotazione amara dell’aspra quotidianità del paese, oppure indulgeva ad una vena evocativa, che ricalcava spesso Carducci, Leopardi e Pascoli, anche per evidente influsso di particolari e diffuse letture scolastiche, che, in quegli anni, circolavano numerose nei libri di scuola elementare. Scarano, anzi, si cimentava persino nella composizione di un sonetto, che, oltre che essere di buona fattura, rivelava buon gusto.

            In quelle forme di letteraria tradizione, tuttavia, la materia era nuova. E si trattava della presentazione di una realtà umile e concreta, abitata da poveri diavoli e intrecciata di piccoli fatti quotidiani, tra sofferenza e attesa, all’interno della quale una stella, una luce, una finestra socchiusa potevano portare impensabili attimi di intensa felicità. Si noti, per fare un esempio, il senso di sollievo che si accompagna allo scoppio della festa di carnevale, ancorché si tratti di un povero carnevale di paese: “Evviva! Evviva! Evviva Sant’Antuono, / riporta il vento un’eco di lontano; / cominceran doman maschere e suoni / comincerà domani il carnevale” (Sant’Antuono). Son parole semplici di un mondo semplice; ma c’è anche il bisogno dell’evasione, cioè la gioia e il grido di soddisfazione per una interruzione brusca e salutare rispetto all’uniformità e al grigiore, squallido quanto penoso, della misera vita quotidiana, passata, per lunghe ore, presso il lento ardere di un sonnacchioso focolare, o a cercare il sostegno alla propria materiale sopravvivenza.

            Certamente, molto vi era di risaputo e di ovvio in quelle prime prove poetiche, a cominciare dai richiamati riecheggiamenti delle più usate forme espressive. Il maestro, per esempio, va a scuola “per le vie del borgo”; inosservato passa tra la gente, “che di lui stima tanto poco ormai”; “il garzoncel pugna fra la neve”… Ma non si può negare la sincerità di quella poesia. Gocce al mare diventa, perciò, una graziosa fotografia d’epoca, pur con tutti i limiti tecnici e culturali che essa può rivelare. Attraverso quelle pagine, ormai anch’esse ingiallite, il lettore è portato per mano, tra vicoli e case, presso focolari e caffè, a rivisitare un mondo vecchio di cinquant’anni fa, quando i paesi di montagna avevano ancora diffusi e variegati segni di vita e di attesa, perché non ancora toccati dal disastroso esodo degli anni 1960. Si rivivono le feste di Capodanno, Natale, San Giuseppe; c’è persino un interessante e ammirato ricordo di Rocco Scotellaro, che, in quegli anni, percorreva i paesi della montagna materana, portandovi il verbo salvifico del socialismo e scontrandosi con la fede cattolica e democristiana di Scarano, che tuttavia, pur nella diversità degli ideali, era disposto a concedere all’avversario l’onore e la lode della onestà e della generosità. Pur per vie diverse, quei due giovani, quasi coetanei, erano percorsi dagli stessi aneliti di giustizia e libertà. “Rocco – diceva Scarano, rivolgendosi a Scotellaro -, / il tuo canto / è come il petto del contadino / che soffia e stride e geme […] / C’è l’anelito immane, / c’è l’affannarsi della vita / che vivono le genti / c’è il non senso del mondo / che tu senti. / Ed io lo sento con te / quest’ansimare de l’anima del mondo,/ con te lo sento come l’uragano / che scerpe e tuona e fende” ( A Rocco Scotellaro).

            Se in quegli anni Rocco Scotellaro si aspettava tutto dal messaggio socialista, Scarano riponeva ogni speranza nella rigenerazione della coscienza cattolica. Era sinceramente convinto della validità di una militanza che si ispirava ai principi del cristianesimo. Della fede cattolica e della sincerità di tanti cattolici, suoi compagni di viaggio, anche dell’ultima ora, non aveva ragione di dubitare. Gli omaggi a Giovanni Gronchi, perciò, nuovo presidente della Repubblica, erano tanto sinceri quando l’estasi mistica che lo prendeva di fronte alla Croce del Calvario, in cima ad Accettura: “M’annego d’altezza / sulla Croce del Calvario / d’Accettura, / donde vedo una piana lontana, / i monti più vicini / e il paese a sinistra / con tre braccia … Sopra, / nel Cielo, / dirimpetto alla Croce / c’è Dio che sorride mesto / al Figlio suo lassù” (Calvario).

            Nel 1973, ovviamente, quando usciva Alba sul Basento, il clima politico e il quadro sociale erano radicalmente cambiati. E cambiava il tono della poesia di Scarano, la cui innata inquietudine meglio si sintonizzava con i tempi e con le nuove situazioni. Il Sud, complessivamente, aveva visto fallire molte di quelle illusioni, maturate tra la fine degli anni 1950 e l’inizio degli anni 1960, quando si erano realizzati i primi interventi di industrializzazione nella valle del Basento. Le fabbriche, nella valle, in quel 1973, accusavano già i primi segni di crisi; i paesi si stavano spopolando o si erano spopolati.

La raccolta poetica è, per l’appunto, chiusa tra due “albe” sul Basento: la prima del 1954, la seconda del 1971. Scarano, in tal modo, ha voluto raccontare circa vent’anni tra grandi aspettative e mancata realizzazione delle stesse. Alba sul Basento 1954, infatti, all’inizio della raccolta, si concludeva con una convinzione e un augurio, che così suonava: “Quest’alba / è il filo tenue / della speranza / che trama nei petti spenti / e si strugge agli stenti. // Che venga l’alba nuova a queste genti”. Negli stessi mesi, Rocco Scotellaro, col piglio e le certezze del socialista rivoluzionario che gli erano propri, pieno di fede scalpitante, aveva dato invece per certo e per avvenuto l’arrivo dei tempi nuovi. “È fatto giorno – proclamava – siamo entrati in giuoco anche noi / con i panni e le scarpe e le facce che avevamo. / Le lepri sui sono ritirate e i galli cantano, ritorna la faccia di mia madre al focolare”. E proprio con la raccolta È fatto giorno aveva vinto, postumo, il premio Viareggio 1954.

            Di fatto, però, ciò che era un auspicio per Scarano e fu una certezza per Scotellaro, diventava una grande delusione circa vent’anni dopo. Alba sul Basento 1971, infatti, a chiusura della raccolta, portava una amara considerazione e presa d’atto, che così veniva espressa: “Le cime remote / svettano ancora invano / le grame nudità / e i paesi imbiancati, / le brevi piazze incongruenti / si scalcinano lenti / nei rochi meriggi / attoniti / che stingono in pallori / languenti / i lividi acciottolati. // Qui non è ancora vera / l’alba nuova”. Le speranze di una volta, cioè, erano andate perdute sotto l’incalzare dei nuovi giorni, assai deludenti, che “corrodono i miti / e sfrondano ideali pretestuosi / che da sempre / han cambiato il mondo / e lo cullano / in un miraggio ipnotico / che sfuma i contorni amari. Anni ’70 / si sfaldano millenni: / si demitizza il mondo / o una nuova / irreversibile ipnosi / sovrasta l’uomo “.

            In questa nuova condizione di sfiducia e stanchezza, il poeta, pur non rinunziando alla sua passione civile, via via dava spazio ad una dimensione della vita più diffusa su temi esistenziali. Altra e nuova maturità sopraggiungeva. Trasferitosi a Potenza nei primi anni 1960, infatti, fuori delle urgenze sociali e politiche del paese, respirava altra aria culturale, che rendeva meno schematica e meno ruvida la sua visione della realtà. Molte delusioni, peraltro, gli erano venute dagli stessi compagni di militanza politica e da molti aspetti degenerati della sua Democrazia Cristiana. Premevano preoccupazioni familiari. La sua attività politica, perciò, risultava cosa piuttosto lontana o, comunque, marginale. Preferiva, all’attività politica, l’azione sociale esercitata attraverso il sindacato della scuola e attraverso l’ENAM (Ente Nazionale Assistenza Magistrale). Questo dava un respiro più largo alla sua poesia, con ricorso ad un linguaggio che tendeva a farsi indeterminato e allusivo. Aveva imparato che a volte, in poesia, conta più il ritmo che le parole. Le liriche si restringevano a brevi annotazioni, se non fulgurazioni, non immuni da qualche civetteria sperimentale; il verso si faceva ondulante, imperniato su moduli stilistici, che traducevano un nuovo stato d’animo, fatto di incertezze, soste, incanti improvvisi, che fermavano il cammino, per poi riavviarlo lungo un’erta che lasciava disperare, ma anche intravedere e confidare che ci potesse essere, oltre la vetta, qualcosa di nuovo, chissà mai.

            Una delle liriche che meglio traducono questa nuova condizione spirituale è senza dubbio Quest’incauto andare, dal bellissimo avvio: “Mi sgomenta e m’incanta / questo tempo / d’andare libero incauto / pei soffici messaggi del cielo / lievi / che sussurrano parole bianche / sfarfallio di sogni”, in cui ricorrono due delle parole poetiche più care a Scarano, e perciò più frequenti nell’intera raccolta. Intendiamo parlare di incanto e incauto. Pur di significato diverso, infatti, esse sono affini nel suono e, nel contempo, danno il senso dell’incertezza tra l’andare e il fermarsi. Messe insieme, suscitano un senso di sospensione, che può indurre a sconforto e a sgomento, ma anche, come si è detto, a speranza.

            Il nuovo stato d’animo è in concomitanza con la mancanza di un preciso orientamento tra le cose. “Se mi prendesse – dice Scarano – una mano / e mi guidasse / al confine di questo incauto andare, / non mi sgomenterebbe / il solitario tonfo del mio passo” (Quest’incauto andare). Ma una mano non c’è, o, almeno, non sempre si trova. Ne deriva l’accentuarsi della tensione e dell’inquietudine, sicché l’aggettivo inquieto, nelle sue varie forme, diventa tanto frequente da ricorrere ben tredici volte nella nuova raccolta. A volte lo si registra più di una volta nella stessa lirica. Una verifica è in Autunno, in cui si legge: “Ma ritornavo a quelle vigne stanche / al tempo di raspollare: / il cielo lanuginoso, / il sole labile, / l’aria inquieta / ai primi odori asprigni / e un alitare intorno di sussurri arcani. / Spaziavo libero / assorto / tra i sanguigni riflessi / dei morenti pampini / e sorbivo fragranze marcite / e cullavo vaghezze inquiete“. Ove, accanto a inquieto, compare anche un verbo – cullavo – che, assai caro anch’esso a Scarano, esprime la sospensione e, nello stesso tempo, il conseguente bisogno di affetto e quasi di protezione, certamente collegabile al fatto che egli, appena bambino, aveva perduto la madre e, quindi, chi avrebbe potuto tenerlo tra le braccia. Del complesso dell’orfano, in Scarano, ci sono non poche tracce. Non è un caso che il verbo cullare ricorra ben tre volte nella lirica dedicata a Michelina, la più piccola delle sue sorelle, morta anch’essa piuttosto giovane, in macchina, mentre la trasportavano per una visita medica a Bari. “Cullavi speranze ignare […] – si legge -./ E ti cullò da ultimo / un rombo […] / Virgineo pianto di cielo / a breve / t’involgerà di tenui coltri / e l’eco di materne nenie / non mai udite / ti cullerà le veglie / eternamente” (Alla sorella Michelina). In alternativa a cullare, del resto, spesso ricorrono parole ad essa del tutto assimilabili, quali altalenare, danzare e sospeso.

            A tredici anni di distanza, nel 1986, compariva l’ultima raccolta di Scarano: Luci sul Basento. Si parlava, in giro, di età post-industriale e di burotica, di robotica e terziario avanzato; ma nella Lucania Basilicata c’erano paesi che non conoscevano ancora né il primario avanzato, né il secondario, né il terziario arretrato. Si pensi ai numerosi paesi che già apparivano come in via di estinzione, tra i quali erano i paesi cari al cuore alla memoria di Scarano. Si vuol dire di Calciano e Accettura. Calciano, al censimento del 1951 contava 1.683 abitanti, diventati 1.559 nel 1961 e 1.313 nel 1971 e appena 1.155 nel 1981. Aveva perduto un terzo dei suoi abitanti. Analogo discorso si poteva fare per Accettura, che contava 4.546 abitanti nel 1951, divenuti 4.290 nel 1961, 3.383 nel 1971 e appena 2.672 nel 1981. Quasi metà della popolazione accetturese era andata via. E pioveva sul bagnato. Il 23 novembre 1980, infatti, c’era stato un violento terremoto, uno dei tanti che, periodicamente, si abbattono sulla regione. Il poeta così lo rievocava: “Scolorivano albe incerte / i giorni della speranza. / La terra tremò / si perse l’ultimo bagliore. // Sbigottiti i paesi / si scrollavano così d’un colpo, / pesi caduchi / paradigmi consunti. // Ora siamo davvero / soli” (23 novembre 1980).

            Nel 1986 Scarano aveva sessantacinque anni, era stanco e sembrava esprimere il desiderio di tirare i remi in barca, come per lasciarsi portare dalla corrente, cullato almeno da essa. Non è che egli ritenesse che la vita, nel suo complesso, non meritasse di essere vissuta e non meritasse l’impegno totale, almeno sul piano etico. Mai lo aveva abbandonato la fede cattolica, ancorché vissuta sempre in modo molto discreto e quasi pudico. Gli è che, malinconicamente, avvertiva che il mondo da lui sognato ormai non gli apparteneva più, perché gli era sfuggito per sempre. Il suo era ormai, un ineludibile autunno di poeta : “Quest’autunno che avanza / ostile / sottile. // Quest’autunno schivo / opulento / esausto e violento // Quest’autunno di ritorni / di addii / e di voli arditi. // Sfuma tra nebbie rade / la dolce pena antica. / / Solo la paura stringe il cuore” (L’ultimo autunno del poeta).

Il futuro apparteneva agli altri, a cui egli poteva solo trasmettere il suo insegnamento e il suo monito. Avvertiva per sé solo un gran bisogno di riposo e di abbandono. Proprio la prima lirica della raccolta, in tal senso, sembra offrire la chiave di interpretazione della intera silloge, sì da apparire la più significativa: “Catturai una stella / e vagai per ellissi molteplici – si legge -. // Naviga tra nebulose incerte / la cometa / che costruimmo insieme / in quelle sere” (Cometa). C’è, parimenti, una avvertita necessità di immergersi nel segreto profondo dell’universo: “Nella spuma che ti lambiva / coglievi lucido / l’orgasmo primordiale / totale” (Alba sul mare ). E si coglie come un sospirato approdo verso una dimensione infinita: Potenza ne è il simbolo, nel momento in cui offre l’impressione di chi si “aggrappa su scabre vette / e beve / avide fette / di cielo” (Potenza).

            Certo la vita vissuta è ancora presente, nel ricordo e nei fatti, con tutte le sue contraddizioni e le sue tragedie incomprensibili. Una bella lirica, per esempio, Scarano dedica all’handicappato e all’assurdità del suo essere, cioè del suo “non” essere, che ne fa una creatura isolata e inascoltata: “Tu non hai voce – scrive -. / L’hai consumata in gridi / silenziosi / l’hai perduta in un giro / di bufere. / Tu non puoi gridare al vento…/ Tu non puoi / il vento non ti ascolta (H: lettera muta).

            Ormai lo storico e il reale, o contingente, appaiono collocati in una visione più complessa, che potrebbe dirsi mistica e cosmica. Scarano avverte il bisogno di avere la chiave di tanti misteri e tanti paradossi che la lunga vita gli mostrato. Qualcuno gli chiederà conto; ma è altrettanto vero che anche lui chiederà a Qualcuno conto di tante assurdità: il caviale e il terzo mondo, la fame e lo “champagne”, la mano tesa e il terrorismo, la dolce vita e la vita amara, la droga e il napalm, il Cile e il Salvador, i neri, i bianchi, i gialli, i colonnelli, il furore di Allah dei grandi Ayatollah… “Sapremo? Capiremo?” – si domanda. E’ netta la sensazione che, con gli anni, della vita si capisce sempre meno. Solo Dio può avere una risposta. Ed è con fare quasi blasfemo che egli urla: “Scrolleremo le deità / imperturbabili / e grideremo il perché del male / le glorie indebite / le ingiuste espiazioni / il perché di noi stessi / l’essere / il non essere / questo mondo bifronte” (Daremo conto).

Né tanto meno può sperare di cambiare le cose. Gliene manca il tempo. I suoi sogni, a conti fatti, sono rimasti sogni, anche se, senza sogni, difficilmente si riuscirebbe a sopravvivere. Non è detto, del resto, che altri non riescano a cogliere i risultati che le generazioni precedenti non hanno raggiunto. La vita continua attraverso i figli e i nipoti, e si rinnova continuamente. Ognuno è chiamato a fare la sua parte. C’è un momento in cui si ripromette di lasciare il passato per proiettarsi tutto vero il futuro e le nuove generazioni: “Non scaverò più – dice – la terra dei morti / per ritrovarmi. / Frugherò le culle / a interpretare i vagiti / lo spasimo delle gemme / il palpito del seme / lo slancio del seme / lo slancio del germoglio / la metamorfosi della ninfa / l’uovo tradotto in vita” (Frugherò la vita).

Se si vive e si continua a vivere, qualcosa c’è per cui vale la pena di esistere. Intanto ci sono le persone care; e c’è, fra tanto male, la possibilità di trovare tracce d’amore disinteressatamente dispensato. Nell’ospedale “Regina Elena” di Roma, dove generalmente finiscono coloro che sono condannati a morire, una suora gentile e buona può portare un sorso di cielo e può far arretrare anche le metastasi più voraci: “Gli occhi / un ruscello di cielo / a primavera / una corolla in boccio / il suo sorriso. / Un passo lieve / appena sussurrato / smosse l’aria greve / stemperò il tedio / rimise in gioco il tempo. // Anche le metastasi più avide / ristettero incantate” (Per le corsie del “Regina Elena“).

            Torna in primo piano l’insegnante, l’educatore, l’uomo che si era abituato a interrogarsi sul senso della vita e della storia e che nelle aule scolastiche coltivò il futuro delle nuove generazioni. Giunto all’autunno della sua vita, spezzate le energie per una eventuale azione diretta, può insegnare e dire che la vita o è un sogno o è nulla. Ogni generazione ha bisogno delle sue fiabe. Le sue, narrate una volta alla sua bambina, non servono più. Altre fiabe urgono. Ne nasce la lirica più bella e più intensa dell’intera raccolta, dedicata alla figlia Giuliana: “Quelle luci sul Basento / Ogni luce un colore / una fiaba // Ascoltavi rapita. // Era la ninna nanna / delle speranze nate in quella valle / che cullava i tuoi sogni di bambina / tra spire di ciminiere / sbigottite. // Ora le luci non ci sono più / non servono ai tuoi sogni. / Ora le fiabe le racconti tu. / Sono fiabe di speranze nuove / che culleranno i sogni miei delusi” (Luci sul Basento).

            Si è in una visione assorta della storia, guardata nel suo perenne fluire, sotto la spinta di istanze che ne costituiscono la forza innovatrice. Corrispondeva, sul piano espressivo, la quasi scomparsa dell’aggettivo inquieto che, nell’ultima raccolta, compare solo tre volte. Colpisce, invece, l’uso all’infinito dei verbi, che toglie limiti e contorni al tempo. Non esiste passato o presente o futuro. Tutto è eternamente compresente, in una contemporaneità dei tempi, che non è caos né disperazione, ma consapevolezza di far parte dell’universo. A volte il verbo cade del tutto. Ed è la stessa cosa. Il tempo, cioè, o scompare o si dissolve nella indistinta e infinita atemporalità, dove solo è quella desiderata quiete, verso la quale, stroncato da un tumore, Scarano volava il 29 novembre 1990, giorno e anno della sua morte.

 

 

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  1. non conoscevo questo Autore, ringrazio per la nota di lettura e per avere bene delineato un tempo in cui tutti erano più giovani, vecchi compresi: la poesia di Scarano tocca la sofferenza, i problemi di una terra, la Basilicata, tra le più depresse d’Italia, ora come allora malgrado abbiano trivellato qualche litro di petrolio. Leggendole però non sono riuscito a togliermi di dosso il senso di distacco, quasi una mancata partecipazione dell’autore a un dramma che si limita a descrivere. Sbaglio?

    • Risposta di Giovanni Caserta inviatami via mail:

      Rispondere a tutti i problemi posti da Almerighi ed Ennio Abate è veramente difficile. Intanto ringrazio dell’attenzione. Mi sembra però di poter dire cinque o sei cose:
      1. Quei giovani poeti non operarono inutilmente, né in poesia né in politica
      2. Fu anche grazie a loro che si ebbe la riforma agraria, la politica per la casa, a Tricarico persino un ospedale fortemente voluto da Scotellaro, poeta e sindaco nello stesso tempo. Vi pare poco?
      3. Sono convinto che in poesia o c’è l’anima o non c’è la poesia. Voglio dire, per essere più preciso, che ci può essere anima senza poesia, ma giammai poesia senz’anima
      4. Dante, Boccaccio, Manzoni, Verga, furono fedeli alla loro terra-anima. Per questo sono grandi.
      5. Petrarca fu senza paese ed è grande poeta di un’anima “senza paese”
      6. Del resto, è vero o non è vero che ogni grande autore è sempre autore di una sola opera?
      7. Infine, ogni poeta va giudicato dall’interno, cioè secondo la sua ottica, mai secondo quella del critico. O no?

  2. Questa ricostruzione fatta da Giovanni Caserta del percorso poetico e di vita di Nicola Scarano mi ha attirato. Innanzitutto in quanto immigrato dal meridione al Nord rimasto sempre attento alla cultura che in quei luoghi si manifestò in passato e si manifesta oggi. (Tra l’altro il periodo che va dal dopoguerra agli anni Sessanta, qui rievocato, è stato per me quello “formativo”). Eppure mi chiedo che senso abbia rileggere questi esempi dimenticati di «poesia lucana» a distanza di decenni e quale ”sentimento del tempo”richieda la lettura. E qui mi discosto – polemicamente ma spero rispettosamente e non nascondendo qualche mio “rimorso” da “modernizzato” (per forza e per scelta) – dalla lettura che ne dà Caserta.
    Perché la lunga fedeltà del «poeta [Scarano] a sé stesso, alla sua terra e, in particolare, al “suo” fiume» dovrebbe essere un valore? Specie se posta a confronto con la trasformazione complessiva dell’Italia (cui Caserta accenna solo sul piano letterario riferendo del passaggio dal neorealismo allo sperimentalismo e all’avanguardia). Non è, infatti, che abbia giovato di più alla soluzione dei problemi sociali che affliggono tuttora il Sud dell’Italia (e anzi dell’intera Italia) rispetto alla scelta dell’emigrazione.
    Diffido poi di questa sorta di culto dell’anima ( «Scarano, invece, ha continuato ad affidarsi alla sua invincibile ingenuità, cioè onestà, cercando la poesia là dove soltanto è possibile trovarla. Vogliamo dire nella sua anima») che Caserta fa coincidere in pieno con la poesia.
    Così pensando, si rimane ingabbiati nel mito della selvatichezza della Lucania (o del Sud in generale), che fu ambiguamente l’atteggiamento di Carlo Levi (« Carlo Levi, come è noto, che la Lucania Basilicata è in fondo ad ognuno di noi; a maggior ragione questo è valido per Nicola Scarano, che della Lucania Basilicata più autentica, quella interna, ha vissuto tutte le illusioni, tutte le aspettative e, anche, le non poche delusioni.»). O magari nell’elegia malinconica e astorica del tempo che fugge e tutto travolge.
    Caserta poi contrappone sottilmente (o, direi, segnala una sua preferenza) la posizione politica di Scarano a quella di Scotellaro: «L’intonazione della poesia di Scarano, tuttavia, pur sentendo la validità e sacralità delle rivendicazioni degli oppressi, sfuggiva agli entusiasmi clamorosi e alle suggestioni eroico-rivoluzionarie, che furono di Rocco Scotellaro».
    Scrive: «in quegli anni Rocco Scotellaro si aspettava tutto dal messaggio socialista» e «Scarano riponeva ogni speranza nella rigenerazione della coscienza cattolica». Entrambe queste opzioni, allora contrapposte, sono però state sconfitte e la storia ha riconfermato la sua distruttività, cancellando sia l’ideologia socialista che democristiana e mostrato quanto vane fossero quelle speranze. Non bisogna perciò prendere atto che tutti e due i poeti sono stati gettati nella “fossa degli sconfitti e dei dimenticati”?
    E allora, noi che siamo venuti abbiamo il compito di riconoscere con esattezza cosa “salvare” (per noi) dei loro valori e della loro opera.
    Forse «la presentazione di una realtà umile e concreta, abitata da poveri diavoli e intrecciata di piccoli fatti quotidiani, tra sofferenza e attesa, all’interno della quale una stella, una luce, una finestra socchiusa potevano portare impensabili attimi di intensa felicità»?
    È questo da riconoscere e apprezzare nella poesia di Scarano?
    Eppure, se le forme in cui si esprime questa sua poesia di fedeltà al luogo sono risapute, scolastiche, con tutta la simpatia e il rispetto che si deve a chiunque s’impegnava nella scrittura (specie se al Sud e in quel momento storico…), dobbiamo pur chiederci se basti. Basta la funzione di documento storico che queste poesie contengono? Specie se sappiamo che, dopotutto, anche i documenti (e figuriamoci le poesie) appena parlano a noi adulto o vecchi; e, di per sé, non parlano affatto quasi più a chi viene dopo e ai giovani?
    Un altro punto. Possiamo considerare perfino come un fatto positivo, un allargamento di orizzonti, il passaggio di Scarano dalla poesia di «passione civile» ai temi esistenziali. Di per sé il cambiamento di passo e di temi potrebbe essere stato non solo segno di sconfitta ma anche di ingresso in una dimensione nuova. Ma come la rende Scarano? Per quel che capisco rimane in un’inquietudine che pare davvero generica.
    Accompagnarlo con dolcezza nella fase della sua vecchiaia e constatare con lui la fine di un mondo è doveroso e umano. Ma perché – mi chiedo io – approvare in pieno quel suo distaccarsi dallo “storico” e dal “reale” e accettare quella che Caserta definisce « una visione più complessa, che potrebbe dirsi mistica e cosmica»?
    Se, condividendo la posizione di Scarano, anche Caserta ritiene inevitabile e positivo questo abbandono del terreno storico e reale, allora bisognerebbe almeno dire chiaramente che tutta la precedente speranza o sogno di riscatto umano *nella storia e non fuori dalla storia *, che Scarano e Scotellaro ebbero da giovani, era sbagliata.
    Non ci resta che chiedere «a Qualcuno conto di tante assurdità: il caviale e il terzo mondo, la fame e lo “champagne”, la mano tesa e il terrorismo, la dolce vita e la vita amara, la droga e il napalm, il Cile e il Salvador, i neri, i bianchi, i gialli, i colonnelli, il furore di Allah dei grandi Ayatollah»?
    Se si è convinti che «solo Dio può avere una risposta», allora tanto vale smettere di cercarne nella poesia e passare direttamente alla religione.

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