Guillaume Apollinaire: la divertita enumerazione caotica a zonzo nei paesi della memoria, di Michele Rossitti

guillaume-apollinaire-11Dietro la smania aggressiva di Marinetti e delle riviste fiorentine scalpitavano le istanze nazionalistiche e per dirla con Piero Gobetti le “avventurose inquietudini”, alimentate e mutuate dal processo di industrializzazione. Il clima di sprovveduta disponibilità congiunta a inclinazioni che avrebbero finito col volgere l’orientamento vitalistico in senso bellicista prima e fascista dopo erano determinate dallo sviluppo capitalista. Si finì così col riconoscere energie innovatrici quelle che, contrariamente, ribadivano sotto un abito violento le vecchie premesse e gli interessi di parte per riportare in auge una restaurazione reazionaria. Pioniere della stagione francese nella forma non meno che nel fondo, Apollinaire invece incarnò il sentiero depurato da un assalto efferato e spartì assieme alle traduzioni visive di Vlaminck, Derain ma specialmente Picasso la trasposizione grafica dell’immaginario lirico attraverso gli Alcools e le coraggiose associazioni raggiunte con il Bestiaire, rabdomante di un acuto simbolismo fiorito di partecipazioni erotiche che lo scottarono con tormento, nonché l’arruolamento come volontario al primo conflitto mondiale. Si possono assemblare tutte le esperienze in un intero corpus rimasto incompiuto, fervido di esperimenti estetici e interventi audaci alle passeggiate linguistiche coeve. Non è corretto confondere la musicalità irregolare della sua produzione alla sete che lo porta a teorizzare le linee guida del movimento cubista o a instaurare vincoli di contatto con un certo Futurismo oppure al manifesto di Breton per anticipare fermenti surrealistici. Vederne un mero caposcuola allontana la consapevolezza di essere mercurio in vitro per calcolare i gradi centigradi che la nuova rivoluzione industriale gli presentava sotto forma di contributi escogitati dalla tecnica. L’invenzione della macchina, il cinema e il fonografo avrebbero modificato e adeguato l’intonazione formale nell’uso del verso a un’emancipazione espressiva moltiplicata dall’eliminazione della punteggiatura per rendere poesia un disegno, il calligramma. Questa neonata soluzione stilistica della lirica verso-liberista costituisce, dal 1912, il requiem della meticolosità tipografica negli anni in cui l’invenzione di Gutemberg era agli sgoccioli della sua luminosa carriera, all’alba delle moderne attrezzature di riproduzione ottica e fonica alla stessa stregua in cui il piroscafo a vapore aveva messo in crisi il ruolo secolare del capitano in Conrad. Profetico anticipo di quanto autentici brevetti comunichino senza transitare attraverso l’ausilio della scrittura, nonostante le sollecitazioni reciproche tra Apollinaire e le avanguardie, resisteranno senza fondersi in queste esperienze. Anche se le raccolte ricordano le “Parole in libertà” e un certo visivismo impaginato, i segni tipografici vengono svincolati dagli schemi di righe e versi in nuovi rapporti illustrativi: qui infatti le parole scarcerate da punti o virgole e da nessi sintattici assumono una logica di elisione. Il neologismo derivato dalla crasi di due vocaboli greci kalòs “bello” e gramma “figura o lettera alfabetica” consente alle strofe di combinarsi in un mosaico oculare di piramidi o cavalli, scritte ordinate a forma di astri, orologi, cravatte che suggeriscono la simultaneità verbale e pittorica. La petite auto (La piccola automobile) in tal senso traduce lo spirito prometeico del trasporto su gomma.

Il 31 agosto 1914
Partii da Deauville un po’ prima di mezzanotte
Sulla piccola auto di Rouveyre
Con l’autista eravamo in tre
Dicemmo addio a tutta un’epoca
Giganti furiosi si ergevano sopra l’Europa
Le aquile lasciavano il nido aspettando il sole
I pesci voraci salivano dagli abissi
I popoli accorrevano per conoscersi a fondo
I morti tremavano di paura nelle loro cupe dimore
I cani abbaiavano laggiù verso le frontiere
Io me ne andavo portando in me tutti quegli eserciti che si
Battevano
Li sentivo salire in me e stendersi le contrade dov’essi serpeggiavano
Con le foreste i villaggi felici del Belgio
Francorchamps con l’Acqua Rossa e i “pouhons”
Regione attraverso la quale sempre irrompono le invasioni
Arterie ferroviarie dove coloro che andavano a morire
Salutavano ancora una volta la vita dai ricchi colori
Oceani profondi in cui s’agitavano i mostri
Nelle vecchie carcasse naufragate
Inimmaginabili vette dove l’uomo combatte
Più in alto di quanto l’aquila si libri
L’uomo vi combatte contro l’uomo
E repentinamente piomba come una stella filante
Sentivo in me nuovi esseri pieni di destrezza
Edificare e altresì assettare un nuovo universo
Un mercante dall’inaudita opulenza e dalla prodigiosa statura
Disponeva una mostra straordinaria
E pastori giganteschi guidavano
Grandi greggi muti che brucavano le parole
E contro i quali abbaiavano tutti i cani lungo la strada
Non dimenticherò mai quel viaggio notturno durante il quale
Nessuno di noi pronunciò una parola
Oh cupa partenza nella quale morivano i nostri 3 fari
Oh tenera notte di prima della guerra
Oh villaggi dove si affrettavano maniscalchi richiamati
Tra mezzanotte e la una del mattino
Verso Lisieux l’azzurrissima o l’aurea Versailles
E 3 volte ci fermammo per cambiare una gomma scoppiata
E quando dopo esser passati il pomeriggio
Per Fontainbleau
Arrivammo a Parigi
Nel momento in cui si affiggevano i manifesti di mobilitazione
Ci rendemmo conto il mio compagno ed io
Che la piccola auto ci aveva condotti in un’epoca
Nuova
E pur essendo entrambi già uomini maturi
Eravamo appena nati

A seguito della dichiarazione di guerra dell’Austria alla Serbia due amici con tanto di autista si recano a Parigi dove il numero tre compare ripetuto tre volte (il numero dei fanali del veicolo, le soste durante il viaggio). Quasi a voler dar ragione a certe superstizioni su fattori naturali che influenzano l’agire umano l’abbandono di un periodo storico è preannunciato da segnali esoterici: la partenza prima dello scoccare della mezzanotte è il momento fiabesco maggiormente misterioso. Un dire addio con le armi all’Ottocento da parte del vecchio continente mette in discussione la figura dell’intellettuale che vuole riaccaparrarsi il suo status guida negli equilibri del domani laddove i codici antropologici della società usciranno modificati. Gli imperi centrali paragonati a giganti furenti, gli aeroplani ad aquile, i sottomarini a pesci voraci anticipano un diluvio biblico che si sta abbattendo sul globo. La certezza che la guerra permetta ai vari popoli di conoscersi è tipica degli slogan della propaganda interventista, fatta propria da molti ambienti culturali. Con una vena accesa di nazionalismo l’autore proietta su di sé gli scorci di fiumane di reparti militari in marcia tra le località francesi e il Belgio; fa combattere lo scontro con l’utilizzo di nuove tecnologie in spazi prima impensabili, dagli abissi fino alle quote alte del cielo senza trascurare la spettacolarizzazione della tragedia di un aereo in fiamme che diventa una stella filante, privato dunque del fattore sciagura. Da questa rapida apocalisse sorgerà una ricchezza mai vista prima ma anche acclamerà i dittatori, “pastori giganti” che conducono “grandi armenti” cioè le masse. Le tappe sinuose della quattroruote lungo Lisieux, Versailles e le strade dirette a Parigi vengono sceneggiate con una sorta di iperbole privata ed emotiva: i maniscalchi sono una categoria in estinzione, non ci sono più cavalli da ferrare, solo automobili a cui cambiare le gomme.

 la_petite_auto

Spenta l’apoteosi del calligramma ritorna la discorsività iniziale che confessa di aver provato una rinascita e il ritorno all’uso della maiuscola testimonia il desiderio di calpestare la soglia di una dimensione, senza calcolare che la trincea e il fronte avrebbero frantumato ogni aspettativa.

Vari calligrammi vedono le parole declinate in associazioni di disegni. In Cuore sono ridotte a lettere e la metafora tra il cuore che ama e arde acceso come una fiamma è scontata. Quanto resiste il fascino de il “Mio cuore simile a una fiamma rovesciata? Nella poesia Corona disposizioni incerte e ambigue di vocaboli disposti in blocchi a zig zag, a croci con lettere, a caratteri diversi, incoraggiano la ricerca di un percorso sensato. “I re che muoiono di volta in volta rinascono nel cuore dei poeti” allude all’antitesi del binomio su cui si instaura il metabolismo dei viventi, al ciclo arturiano e della Tavola Rotonda pavoneggiata dal tema dell’amor cortese. Forse i poeti incarnano i veri sovrani e l’impostazione grafica riuscita mima la forma del gioiello, emblema di sovranità sui sudditi. In Specchio la cornice parlante invoglia a rintracciare le spoglie del poeta, una presenza quasi leggermente angelica però non di breve respiro come può sembrare un riflesso luminoso.

In questo specchio son rinchiuso vivo e vero come si immaginano gli angeli e non come sono i riflessi.

Complesso per varie modalità di lettura cambia significato se si comincia a leggere da “Son rinchiuso (…)” e nel vetro fittizio il Guillaume Apollinaire non è una firma ma l’autoritratto dell’autore.

apollinaire

A essere sinceri sperimentazioni incipienti si rintracciano soprattutto in Alcools, innovate pur nella tradizione. Pont Mirabeau che sovrasta le acque della Senna dalle sue arcate identifica l’opposizione allo scorrere idrico con una caparbietà esistenziale resa da quel restare sul posto. Il fiume che attraversa la capitale francese è intransigente, cronologicamente finisce per invadere e trascinare questo ritornello in maniera tale da costringere l’ultima strofa ad annunciare la verità. L’amore biografico, non solo quello singolare per Marie Laurencin, inghiotte la memoria e il connubio stesso di passato con pena.

Sotto il pont Mirabeau scorre la Senna
E i nostri amori
Bisogna ch’io ricordi
La gioia veniva sempre dopo la pena

Venga la notte suoni l’ora
I giorni se ne vanno io rimango

Mani nelle mani restiamo a faccia a faccia
Mentre sotto
Il ponte delle nostre braccia passa
D’eterni sguardi l’onda tanto stanca

Venga la notte suoni l’ora
I giorni se ne vanno io rimango

Come la vita è lenta
E come la Speranza è violenta

Venga la notte suoni l’ora
I giorni se ne vanno io rimango

Passano i giorni e passano le settimane
Né tempo passato
Né gli amori ritornano
Sotto il ponte Mirabeau scorre la Senna

Venga la notte suoni l’ora
I giorni se ne vanno io rimango

Nelle Poesie sparse, quale Pipe (Pipa), uscita su rivista, si fondono il gusto di deformazioni visionarie e allucinate attraverso immagini di disfacimento e corruzioni di natura, corpo, anima, in attesa di un’escatologia cosmico-individuale. L’assetto reale viene letto espressamente per mezzo di inusitate scomposizioni cubistiche di piani e coordinate da un insistente uso cromatico tra le immagini floreali e faunistiche. Le singole proposizioni, verbalmente incomplete,riproducono un isolamento che risuscita il calco di un contesto sconvolto e svenuto, interpretabile solo in singoli spezzoni.

Il sentiero che conduce alle stelle
E’ puro senza ombra e senza luce
Ho camminato ma nessun pallido gesto
Attenuava la Via Làttea

Spesso per allacciarsi i sandali
O per cogliere atei fiori
Lungi dalle verità sideree
I miei compagni si fermavano

E cori porfirogèniti
S’inginocchiavano ingenuamente
Erano santi e poeti

Smarriti nel firmamento
Io ero guidato dalla civetta
E non ho fatto nessun movimento

Apollinaire sottopone a critica il concetto temporale allineato a successioni istantanee che si susseguono in un percorso a tangenziale retta e lo ingloba in un reflusso che rimanda dal trascorso all’avvenire, con la salvaguardia del passato accresciuto. I momenti precedenti condividono gli effetti che li hanno generati ma forniscono elementi evolutivi di mobile maturità avversi alla rigida meccanica di una concezione deterministica. Il Cristo di “Passion” che apre e chiude il componimento distingue due modi di integrare la libertà delle leggi spirituali della coscienza che sconfigge la resistenza di una legge imposta al di fuori dello schema esteriore. Le situazioni, apparentemente senza soluzione continua le une dopo le altre si compenetrano e per ricostruirne l’orientamento semantico è necessario numerarli con la sequenza ABAB, sbaragliando il rigore delle scienze fisiche.

Adoro un Cristo di legno che agonizza sulla strada
Una capra bruca legata alla nera croce
Intorno i borghi soffrono la passione
Del Cristo di cui la mia latria ama la finzione
La capra ha guardato i casolari languenti
Nell’ora in cui stremati gli uomini che lavorano
Nel pallido verziere nel bosco lamentoso o nel campo
Rincasando volgeranno il viso al cielo di ponente
D’occidentale cinnamomo profumato dai fieni
Al cielo di ponente ove sanguinante e tondo come l’anima mia
Il grande sole pagano morendo fa morire
Con i borghi lontani il Cristo indifferente

Il Cristo indifferente su cui ben presto infierirà il bacillo della febbre spagnola, estraneo alla lingua, lotta ai limiti della sopravvivenza sul foglio bianco e la sua definitiva cacciata adegua all’alchimia ieratica l’unico e inusuale brindisi tra folgorazioni analogiche e germinazioni di assoluta evocazione.

 

 

1 commento
  1. Credo si possa affermare che 31 agosto 1914 sia l’atto di nascita del secolo breve ovvero l’atto di morte della Bèlle Epoque.
    “E pur essendo entrambi già uomini maturi
    Eravamo appena nati”

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