A proposito di ” Non date le parole ai porci” di Cesare Viviani

016Ho letto con attenzione l’ultima opera di Cesare Viviani “ Non date le parole ai porci” edita da “Il nuovo Melangolo”. Non penso assolutamente, come ho letto qua e là su alcuni blog e siti, che il poeta voglia dare pillole di saggezza e conoscenza, di sapere assoluto. Non siede su una torre d’avorio o su una nuvola, non si erge certo a Demiurgo. Anzi, è completamente immerso nella realtà da dare, da grande intellettuale qual’è, impressioni su tematiche importanti. Ne tocca tante; dai giovani ai genitori, dalla poesia alla critica della poesia, dall’arte alla formazione. A differenza di chi considera Viviani in questa sua opera un “ Ordinatore” , gli rispondo che a me ricorda tanto il “Io so di non sapere” di Socrate. L’argomento più dibattuto è quello sulla poesia. Viviani scrive: ” La poesia non si identifica in un contenuto, e nemmeno in una forma. L’essenza della poesia è l’indefinibile, ovvero il limite del definibile, del comprensibile, dell’interpretabile, del leggibile. Dunque si tratta di non negare il vuoto, l’assenza, il nulla. È la presenza che non può fare a meno dell’assenza, il pieno che non può fare a meno del vuoto, ogni cosa che non può fare a meno del nulla. Ma la forma e il contenuto devono essere tali da essere accompagnatori capaci di condurre, prima l’autore e poi il lettore, fino al limite del comprensibile, del definibile, del dicibile. Comunque, se l’essenza della poesia è l’indefinibile, si può dire che il fondamento della poesia è il nulla“. ”. Dunque la poesia è il tutto, il conciliare gli opposti, l’Essere e il non-Essere. Ha un contenuto, una forma che devono mirare in alto, al limite del definibile, al nulla. E qui bisogna precisare che il nulla per il nostro è ciò che non si tocca, che è puro, divino. La poesia ha questo potere di essere impalpabile, lievissima proprio come un nume. Pochi, pochissimi i poeti che raggiungono “ l’impalpabile”, l’estrema bellezza. Poi scrive: ” L’essenza della poesia, che la fa distinguere da ogni altra scrittura, non risiede ovviamente nei dati caratteristici esteriori, quali metrica, prosodia, rima, lessico e figure retoriche. E nemmeno, passando a realtà interiori, risiede nel modo del rispecchiamento, quando il lettore crede di vedere rispecchiate nella poesia le proprie emozioni, i propri stati d’animo. L’essenza della poesia, la sua straordinaria energia, è qualcosa che sfugge a ogni definizione e oggettivazione: nessuno ha mai definito l’essenza, la peculiarità della poesia, nessuno è mai riuscito a definirla, a codificarla, così che non si possono misurare o confrontare due testi, per sapere quale è il più dotato di poesia, e nemmeno al limite stabilire se un testo è o non è poesia, se è poesia o un tentativo non riuscito. Non c’è oggettivazione possibile di valori, se non una moltitudine di lettori che concordano ma pur sempre su esperienze di lettura non oggettivabili, su elementi di valore non definibili. L’essenza della poesia è una vertigine, la vertigine che si prova di fronte all’abisso del vuoto…
Allora se l’essenza della poesia è inafferrabile, si può ben dire che l’essenza della poesia è l’esperienza del limite delle capacità umane di afferrare, capire, definire, sistemare: è l’esperienza del limite. Così è per tutta l’arte. E come non c’è differenza tra linguaggi pittorici (figurativi e astratti), così non c’è differenza tra linguaggi realisti ed ermetici: sia gli uni che gli altri sono strumenti, apparati, modi tangibili, e diventano poesia solo in quanto realizzano l’esperienza del limite, la vertigine del vuoto, lo smacco della separazione e della perdita, la spoliazione degli strumenti umani, la fine del sapere, del controllo e dell’orientamento.

Allora la poesia, la parola della poesia, non deve preoccuparsi di comunicare, di farsi capire, di ottenere effetti, di conquistare lettori, di raggiungere finalità, di collegarsi ai contesti, di dare valore alla società, all’etica, ai contenuti esistenziali, ai valori. La parola della poesia deve avere a cuore l’esperienza del limite, del vuoto, della separazione, della perdita. La parola della poesia ha valore in sé in quanto offre al lettore la possibilità dell’esperienza del limite ed è sempre “poesia pura”, anche quando gronda di contenuti: essa non ha bisogno di niente e con questa autonomia irriducibile costringe il lettore all’esperienza del limite di decifrabilità e di interpretazione, alla perdita di scienza e coscienza, di controllo razionale ed emozionale, al vuoto di concetti e alla scomparsa del senso. Costringe il lettore all’esperienza del limite delle sue capacità di acquisizione e di intervento, di potere e di dominio È una vera, profonda vertigine: è l’esperienza vertiginosa della spoliazione e della nudità”. Non c’è da aggiungere nulla a queste affermazioni. Sono chiare, limpide, condivisibili. NON DATE LE PAROLE AI PORCI.

 

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13 commenti
  1. @ Luciano Nota

    Caro Luciano, ci conosciamo e ti chiedo di non collocarmi nell’anonimato di «alcuni blog e siti» che avrebbero genericamente accusato Cesare Viviani di essere un poeta che distribuisce «pillole di saggezza e conoscenza, di sapere assoluto». Meglio essere precisi e indicare ai lettori di «La presenza di Erato» il link esatto di cui parli. Questo: http://www.poliscritture.it/2014/05/16/critica-a-non-date-le-parole-ai-porci-di-cesare-viviani-su-lombra-delle-parole/
    Sul sito di Poliscritture ho pubblicato, infatti, un post di critica al libro“Non date le parole ai porci” di Cesare Viviani. Di critica, dico. Credo puntuale, argomentata, senza personalismi ( ho eliminato da una prima versione anche qualche battuta in più che mi ero concesso). Non di denigrazione o di arbitrario stravolgimento delle idee di Viviani. Vorrei che questo mi fosse riconosciuto.

  2. Cesare Viviani è interessato all’iperuranio platonico e alla sua radicalizzazione . Arduo quindi per il lettore rintracciare delle risposte al suo desiderio di conoscenza , al di là di “suggestioni” linguistiche e azzardo intellettuale . La produzione di senso rimane una ipotesi rivolta alla buonafede del fruitore .
    leopoldo attolico –

  3. A me pare che tutto questo teorizzare su cosa deve o non deve essere la poesia, serva solo a chi chi, la poesia, la vuole scrivere e no a chi (quattro gatti) cerca di leggerla. Chi sono questi porci? Per una volta, non sarebbe il caso di chiedere ai lettori cosa ne pensavo, cosa si aspettano dalla poesia? O il poeta è colui, come afferma Baricco, che scrive solo per mostrare al mondo il genio del maestro e se il mondo non lo capisce ha raggiunto il suo scopo? Che si dica di lui: ” Ma quanto è bravo, non si capisce niente, non dice niente, ma lo fa così bene!” E’ questo che vogliamo?
    Perché, per una volta non lasciamo giudicare ai lettori?
    Tanto per cominciare, metterei a confronto un poesia di cesare Viviani e una di Ennio Abate. Da lettore non ho alcun dubbio e mi assumo tutte le responsabilità del caso. Il primo giustifica certe parodie sui poeti che mi è capitato di ascoltare alla radio (la poetica della gnagna affaccettata), il secondo è poeta.

    Cesare Viviani:
    da L’OSTRABISMO CARA (1973)

    per il vestibolo agganciato male ebbe ottenuto

    le spesse maleodoranti fazioni della linea

    terraaria e s’innestò trangugiando il modesto

    parato di sozza battitura alla quale imponendosi

    piota aveva consumato. Ora s’intestava

    all’ammasso dei bachini, decidevano i sorci

    intesi se dare o meno metta!

    per il turbinio trasloca lettera a epistrofeo

    e il callifugo insulso più spalmato a dovere

    non resiste alla cottura scoccola

    Ennio Abate:
    da Reliquario di gioventù, inediti in lavorazione
    *

    smetta i suoi occhialini di bontà
    m’osservi bene
    mangio la mela che lei ruba per me
    da una mensa aziendale
    neppure i piccioni si scansano se passo
    medito il grande ideale nelle latrine
    qui sul fondo del bidone metropolitano
    per noi due manco un’animella tagliuzzata c’è

    Ai lettori l’ardua sentenza.

  4. Carissimo Ennio, non ti colloco nell’anonimato di alcuni blog o siti, ho letto purtroppo in taluni di questi, molto meno importanti del tuo, osservazioni simili alla tua . Hai scritto :” Quale verità possiede lui per parlare come un Mosè della poesia?”…. Sul tuo blog esterni una contraddizione di Viviani in cui dice: L’essenza della poesia è l’indefinibile, ovvero il limite del definibile, dell’interpretabile…” Poi scrive: nessuno mai ha definito l’essenza, la peculiarità della poesia. Ti chiedo: dov’è la contraddizione? Se la poesia è ciò che è impalpabile, “divina”, la sua essenza può essere mai tangibile, “umana”? La si può definire? Ripeto, (naturalmente se ho ben inteso il pensiero di Viviani), un’essenza pura qual’è la poesia , in ogni modo è attaccata ad una forma ed a un contenuto ( perchè creata da uomini) che devono tendere al limite del definibile, dell’interpretabile e dunque raggiungere la bellezza, l’altezza, il vuoto, la vertigine, il nulla, il nulla che è TUTTO. La poesia, se è veramente tale, ( a prescindere che sia lirica, epica, civile ecc) ha un unico obiettivo:INNALZARSI SINO ALLO STREMO DELLE POSSIBILITA’. Critichi Viviani laddove parlando dei giovani poeti lui scrive che sono scevri di conoscenza poetica, nessun fardello sulle spalle, ma solo linguaggi mediatici e da cabaret. Non è vero forse? Credi che i giovani d’oggi diano una rilettura approfondita e sviscerata di un Petrarca, di un Parini, di un Leopardi, un Pascoli o un Ungaretti? O non credi che leggendo i Cucchi, i Magrelli, i Villalta, i Riccardi ecc ecc, dicano “ma in fondo la poesia è semplice, basta scrivere di bollette, di frigoriferi, del 7e40 ecc..e faremo poesia”. Potrebbero essere persino bravi nel far questo ( il loro maestro è Magrelli, basta leggere l’ultimo suo libro pubblicato da Einaudi) , ma dobbiamo continuare così? Loro sono nomi (conosciuti solo in Italia e capaci di vincere premi solo italiani, dandoseli a vicenda, nessun premio internazionale, e mai lo avranno), I NOMI italiani. E’ questo il male. La poesia deve essere altro, altro. Concludo dicendo che incamminandomi di tanto in un blog di un antico amico, vedo che lui giustifica e motiva e legalizza poesie di una Simeone, di un Pozzoni o di un Maggiani. Ecco, questo UCCIDE LA POESIA.QUESTO E’ DARE LA PAROLA AI PORCI.

  5. @ Nota

    Caro Luciano,
    la cosa migliore sarebbe che Viviani rispondesse alle mie critiche. Che io sono disponibile a rivedere, correggere, limare, se necessario. Ne potrebbe nascere un confronto, dal quale tutti possiamo (probabilmente) capire qualcosa di più. Una volta questo confronto – tra poeti e poeti, tra poeti e critici, tra lettori e poeti – c’era. Oggi, almeno in pubblico, è azzerato. Voglio sperare che sotterraneamente, in privato, persista. Ma sarebbe comunque un segnale negativo. Perché lo spazio pubblico ne risulterebbe impoverito. Io questa fiammella della critica tra poeti e poeti, tra lettori e poeti, tra critici e critici cerco di tenerla accesa. Ma quasi non trovo più interlocutori. Hai visto com’è andata a finire (malissimo) con Linguaglossa sul blog «Poesia e Moltinpoesia» quando si è discusso della poesia di De Signoribus. E, per aver espresso le mie critiche ad alcuni poeti inclusi nel «Quadernario» 2014 della LietoColle libri mi sono beccato il morso velenoso della Tolusso. Questa incapacità di ragionare, di non chiudersi a riccio, di stare addosso ai testi, di dichiarare la proprio opinione o idea argomentando è un altro segno della crisi in cui confusamente ci agitiamo. Bisogna contrastarla. Bisogna mettersi in gioco. Reimparare a fare critica (non a denigrare o a stroncare, che è operazione più facile e istintiva e che ben poco costruisce).

    Passando alle tue obiezioni. A me pare che tu non veda la contraddizione (logica) – per me evidente – tra le due dichiarazioni di Viviani («L’essenza della poesia è l’indefinibile, ovvero il limite del definibile, del comprensibile, dell’interpretabile, del leggibile»; ««nessuno ha mai definito l’essenza, la peculiarità della poesia, nessuno è mai riuscito a definirla, a codificarla») perché in fondo non “tieni le distanze” da lui e anzi ti ci identifichi, condividi con lui – come dimostrano le parole del tuo commento – la stessa concezione della poesia come entità « impalpabile, “divina”», indefinibile, ineffabile, pura. Come essa potrebbe essere, invece, qualcosa di «tangibile, “umana”»? Restando grosso modo nello stesso «iperuranio platonico» radicalizzato, cui accenna Leopoldo [Attolico] nel suo commento (17 maggio 2014 alle 10:10 ), ne discende una sottovalutazione o messa sullo sfondo nella pratica poetica di tutto quello che comunemente chiamiamo contenuto, forma, storia, quotidianità, linguaggi pratico-comunicativi. Che vengono vissuti semplicemente come una sorta di zavorra. Tutto ciò – uso ancora le tue parole – impedirebbe di «raggiungere la bellezza, l’altezza, il vuoto, la vertigine, il nulla»; e cioè quello che – salto logico e indimostrato – sarebbe poi per te ( e per Viviani) il «TUTTO».
    Ne deriva pure – all’interno del campo specifico letterario – il venir meno di ogni distinzione (tradizionale o recente) di genere. Ed infatti tu scrivi: «La poesia, se è veramente tale, ( a prescindere che sia lirica, epica, civile ecc) ha un unico obiettivo: INNALZARSI SINO ALLO STREMO DELLE POSSIBILITA’». Ti disinteressi perciò (conseguentemente alla tua visione idealistico-platonica) a queste categorie (lirica, epica, civile, ecc.), le quali sono invece servite finora a indicare con una certa esattezza le varie forme che la poesia ha assunto nella sua lunga storia, smascherando le pose sacerdotali, orfiche, misteriche. E credo che tu sottovaluti anche i forti legami che – sempre almeno una buona parte della poesia – ha intrattenuto con le esperienze degli individui (lirica), dei conflitti di cui è punteggiata la storia umana (epica), dei conflitti socio-politici ( la cosiddetta poesia civile).

    A scanso d’equivoci, preciso che anche da questa poetica può venir fuori buona poesia. Io, infatti, non ho affermato che da una poetica confusa o ermetizzante nascono solo aborti poetici. Fosse così semplice, non ci sarebbe ragione di accapigliarsi. Ho soltanto ricordato a Viviani che non tutta la poesia ha seguito o segue quella strada che lui tanto esalta. E che una cosa è dire: io ho questa visione della poesia, preferisco questa visione per le seguenti ragioni; altra cosa parlare a nome della Poesia (tutta) intendendo solo la propria o la tendenza “ermetizzante”; o sostenere che «l’essenza della poesia è…». C’è insomma conflitto anche nel campo della poesia. Distinguere la propria poetica da quelle degli altri mi pare onesto e utile. Cancellare quella o quelle degli altri mi pare atto più o meno autoritario e soprattutto autodifensivo, specie quando non viene argomentato. Così si rischia di far passare per «porci» tutti quelli che la pensano diversamente da noi.

    Quanto alla rappresentazione che Viviani dà dei giovani poeti d’oggi, la trovo – come ho scritto – unilaterale, non documentata, approssimativa. Non perché io veda attorno a me una incoraggiante percentuale di giovani poeti che sudano su Petrarca, Parini, ecc. Ma perché, se è vero che i legami con la Tradizione o le tradizioni si sono spezzati o interrotti: 1. bisogna interrogarsi sulle ragioni di questa discontinuità e non solo lagnarsene; 2. non mi pare decente indossare l’abito dei vecchietti brontoloni e petulanti, capaci solo di ricordare (abbellendoli) i bei tempi andati della loro gioventù, quando passavano leopardianamente il tempo sulle sudate carte. Riconosciamo, invece, ai giovani poeti il diritto di sbagliare o di deviare per altri sentieri a noi non più concessi. Anzi, prendiamo atto, come scrivevo, che si sono scelti altri padri. E valutiamo i testi che producono. Critichiamoli pure senza vezzeggiarli o sedurli (per farci applaudire sencondo la logica del “do ut des”). Ma non critichiamoli, però, in quanto vecchi. Critichiamoli per le loro poetiche semplicistiche o opportunistiche. Per le loro estetiche approssimative. Per le loro ideologie politiche non dichiarate, ma fatte passare per naturali, ovvie, evidenti, indiscutibili. Sapendo che posizioni simili le ritroviamo anche tra i vecchi poeti. E non escludiamo mai che, anche sbagliando, i giovani possano imparare e intuire qualcosa di buono. Perché cancellare a priori questa probabilità? Perché, come mi è parso di cogliere dagli estratti di Viviani pubblicati su “L’Ombra delle Parole», ritenere che l’unica via giusta è quella che “noi” abbiamo percorsa?

    @ Di Biagio

    Gentile Maria Grazia,
    non c’è oggi nessuna critica capace di teorizzare « cosa deve o non deve essere la poesia». Può essere un vantaggio, perché i poeti in una situazione “fluida” e in assenza di un Canone egemone o vincolante potrebbero muoversi con maggiore libertà. Ma può essere anche una situazione di caos babelico, in cui ciascuno si muove con idee confuse e scambia lucciole per lanterne e pesta l’acqua nel mortaio. Quindi sarei più cauto ad applaudire questa decadenza della critica. Ma anche ad affidare – come leggo nel suo blog – ai lettori «stufi di tutti» l’arduo compito di dire loro al posto dei critici pedanti e noiosi «cosa ci piace e cosa no». Purtroppo questo accade abbondantemente ( e non solo in poesia, ma in politica, in arte, in filosofia, in tutto) su FB e in tanti blog. Ma non è critica. Non è giudizio. È, in genere, solo una cloaca di soggettivismi esasperanti e spesso ottusi. Così non fa che crescere in modi esponenziali il «rumore di fondo», la confusione, la delusione, la massificazione. Non dia retta alle semplficazioni di Baricco che, come tanti, esalta questo “imbarbarimento” (degli altri) mantenendo però ben stretti i suoi privilegi d’élite (e guadagnandoci pure abbondantemente).
    Lo scarto tra cultura d’élite e cultura di massa è un problema da riaffrontare ricercando qualche giusta mediazione. Non richiudendosi perciò nei consolatori snobismi dall’alto ( alla Viviani) o dal basso (quello che intravedo nelle sue parole). O oscillando confusamente tra entrambi, come pur capita a diversi. Perciò più che essere lusingato dalla proposta di confronto tra una poesia di Viviani e una delle mie, me ne preoccupo. Perché paragonare due testi di poeti diversi è operazione quanto mai delicata e complessa. Dei lettori anche volenterosi prenderebbero subito la strada più facile del mi piace/non mi piace. O dell’impressionismo soggettivistico di cui ho detto. E resteremmo a sguazzare nel solito pantano. Dobbiamo invece sapere che bisogna ricostruire dei legami saldi tra soggettivismo e oggettivismo, tra livelli di massa e livelli d’élite, tra poesia e critica. Senza imboccare scorciatoie. Sarà arduo, ma bisogna tentare.

    • Caro Ennio, ecco il punto focale: “ricercando qualche giusta mediazione”, era qui che volevo arrivare con la mia provocazione. Sarò ingenua ma mi ostino a credere che esista un senso del bello innato nell’uomo, un senso dell’armonia, che ci fa distinguere e preferire una sinfonia di Beethoven alla musica heavy metal o la Pietà di Michelangelo all’orinatoio di Duchamp. In poche parole, credo che il vero maestro sia colui che riesce a “porgere” il frutto della propria “fatica” all’altro con naturalezza senza che tutti i suoi sforzi traspaiano agli occhi di chi osserva da profano.
      Arroccarsi in una torre d’avorio mi pare quanto mai anacronistico e fuori luogo, una resa di fronte all’imbarbarimento dilagante, se non addirittura uno sberleffo.
      Bene, benissimo, discutere fra “addetti ai lavori” su quale sia la strada giusta da seguire, cercare nuovi canoni, sperimentare, ma che non si perda di vista la funzione dell’arte che, a mio modesto avviso, è principalmente “comunicare”.
      Ora, tornando alla poesia, a volte sono brutale, lo ammetto, per portare un esempio sono scaduta in una becera semplificazione. Però, al di là delle sostanziali e sostanziose differenze tra due autori, volevo dire, che quando Montale affermava che la poesia si fa con le parole, non intendeva che le dobbiamo mettere in un bussolotto ed estrarle a sorte, perché quello che si evince dalla prima poesia qui sopra, produrrà lo stesso effetto “imitativo” di quelle che Luciano Nota definisce giustamente poesie “delle bollette e dei frigoriferi”.

      • Quasi d’accordo su tutto. Importante è però non dimenticare mai il lato folle della poesia ( e della vita) e tener d’occhio (senza applaudire o entusiasmarsi) anche le poesie “delle bollette e dei frigoriferi”. A me incuriosisce capire che vita fanno quelli che le pensano e le scrivono…

  6. Si va sempre a finire nello spirituale quando ci sfugge di mano la realtà, o quando vorremmo evitarla perché non ci piace, non la capiamo, oppure quando non veniamo presi in considerazione e ci sentiamo disoccupati, dimenticati. Pare un disagio ma è un’esperienza di morte, di prossimità alla morte. Le parole di Viviani mi fanno pensare al canto del cigno sul finire di un’epoca, dove l’assoluto è estremo rifugio. Vi si sente il bisogno di un’atea religiosità, di un confusa aspirazione verso il nulla, si bussa alla porta della beatitudine, si ha bisogno di riconoscere, inventandola, una divinità. Se l’operazione è magica, allora la scrittura è rituale. Quindi i poeti non scriverebbero semplicemente dei versi: i poeti pregano, sono devoti alla dea poesia. Finalmente anche gli atei scoprono la religiosità, e con essa la devozione, la preghiera, la beatitudine. Aspettavo questo momento da tanto tempo, non ne potevo più di lasciare cotanto ben di dio alle religioni! Tuttavia mi chiedo perché mai un monaco, un asceta, senta il bisogno di comunicare in un libro il proprio lieto evento; se il nulla è tutto, perché sembra cercare riconoscimento: che gli manca?
    Siamo seri, sta solo finendo un’epoca. Non è la prima volta che accade, sono gli effetti della decadenza.

    • Certo Ennio, ma tu che sei anche pittore certo ricorderai le astrusità (meravigliose) di Paolo Uccello: raffigurò la fine del tempo della cavalleria e s’ingegnò con la prospettiva, per allora modernissima, ma fu un trentenne, Masaccio, a gettare le basi del Rinascimento. Paolo Uccello quindi fu un decadente, capitò nel passaggio tra due epoche. La storia dell’arte è piena di esempi come questo, e si tratta spesso di vicende anomale e struggenti.

  7. Carissimi, soffermiamoci un po’ sui giovani. Viviani scrive: ” I giovani poeti d’oggi ( i quarantenni, i trentenni, e ancor di più i ventenni) non leggono la poesia di chi li ha preceduti, quando ancora la poesia era vertigine…”. Orbene, io che ” bazzico” facebook, di trentenni e ventenni ( non parlo dei quarantenni, e non perché lo sia io, ma perché credo che abbiano alle spalle una grande e grassa lettura) che si sentono già arrivati, già poeti e , addirittura , grandi critici letterari, ce ne sono a bizzeffe. Hanno atteggiamenti snobistici, da sapientoni, da saputelli. Questo già fa capire cosa sono. Non a caso alcuni giorni fa ho postato un articolo “Il poeta in poesia” di grandi poeti. Riprendo un verso della Merini, i poeti “hanno i ginocchi piagati”, ovvero hanno alle spalle una conoscenza letteraria non indifferente, hanno una amplissima conoscenza dei classici ( sono loro la spina dorsale), hanno letto, letto, letto. Ma non bisogna leggere solo i classici ( nel sinonimo di antichi), ma anche i coevi, e di coevi già “classici” ce ne sono. Questi giovani si limitano a leggersi tra loro, o al massimo sentire maestri poeti come Cucchi, Magrelli, Rondoni, ma non certamente poeti coevi ma già classici come un Sinisgalli, un Carrieri o un Fortini. Cosa voglio dire? Così continuando la poesia la si ammazza di più, non darà mai più la vertigine di cui parla l’amico Viviani. C’è addirittura chi si spaccia non-poeta perchè scrive non poesie, c’è chi dice di fare quasi poesia. Ma ora, la poesia e la non-poesia, sono la stessa cosa? Ma stiamo impazzendo? Dove andremo a finire? Se poi c’è un critico, o presunto tale, che li giustifica, è ancora peggio. RIDIAMO LA VERTIGINE ALLA POESIA, e finiamola con le buffonate. BASTA!

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