“La nostra meta è quella scritta blu”, di Maria Grazia Trivigno

 

67896_520189111371350_654594918_nPassiamo il ponte sul Naviglio Grande, l’acqua è piatta come in quelle sere che Lei ci potrebbe impazzire. La scritta blu è sempre più vicina: Tango, c’è scritto in corsivo. Un posto come tanti, apparentemente. Ma si respira famiglia, c’è l’albero genealogico del jazz alle pareti, Nico, Giamma, Cassa e gli altri sono bruscamente affettuosi, affezionatamente scontrosi, milanesi e ironici. C’è un calcio balilla, intoccabile perché sennò fate casino, eppure una sera neanche troppo lontana riuscirete a violarlo, stecche rullanti e urla per lisce, gol subiti, nachos condivisi. Perfino la sfida coi manovali trevigiani, e che sono manovali glielo vedi dalle mani.

Ma quella sera. Quella sera Nico è inflessibile, il calcio balilla non si può toccare, si beve un po’ sui trespoli al bancone, ma la magia del Tango è lì davanti alla porta, lo scoprirai presto e ne avrai conferma tutte le sere a seguire. Come in un bar di paese. Lì fuori, non si sa come perché chi ha cominciato, seduti tutti insieme con questi due visionari, visionari del tremila, che ti guardano quaranta secondi e ti hanno già capita, e ti raccontano di te cose che nemmeno amici che conosci da una vita. Ancora un altro giro di bicchieri e ci scambiamo proprio le vite, e tu ti troverai a studiare per arrivare in cima a un’erta ripidissima e io farò la direttrice un po’ cinica, algida e sfuggente di un museo che posa su una ripa di naviglio al sole, o forse lavorerò per uno stilista, o forse lavorerò come un pazzo venticinqueorealgiorno in uno studio legale, o forse tornerai a suonare il clarino. E si ride, e sul tavolo le paglie sono in pacchetti con scritte in cirillico, e forse le città del nord e quelle del sud, sarà vero che si vive meglio dove c’è ordine, come si vive a Milano a Roma a Lugano, ah ma lei era giù per la scala a chiocciola in bagno. Ed era uscita, si è bagnata i capelli come se l’acqua fosse gel, assettati come un cuscino, sguardo indecifrabile, di fronte allo specchio del bagno del Tango.

 Non si sa come, scoppiati, scoppiati di risate e di pace nel cuore, si va a ballare in Sessantacinque Metriquadri, ed è delirio, perché in quel posto le suggestioni delle immagini proiettate pulsano più della musica e degli shot di vodka. I baci a caso, e a caso anche le telefonate, pensa che nemmeno ti accorgi chi risponde all’altro capo, nemmeno lo capisci che non è la voce che ti fa smaniare da mesi, stronza e dannata.

 Chiude quella specie di posto sballato, e tutti hanno fame, andiamo da me, no da noi, vi faccio gli gnocchetti al pesto, li faccio io, ho un ristorante, e si risale verso quel frontone di tempio bellico celebrativo che domina la Darsena, e nel salire verso la Piazza è sbadiglio di luci che si spengono sulla notte bohémien del Naviglio Grande, e per terra ci sono strafatti bicchieri sporcizia e cocci di persone.

 In cima a San Gottardo.

In uno stabile della vecchia Milano, quella che ti strugge troppo il cuore, con i cortili interni, al piano terreno manco fosse un garage, è lì il loro regno. Quadri pazzeschi alle pareti, un pezzo di giornale “Yuri Gagarin torna dallo spazio”, un divano non c’è, è un materasso poggiato su una pedana, i piatti arancio quadrangolari, i libri sotto il piede del tavolo, una libreria immensa, un Borges Poesie un po’ polveroso accanto al divano, una candela profumata. Vivono in tre: hanno una bici bianca parcheggiata in mezzo alla stanza da giorno. Anche se un posto così sembrerebbe da vivere solo di notte. La musica che scegliete è quello che pensate esattamente quella sera, e forse anche quello che non pensate. Saudade, note di mezzo secolo fa, che per quanto siete bambini come fate a conoscerla, sarà. Il veliero va, il rock ritmato del Battisti dannato. Usciamo nel cinguettio ma è ancora buio, e siamo abbracciati come in un film americano, già scarrozza sui binari la prima corsa del mattino. Fermo immagine qui, la saudade nelle orecchie e la pace nel cuore.

1 commento
  1. Già ai tempi di Scerbanenco questa Milano qui, milanese, piatta, ottimista e un po’ snob era perduta. Apprezzo comunque l’eleganza nel tuo scrivere

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