“La strega e il bambino” di Carlo Levi, di Maria Alicia Trivigno

Una Pietà tra i contadinigiulialasantarcangelese

Eccola Giulia. Giulia la “Santarcangiolese” con il piccolo Nino in braccio.

 

Giulia è la domestica che ‘accompagna’ le intense giornate di Carlo Levi ad Aliano, piccolo paese lucano dove l’artista e scrittore torinese è confinato tra il ᾿35 e il ᾿36, a causa del suo impegno politico antifascista. Un’esperienza, questa del confino lucano, che segnerà profondamente la vita di Levi, la sua poetica  e la sua coscienza di uomo e di intellettuale, e che troverà espressione dapprima nei suoi quadri e successivamente nel capolavoro letterario Cristo si è fermato ad Eboli.  Un soggiorno che parte come pena, come esilio forzato, ma che poi si rivela scoperta, conoscenza e coscienza di un mondo altro, quello dei contadini del Mezzogiorno. In Lucania, prima a Grassano e poi ad Aliano ( “Gagliano” nel Cristo), Levi incontra una terra «negata alla Storia e allo Stato […] senza conforto e dolcezza dove il contadino vive, nella miseria e nella lontananza, la sua immobile civiltà».Un viaggio formativo che mette Levi faccia a faccia con la questione meridionale; con quei luoghi dove domina l’arretratezza, dilaga la malaria e la malasanità, dove il potere clientelare di piccoli borghesi opprime la classe contadina. Dove la speranza (“la redenzione in Cristo”) non è arrivata e il contadino accoglie passivamente il proprio destino, aspettando pazientemente la morte. Tuttavia, all’interno di questa realtà, drammaticamente dilaniata dalla storia,  o meglio dalla non storia, Levi penetra con ammirazione in un affascinate mondo arcaico al confine tra religione e superstizione; un mondo in cui sacro e profano si mescolano e il mitico, il simbolico e il magico molto spesso dominano. Sono soprattutto le donne  – le contadine dai lunghi veli neri –  le custodi degli antichi saperi magici e molto spesso sono loro a incutere paura nella piccola borghesia. Ed è da quelle donne,”animali selvatici”, che Levi dovrebbe ben guardarsi, stando ai consigli del dottore di Gagliano «Si guardi soprattutto dalle donne. Non accetti nulla da una donna. Né vino, né caffè, nulla da bere o da mangiare. Certamente ci metterebbero un filtro». Alcune di esse sono vere e proprie ‘streghe’ che conoscono le pratiche e i segreti della magia, si occupano oltre che di filtri d’amore, di fatture, di malattia e di morte. Intorno a loro c’è un’aura particolare che le differenzia dalle altre donne. Sono le diverse e in quanto tali sono libere di infrangere convenzioni del costume. Giulia è una strega. Entra nella casa di Levi come domestica proprio perché sfugge alla regola comune secondo cui le donne possono avere contatti con un uomo soltanto se in presenza di altri. Lei è libera. Con la sua sapienza primitiva, i suoi filtri, e con i misteriosi racconti popolari diventa per Levi la chiave di ingresso nella storia e nel  mondo magico dei contadini. Severa, imperturbabile, intelligente e audacemente animalesca, porta sempre con sé suo figlio Nino ed è una vera regina della casa “Batteva al mio uscio la mattina presto, con il suo bambino, andava a prendere l’acqua preparava il fuoco e il pranzo […] andava veniva, ricompariva a suo piacere: ma non aveva arie da padrona di casa. Mi supponeva un grande potere, ed era contenta di questo.” Giulia entra non solo nella casa di Levi, ma  – come gli altri contadini, i paesaggi, e come ogni ‘documento’ di quella terra precristiana –  entra nella sua pittura. Una pittura che a partire dal ’31  – dopo l’iniziale lezione di Casorati negli anni Venti e la successiva influenza legata all’esperienze con il “Gruppo dei Sei” a contatto con le tendenze impressioniste e postimpressioniste francesi –  si è appropriata di un linguaggio sempre più espressionista e vibrante. Nelle opere del confino, le dense pennellate, i colori pieni e brillati e le linee sinuose e decise, si fondono con una vena poetica e realistica; così che la tela diventa documento di realtà, di Storia e  di sentimenti. Documento di una storia che esiste e che va raccontata. Nel dipinto La strega e il bambino, realizzato ad Aliano nel ’36 (collezione Fondazione Carlo Levi, Roma) appare la figura severa di Giulia con il piccolo Nino in braccio. Sullo sfondo un moto ondoso e curvilineo di intese pennellate chiare definisce uno spazio che convive con le due figure rappresentate. Uno spazio che partecipa e  interagisce con madre e figlio, eliminando i confini tra i soggetti e ciò che li circonda. Forse si può` intravedere  un rimando ai calanchi,  all’arida terra sulla quale scorrono silenziose le vite di questi personaggi. Altre onde, più intense e volumetriche danno forma e identità alle figure. Come in una Madonna, un lungo velo denso e carico di pennellate blu si spiega sul capo chino e sulle spalle di Giulia. Una ciocca di capelli nerissimi le copre la fronte, e un’espressione rassegnata, che emerge sul viso  «dal fortissimo carattere arcaico», si posa su Nino, disteso e rassicurato tra le braccia mascoline e i fianchi robusti della madre. Il moto ondoso si fa sempre più denso e vigoroso e termina nelle pieghe della larga gonna, dalle tinte scure, terrose (in contrasto con la cromia tenue della camicetta) quasi volessero evocare le radici di una quercia secolare. Nelle  pagine del Cristo Levi racconta che Giulia inizialmente non voleva farsi ritrarre «La sua ripugnanza aveva una ragione magica: un ritratto sottrae qualcosa alla persona ritrattata,  […] aveva paura dell’influsso e della potenza che io avrei esercitato cavando da lei un’immagine». L’artista, forse è riuscito nella sua ‘magia’ estirpando quell’essere materno di Giulia: «dove non traspare nessun sentimentalismo: un attaccamento fisico e terrestre, una compassione amara e rassegnata». E l’ha dipinta come una Madonna nella Pietà, con lo sguardo rassegnato di una madre consapevole che il destino di suo figlio  è sancito da una potenza superiore.

 

 

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8 commenti
  1. Trovo acuto aver risvegliato nel nostro guardare la sagoma della Pietà, che pure tutti abbiamo a mente, a cui io per prima non avevo pensato alla prima occhiata al quadro. ‘Cristo si è fermato ad Eboli’ è carico per me di valore affettivo: ma la grandezza del neorealismo di Levi, il suo stile tanto più potente quanto più asciutto, commistione di epica contadina, denuncia storica e indagine di antropologia culturale, meriterebbe di essere conosciuto più a fondo- non solo nei provinciali licei nelle terre del Basento, dove viene proposto con tenacia inesausta.

  2. “Cristo si è fermato a Eboli” è noto anche nei ginnasi e nei licei ad altre latitudini italiane, se non nel programma ministeriale, almeno nelle iniziative dei docenti, me compresa, che volevano arricchire la cultura dei loro allievi con le cosiddette letture domestiche, in cui il libro di Carlo Levi era ai primi posti, insieme con quello /quelli di Primo Levi, da molti ragazzi già letti nella scuola media inferiore.
    Giorgina

  3. Questo quadro meraviglioso di Levi non è un dipinto mediatore, ma strumento, è una finestra aperta sulla realtà per scrutarla e scoprirla, per scandagliarla e selezionarla. Ma..scrive bene Maria Alicia che è una Madonna nella pietà, un grido umano, certo, ma anche urlo metafisico lancinante e impotente. E proprio perchè metafisico è fatto di aspettative, di pause e di silenzi dell’animo/a.

  4. Nell’acuto e puntuale scritto di Maria Alicia Trivigno sul dipinto di Carlo Levi il soggetto è definito perfettamente con l’espressione “Madonna nella Pietà”, come fa notare nel suo bellissimo commento Luciano Nota.
    Vorrei aggiungere che è molto significativo il titolo originale “La strega e il bambino”. In quel mondo dimenticato persino da Cristo, che si è fermato a Eboli senza raggiungerlo, la donna o è una schiava domestica o è una strega, se vive più liberamente e conosce le erbe.
    Carlo Levi, durante il confino, deve aver conosciuto a fondo questa società fuori dalla storia/Storia, dimenticata non solo da Dio ma anche e soprattutto dai governanti che hanno ignorato a lungo la questione meridionale.
    Giorgina

  5. Riporto un commento di Michele Rossitti fatto su facebook
    ” Il ruolo femminile è qui privato di ogni accezione spirituale, è una madre che accoglie e ascolta e riduce le distanze tra cielo e terra per poter davvero fare un completo raccoglimento nella sofferenza, offrire se stessa come una madonna, per portare su di sé il dolore del figlio, cioè la gente del Sud, vittima e martire di continui soprusi ed emarginazione.”

  6. Vi ringrazio per i profondi e gentili commenti.
    Al confronto compositivo ed emozionale con la Vergine della Pietà e in particolare con quella Vaticana, (silenziosa nel suo dramma), vorrei proporvi un altro rimando iconografico che da un punto di vista concettuale mi sembra altrettanto appropriato e evocativo.
    Mi riferisco al tema delle Madonne con il Bambino ritratte soprattutto in epoca rinascimentale (Lippi, Perugino, Raffaello …) in cui lo sguardo della Vergine, velato da una evidente malinconia, sottolinea la consapevolezza della Madre nel prefigurare il destino del Figlio proprio come si scorge nella Giulia con il piccolo Nino.
    Nella Strega e il Bambino è possibile leggere una fusione di elementi iconografici che parlano del dramma terrestre di Maria.

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