“La fanciulla muta” di Chiara Mutti, letta da Marco Onofrio

LA FANCIULLA MUTA LepismaEsordio poetico felice e prodigo di futuro, questa fanciulla muta di Chiara Mutti. In tempi di minimalismo d’accatto – si ha paura di affrontare i grandi temi, di prendere sul serio la profondità della parola, il valore umano e la potenzialità gnoseologica della scrittura –, Chiara Mutti ha il coraggio e la passione di alzare lo sguardo al cielo per vedervi riflessa la terra (l’orizzonte umano, il tessuto dei sentimenti, il senso del nostro viaggio dentro il tempo), e di guardare la terra (anche nei minimi dettagli) per cercarvi le radici del cielo. La sua è una poesia che definirei “chimerica”, accesa da uno strano fuoco bianco: un color del vuoto che manifesta, in filigrana, le misteriose iridescenze del pensiero. La poetessa sfoglia e notomizza con coraggio le strutture di questo vuoto fondamentale.

Le liriche de La fanciulla muta (Roma, Lepisma, 2012, pp. 94, Euro 13) sono trafitte da lampi di nobiltà letteraria e tendono alla misura del volo transoceanico (che più spesso è traiettoria del viaggio interiore) anche nella più compiuta e perfetta immobilità. Non è ambizione consapevole o velleità programmatica – bensì, piuttosto, timbro di un’impronta naturale – questo respiro largo di una poesia che raggiunge, in sé, l’altezza e la luce della classicità. Chiara Mutti ha una voce congeniale al registro “sublime”: insegue l’inesplicabile bellezza del mondo, e ne attraversa i livelli camminando lungo percorsi labirintici di «incanto e paura»: ecco il sublime. Una poesia “dolce e forte”, tenera e crudele come la vita, come la donna: un «marmoreo affiorare di gigli», un «sangue rosso, rappreso ai piedi nudi della gioia». Immagini, queste, ghermite con gli “artigli dell’anima”, che lasciano graffi leggeri ma non per questo meno penetranti.

Una poesia siffatta va configurandosi, a certe condizioni, come rito alchemico di ricomposizione delle forze: nasce dal confronto della vita (nella sua irriducibile caparbietà) con la morte ingannatrice, col tempo dell’uomo immerso dentro il vuoto cosmico. Il poeta fissa l’istante «nel divenire eterno»: tenta di «rubare l’immagine all’oblio», di «fermare l’onda». Al musicista sfugge l’accordo nel silenzio che lo inghiotte: come fermarlo? I corpi “stillano” immagini come emanazioni ectoplasmatiche. Ogni cosa libera nel tempo, istante per istante, le sue fotografie. Ogni attimo è la foto del mondo donata al cielo. Le scene della realtà si perdono, svaniscono, se nessuno le raccoglie: i contorni degli esseri (animati e inanimati) sfumano nel vuoto. Affondano nell’invisibile in cui il poeta acconsente di calarsi, fino all’immagine increata del “senza forma”. Il colore del colore, il vuoto del vuoto: l’essenza inconoscibile. Per questo Chiara Mutti «nella nebbia» (cioè nell’opacità stanca e confusa del vivere) può dire, col suo sguardo lucido: «ho visto un dio».

Sono gli alberi in particolare (forse perché affondano nella linfa della terra con le radici, ma «spolverano il cielo con le cime») a infondere nel sogno «l’ultimo respiro degli dei» in un mondo ormai disincantato e desacralizzato. Ma la realtà censibile e razionalizzabile non esaurisce tutto ciò che è: la più parte sfugge nell’oblio, nel mistero dell’invisibile. Il mistero deborda dai suoi confini: è un segreto «trattenuto a stento». Il poeta deve essere paziente nell’attendere e abile nel cogliere la subitanea rivelazione. Il «perimetro dell’umano cosmo» sfuma così in «sacro cerchio» dove vola, libero, il «respiro verde dell’anima». Il respiro del poeta, così, si accorda col respiro cosmico dell’essere in sé. Tornerò a breve su questo concetto. Ora mi preme sottolineare la potente e autentica tensione metafisica che anima la poesia di Chiara Mutti. La base realistica e concreta le si sfalda e trascolora fra le mani in un processo di sublimazione alchemica. La poesia-oggetto di pensiero si fa pensiero dell’oggetto: la parola diventa cosa. «Voce che non è verso (…) poesia che non è parola / ma anima e vita (…) mi lascio plasmare / divento terra / e lo sputo di un dio». Cioè: il pensiero poetante mira a coincidere col pensiero creativo che, di attimo in attimo, declina in divenire la realtà.

Ecco anche il significato obliquo del titolo. Non solo la “fanciulla muta” (come aggettivo, nel senso di “silenziosa”) rievocata dalla donna Chiara Mutti, fin dalle radici, nella sua faticosa opera di conquista della voce (cioè di acquisizione di identità, di collocazione nel mondo) nel farsi adulta anche grazie alla poesia e alla mitologia del sé che importa la rielaborazione creativa dei materiali biografici trasfigurati; ma anche – forse – la “fanciulla muta” come verbo, nel senso di “si trasforma, cambia, evolve” perché aspira a farsi terra, cioè forma stessa della vita: madre e matrice e materia, creta, acqua, lievito delle evoluzioni. Non a caso, infatti, dedica una lirica particolarmente corposa e ancestrale, fra le più intense del libro, alla dea sumera Nin-tu: la Signora della nascita, la madre di tutti gli esseri viventi.

La strada percorsa dalla poetessa è la strada organica delle cose che fluiscono e si trasformano, che vivono in bilico sul nulla, nel loro instabile equilibrio. Essere parte di questo ciclo: accordarsi col movimento della vita, col destino inesorabile di tutto. Il confronto serrato con l’esistenza e il bilancio dei giorni percorsi la porta a una percezione vivissima di tutto ciò che si è perso, oscurandosi nell’oblio; e questo lancinante “sentimento del tempo” la spinge a vivere il «dolore della solitudine / uno stesso dolore per tutti». Ma è un dolore «calmo e lontano», non urlato: un dolore di cose “sommesse”. Chiara Mutti riesce a contemplare il fuoco senza accecarsi, a dominarlo senza bruciarsi le mani. La forma poetica salva – a mo’ di sublimazione – l’urgenza delle pulsioni emotive, l’emergenza dell’interiorità. È una poesia emozionante, non emozionata. C’è un senso di quiete profonda che nasce dal fervore e dal furore dell’esistenza: come una cenere grigia e corrugata dentro cui avvampa il rosso incandescente della lava. L’autrice parla di «torpore d’inquietante attesa», di «sonno senza tempo». Sulle cose «aleggia un manto di segreto»: qualcosa che giunge dall’oltre. L’aggettivo “lontano” ricorre come distanza e limite infinito del pensiero, come attitudine preferenziale dello sguardo: Chiara Mutti scrive di una «voce di sommessa lontananza», di una «musica lontana», di una «luce accesa da lontano». La sua parola si apre al Mito che si cela nell’attimo reale, irradiando le sue enigmatiche suggestioni. Guarda il mondo attraverso una percezione infinita e incantata, anche del nonnulla, anche del filo d’erba che si agita lieve (visto dal basso): tutto, se guardato come realmente è, «mormora incantamento». La sua poesia sembra volerci portare in spazi che non esistono, o in dimensioni “altre” degli spazi che conosciamo. Chiara Mutti attraversa i deserti dell’anima e danza da sola, lentamente, su percorsi a lei noti «che non portano a niente», e una cosa soltanto sa, e una sola cosa ricorda: che non sa tornare. Ma sono proprio le strade che non portano a niente, le strade da cui non si sa e non si vuole tornare, quelle che convergono all’essenza.

C’è, alla base della poesia di Chiara Mutti, un desiderio e un bisogno di scavo, e di ricapitolazione dell’esperienza, che testimonia anche dei suoi interessi antropologici (toccare il fondo, le radici dell’uomo attraverso la cenere e il sangue delle generazioni) e archeologici (le orme stratificate dell’uomo nel tempo: «parole di strati diversi / – lingua di vita / accatastata su vita»). Che non esclude, peraltro, lo studio archeologico del sé: la costruzione della persona, le ere geologiche e geometriche assimilate nella propria crescita. «Dai sepolcri / della memoria occulti / estraggo (…) una triste sublime / malinconia (…) echi d’infanzia»», per cui «riflessa / nelle lacrime del tempo / mi respiro». Sunt lacrimae rerum: ecco la predisposizione emotiva che intride la sua visione del mondo, il suo modo profondo di guardare alle cose.

Chiara Mutti, dunque, guarda alle cose sub specie aeternitatis: «orbite vuote, siamo»: «uomo sacro, cranio / porti, nell’orbita scoperta / del mio essere di ossa»: è questa, «in estremo gesto» la risposta al perché dell’esistenza, la domanda – sempre quella – che non ha risposta, e che vibra dentro il vuoto universale, e che parla nel silenzio delle stelle. E il dono della poesia è quello di attraversare (e salvare) la scintilla divina di questo perenne svanire, del diventare vano delle cose: «di questa umanità / trattengo l’assoluto», scrive per confortarsi e confortarci in modo non banale o pacificato. Dicevo prima del respiro, il respiro del poeta che si accorda col respiro cosmico dell’essere. Chiara Mutti domina con grande naturalezza il solfeggio delle pause, il rapporto metasemantico che regola l’avvicendarsi di parola e silenzio. Sa con estrema precisione quand’è il momento di dire quella parola, di accelerare o rallentare il movimento: come un attore che obbedisce a un ritmo interno. Il suo verso libero è perfettamente funzionale alla sintassi dell’anima che nelle parole deve esprimersi. Una scansione ritmica pulsionale, magmatica, “aperta”, dove le energie terrestri e celesti, umane, circolano liberamente e fluidamente, accendendosi dal reciproco contatto. Una poesia dove si respira bene, e attraverso la quale possiamo imparare di nuovo la felice naturalezza del nostro appartenerci, del nostro appartenere all’esistenza.

La fanciulla muta

Hanno chinato la cima
i cipressi
ad annusare l’odore dei prati

un odore bianco
un nonnulla
un marmoreo affiorare
di gigli

e il silenzio
è un richiamo del cielo
un sorriso stupito
un fantasma

la fanciulla muta.

 

Cancelli

Osservo dalle dune
un filo d’erba
agitarsi lieve
alla salsedine
lontano
una vela va
oltre il mio dito alluce
serena
tra gli ombrelloni e il mare
biancoverde biancoverdeblu
sfocato
nel tremulo calore della sabbia
l’alta marea tace
dei rumori dell’anima
spezzati
sull’orlo della spiaggia.

 

Il dolore della solitudine

È il dolore della solitudine
uno stesso dolore per tutti

un dolore a tonfo sordo
che scuote il cuore

rosso e azzurro di vene
gonfio che trattiene
si accartoccia e stride

come un freno a mano
tirato
nell’universo del ricordo.

 

Nin-Tu

Sorella MadreTerra
infausta nelle mie mani
lasciasti il dono
dissipato
alfine come topi in massa
nell’innato istinto
correremo giù dalla tua rupe
ciechi come falene
rese cieche dalla luce
folli come scimmie
rese folli dalla prigionia
gravidi come cagne
sciuperemo il seme
prosciugheremo il mare
e il miracolo dei pesci
non si ripeterà
la spiga brucerà l’asfalto
landa di nessuno.

Solo ci sarà dato
il respiro degli eroi
che seppero cantarti
benevola e terribile
vulcano d’Islanda
lapilli e cenere
l’incanto e la paura
l’inesplicabile bellezza
tanto che ingrata torno
a consegnarti un intimo vagito.

 

E volto pagina

E volto pagina
sono colei che volge
lo sguardo indietro
ma non torna

ed i vestiti smessi
non mi stanno
pure
vi riconosco
il peso del mio corpo

e lì dove ho sostato a lungo
l’anima si è consumata nella fibra

e lì dove ho mangiato
il cuore si è nutrito nella macchia

e lì dove ho ceduto
lo strappo si è allargato nel dolore.

4 commenti
  1. In parte, mi limito ovviamente solo a quel che ho letto, buoni spunti (e volto pagina, cancelli) alcuni ottimi come in Cancelli grande poesia, il resto è bassi

  2. Ho trovato interessante e centrata la recensione di Marco Onofrio su questo bel libro di Chiara Mutti che ho avuto modo di leggere e apprezzare. Mi hanno colpito la forza, la profondità e la compattezza delle sue poesie, il “dolore calmo” e l’inquietudine esistenziale della “fanciulla muta”, che sebbene tra sogni e nostalgie, affronta con lucida consapevolezza la realtà circostante e il suo mondo interiore, così come in questa poesia sulla solitudine: “E’ il dolore della solitudine/uno stesso dolore per tutti//un dolore a tonfo sordo che scuote il cuore..” Intensa e toccante la sezione “Radici” che affronta il tema delle radici familiari e della perdita, con l’appassionata poesia “E volto pagina” (sopra riportata) che rappresenta quasi un congedo dal libro, disilluso ma deciso.
    Saluti
    Monica Martinelli

  3. “Il dolore della solitudine” è una vera gemma tra le altre liriche, peraltro tutte pregevoli nel pensiero maturo, nella lucidità di fronte alla vita e nelle soluzioni verbali di un’eleganza scarna davvero ammirevole.
    Giorgina Busca Gernetti

  4. Vorrei ringraziare la redazione, per avermi generosamente ospitato, Marco Onofrio per l’intensa quanto lusinghiera lettura critica del mio primo libro di poesie. Un grazie a Monica e Giorgina per l’attenzione e le belle osservazioni che hanno voluto dedicarmi, nonché ad Almerighi, per avermi letto!

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