“L’ultima estate di Moro” di Sabino Caronia, letto da Marco Onofrio

moro Sabino Caronia è scrittore e intellettuale della più bell’acqua. Il suo respiro naturale si gioca tra i due estremi complementari di una narrativa che tende al saggio, e di una saggistica che tende alla narrazione. Anche per questo, forse, gli è congeniale la forma del romanzo-inchiesta. Come accade in “L’ultima estate di Moro” (Schena, 2008, pp. 104, Euro 13), Caronia sceglie un personaggio che lo affascina (qui è Aldo Moro; altrove è Jim Morrison, o Tomasi di Lampedusa, o Franz Kafka) e si identifica con lui, come un attore chiamato a interpretarlo: si immerge così intensamente nelle profondità del suo tempo, della sua storia, del suo itinerario terreno, che finisce per farne uno specchio della propria esistenza. Si assiste dunque a questo viraggio alchemico della biografia in autobiografia: una sorta di autobiografia per interposta persona. In questo caso lo schermo autobiografico si fa, oltretutto, filtro generazionale. La figura di Moro diventa per l’autore un veicolo di riflessione sulla propria giovinezza («Sulle orme di Moro, nello sforzo di calarmi nei panni del personaggio che è venuto a chiedermi di recitare ancora la sua parte, ritorno al tempo della giovinezza») e, in parallelo, sulle speranze di palingenesi umanistica del ’68, che aveva annunciato “nuovi cieli e nuove terre”, la possibilità di accordare marxismo e cristianesimo nella comune ricerca e nell’analisi dell’umana condizione. E dunque, quella sensazione irripetibile di esser parte di un tutto (la storia, la società, la vita), e la convinzione organica di poter cambiare le cose, coltivando il sogno di un mondo giusto, leale, sicuro, uguale per tutti. Come accordare la «terribile bellezza» di quei giorni con la «geometrica potenza» di via Fani (16 marzo 1978: rapimento di Moro e massacro della scorta)?

La notizia del rapimento di Moro da parte delle BR si diffuse a macchia d’olio, col trambusto della sua urgenza, col sentore del “fatto grosso” che aumentava la paura per le strade (erano gli “anni di piombo”). 1968-1978: in dieci anni era accaduta la mutazione antropologica avvertita da Pier Paolo Pasolini, un trapasso generazionale. E quel sentirsi non più parte di un tutto, ma avulsi e separati dalle cose. Quel sentirsi e quel dirsi indifferenti, ormai, trincerati dietro il proprio “legittimo” egoismo. Moro è assunto da Caronia a simbolo italiano di questo sogno umanistico, di rivoluzione pacifica e di “nuova frontiera” planetaria (da Giovanni XXIII e da Kennedy in poi, compresi John Lennon, Jim Morrison, Janis Joplin, Woodstok, i “figli dei fiori” etc.), andato in frantumi sotto le raffiche cieche e spietate della lotta armata. E le spoglie dorate del sogno – come quelle di una lunga, luminosa estate – coincidono con quelle della giovinezza di Caronia, che si china a raccoglierle con un senso quasi sacrale di umana pietas, di rispetto religioso per la profondità e il valore intrinseco delle persone e delle cose in gioco.

La capacità suggestiva del libro nasce anzitutto dalla fusione equilibrata e per certi versi “miracolosa” (quanto a intensità e concentrazione) di diversi elementi: storia, filosofia, filosofia della storia, metafisica, biografia, autobiografia. C’è un continuo sovrapporsi di immagini (di sé a Moro, e viceversa) per echi di richiami, di agganci, di associazioni. Come a sottintendere che “io sono te e tu sei me”, che cioè siamo tutti uguali di fronte alla morte: fili intrecciati dello stesso tessuto di vita e sofferenza. La ricostruzione affettiva del ricordo colloca Moro nello scenario magico di Terracina: il suo buen retiro, dove trascorreva i pochi giorni di vacanze estive e dove correva a rifugiarsi appena poteva, in un «volontario esilio dal mondo, all’ombra del tempio eretto al fanciullo divino nel punto dove gli ultimi contrafforti degli Ausoni si bagnano nel Tirreno, uno scenario di rocce emerse dalle acque ad esprimere la nostalgia del mondo marino, il senso primordiale dell’essere». Con più precisione: Moro a Terracina nell’estate del ’77, l’ultima della sua vita, bloccato da Caronia nella luce di quei fotogrammi, nel disperato tentativo di salvarlo, di sottrarlo al flusso del tempo, al meccanismo tragico della storia, lui, vittima sacrificale. Le passeggiate a riva di primo mattino, la sua figura triste e un po’ curva. Scendeva in spiaggia con una sediolina sotto il braccio e un fascio di giornali. Leggeva, scriveva, conversava con i giovani, al cui avvenire era molto interessato. Vale qui ricordare un aforisma di Alcide De Gasperi: “Un politico guarda alle prossime elezioni; uno statista guarda alla prossima generazione”: Moro era decisamente uno statista. E poi – fulmine a ciel sereno, annunziato da nuvole invisibili – la sequenza terribile di eventi. Il sequestro, la prigionia, le contromisure frenetiche e inconcludenti, i posti di blocco, le polemiche, lo scontro politico. E poi, oltre la cortina del furore, il clamoroso silenzio dello Stato, che per Moro si aggiunge – come prova ulteriore – al silenzio di Dio che si nasconde, quando neppure ascolta le preghiere. È la frattura abissale del tempo, che rompe il ritmo delle cose: ma proprio così, paradossalmente, esse sono in grado di risplendere nel loro massimo significato, «come oro nel mondo». Moro, nella solitudine di quei cinquantacinque giorni, rivisita i ricordi «apparentemente insignificanti e in realtà preziosi», racchiusi entro la sfera della famiglia lontana, nel microcosmo caldo della casa. E le lettere struggenti, come l’ultima alla moglie Eleonora: «bacia e carezza per me tutti, volto per volto, occhi per occhi, capelli per capelli». E ancora: «vorrei capire, con i miei piccoli occhi mortali, come si vedrà dopo. Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo».

Caronia si identifica con Moro anche per la sua capacità di guardare alle cose come onde vane nel mare dell’eternità; e per la sua confidenza con il tempo, la sua pazienza cristiana nell’aspettare la maturità degli eventi, la loro giusta stagione. Il tema del tempo e della possibilità di dimorarvi, abitando il senso autentico del mondo, è consustanziale alla scrittura di Caronia: anche e soprattutto in questo libro. Moro aveva viva nostalgia della sua infanzia salentina (era nativo di Maglie), di quel tempo stabile e materno, caldo, accogliente, al riparo da improvvisi cambiamenti. Da qui la tentazione regressiva, mitica e ancestrale, marina e materna, che splende in controluce dentro l’ombra sporca del tempo, della memoria, del dolore, e sfolgora nel corpo maieutico e metamorfico della scrittura. Ed ecco il tema dell’origine, della già debenedettiana “infinita possibilità musicale” racchiusa nel tempo e pronta a sprigionarsi dalle cose, dalla loro libera armonia: «nell’estate, in campagna, lungamente mi appartavo in un luogo, che mi fingevo remoto e inaccessibile, di alberi e d’acqua; e tutta la vita, il breve passato e il lunghissimo avvenire, musicalmente si fondevano, e infinitamente, alla libertà del presente». Caronia si protende alla «pace immobile di un tempo senza tempo», e crede di ravvisarla a Terracina, cui questo libro (specialmente nella prima parte) dedica un grande e appassionato omaggio d’autore. Terracina è un paese scolpito nella luce: Caronia sembra guardarlo con gli occhi del d’Annunzio alcionico, o preda della suggestione mediterranea di un racconto come “Lighea” di Tomasi di Lampedusa. Emana, da certe pagine incantate e assetate d’infinito, la voluttà panica di scomparire, il desiderio nostalgico di quel beato perdersi per non essere più nessuno. E la felicità di dimenticare. E la dolcezza strana, un po’ triste, che si prova contemplando il cielo che sfolgora al crepuscolo sul mare. Il trauma originario della nascita ha reciso il cordone che ci univa a quella luce: ci ha fatto perdere per sempre il paradiso del grembo materno, la promessa di un mondo pieno di bellezza. Per questo gli uomini, da sempre, anelano al mare, che è madre, è acqua originaria, mondo liquido e fluido, universo amniotico del tempo prenatale. Ritornare al mare e morirvi, dunque, è rinascere nel ciclo infinito della creazione, è rientrare nel magma delle energie cosmiche. Ed ecco la posizione fetale di Moro ucciso, quando venne ritrovato, il 9 maggio 1978, nel portabagagli di una Renault 4 rossa parcheggiata in via Caetani: e nelle scarpe che aveva ai piedi fu trovata un po’ di sabbia, come dopo una passeggiata in riva al mare…

Sta qui, forse, l’anelito più alto da cui questo libro sembra animato, col suo “discreto” ma persistente chiarore: la capacità di specchiarsi, di vedersi “l’un l’altro”, di riconoscersi, così come Caronia ha tentato di fare con Moro e con ogni lettore delle sue raffinate, limpide pagine. Per ricordarci – e ricordare soprattutto ai giovani – che non bisogna mai perdere la fede in quello che si fa e la speranza in un mondo migliore da costruire, malgrado gli ostacoli, giorno dopo giorno.

Marco Onofrio

1 commento
  1. Ben vengano libri come questo di Sabino Caronia che si annunciano, ancor prima di leggerli, vere e proprie promesse di luce… L’ultima estate di Moro sembra appartenere a quella classe di libri che non si limita a narrare, a documentare, ma che sa come far avanzare atmosfere e figure ben delineate nella profonda esperienza memoriale di tanti di noi, e per questo dire grazie a Marco Onofrio per avercelo proposto!

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