Stelvio Di Spigno, poesie da “Minimo umano”, Marcos Y Marcos – 2020, con un appunto di Giorgio Linguaglossa

minimo-umano_webStelvio Di Spigno possiede molto bene il linguaggio poetico, lo usa per fargli fare quello che lui vuole , i paesaggi sono ben descritti, i colori ben trattati, gli enjambement ineccepibili, lo stile prosastico anche, il punto di vista del soggetto ben fornito … ma, gli faccio una domanda: hai mai pensato a raccontare la “Storia di una sedia”? o la “Storia di un quadro rubato”?, insomma, hai mai pensato di raccontare una storia dal punto di vista di un oggetto? Probabilmente ne verrebbe fuori un’altra poesia, una poesia diversa.Dal punto di vista dello stile, si tratta di prosa, ordinata, ottimale. Sfondato il metro, ci resta un metro ametrico che contiene al suo interno varie metricità. Per scrivere poesia moderna occorre avere in mente tante e tali metricità da non sapere neanche quali accogliere quando si scrive, in ciò, è stato detto, la scrittura di poesia si avvicina alla scrittura di un romanzo a puntate. E infatti, le poesie possono essere considerate un romanzo a puntate, suddiviso in capitoli. È così che va letta questa poesia.

In Essere e tempo l’esserCi è caratterizzato dalla reciproca e intima connessione di tre “esistenziali”: Befindlichkeit (come ci si trova), Verstehen (la“comprensione”, cioè l’orientamento in cui ci si trova), Rede (il “discorso”, il tessuto di parole in cui ci si trova). Queste dimensioni dell’esistenza nel loro insieme costituiscono l’apertura del “mondo” in cui l’esserCi si trova. La terza di queste dimensioni coappartiene alle altre due, il che significa che ci si trova “gettati” e ci si orienta in un mondo di parole, grazie alle parole, tramite esse. Ovvero: i “fenomeni”, prima di tutto quelli “in senso ordinario”, sono veicolati dalle parole; per es. la parola “sedia” non solo pre-orienta il nostro rapportarci alla sedia ma anche la cosa stessa ci viene incontro tramite la parola, cioè “sedia”. Noi dunque non facciamo esperienza di“cose” che poi interpretiamo a partire da un orizzonte linguistico dato (questa è la prospettiva dell’ermeneutica) ma noi abbiamo a che fare con “cose” in quanto sono dette, parlate, hanno un nome. Infatti se “mancano le parole” la “cosa” diviene sfuggente. Riguardo poi alla fenomenologia in senso filosofico, come dice il nome stesso, il suo compito è per Heidegger quello di portare ad apparire, tramite la parola, il non-detto che sta in mezzo a ciò che è detto, decostruendo (Destruktion) l’ovvietà del discorso ordinario. Perciò tale fenomenologia è “ermeneutica”, cioè è (etimologicamente) un “rendere noto”, un “rendere conto”, un far sì che “le cose stesse” si raccontino. La denominazione “fenomenologia ermeneutica”, proposta inizialmente da Heidegger stesso, non deve trarre in inganno. Per Heidegger non si tratta di interpretare il mondo. Anzi il contrario: non siamo noi a mettere in questione i fenomeni ma è il mondo dei fenomeni a mettere in questione noi; quindi l’uomo come tale è esclusivamente risposta. Ciò differenzia essenzialmente la fenomenologia di Heidegger dall’ermeneutica, nella quale è sempre l’uomo a domandare per primo; il che significa presupporre sia l’esistenza di un soggetto interrogante sia di una realtà-in-sé investita dal domandare umano; solo a partire da qui s’innesca il “circolo ermeneutico” – che dunque non è l’originario.

Giorgio Linguaglossa

 

Stilnovo

«Perché ti cerco nell’ora lucente,
labile fonte di amore e dedizione
che sei ovunque, in lapilli e parole,
ma non in me. Esci dal timido recinto
delle occasioni evanescenti. Diventa elemento,
viscere da amare, psiche inconsapevole
dei giorni deragliati sulla luna.
Una punta di universo caduta qui,
per noi e nessun altro. Ti aspetto,
da sempre, come una certezza. Perché
vivere è un traforo che bisogna
attraversare. Vieni, respira, non farmi
più dormire. Ho una casa
aperta alla dolcezza dei tuoi assoli:
se ancora ne hai – fiamme, catene,
burroni e pietre vaghe
non potranno fermarti. Da troppo,
inseguo il tuo confine boreale.
Da un tempo non più vero vorrei
toccare le tue labbra affascinati.
Sciogliti. Sali in questa tormenta,
nessuno ti seguirà. Saremo soli.
Nel mondo chiuso delle occhiate incostanti
vedremo nascere il perché dell’esistenza.
Nessuno, ti dico, ci disturberà».

 

Cameretta
O cameretta che già fosti un porto
PETRARCA, R. V. F. CCXXXIV

Irreale è questa stanza e il sogno
che la contiene. Si allarga di notte,
fino a diventare immaginaria, non
si vede più l’armadio, la porta, la vetrata,
la tela della Madonna col Bambino,
ma un sussurro di foglie e il guaiolare
dei cani, dall’ampia campagna di fronte,
entrano e prendono ristoro. La stanza
si fa enorme, sparisce ogni confine
temporale, si vede solo un’età
perduta come un rampicante,
ai piedi del mio letto, dove dormivo solo.
Mi tornano alla mente i desideri,
le azioni del giorno e le avventure
del pensiero. E guardo questo spazio,
diventato puro. La luce della lampada
fa sparire anche me nel suo candore,
ridivento della terra, del vento, del cielo,
e poi mi sento lontano e catturato
verso mondi che non possono morire,
e degli anni che restano non vedo più la fine
nella danza di queste ore inebriate.

 

Somnium

Tendo la mano a una conca
inesplorata: sfilacciato dal ritmo
delle nubi, lo stesso cielo è diviso
secondo il fianco di osservazione. Come
un mare senza sponde, torna

in se stessa l’anima accecata, e perde
ogni insegna del giorno passato. Si sposta
un costone cadente e romba un tuono
come dall’aldilà. Ma non lo sento.

La vita continua negli ossari
o nel ricordo? Nella storia o nelle steppe?
con noi o senza noi? La risposta
a questi allunaggi della mente
è dovuta. Con parole troppo grosse,
talvolta, ma il silenzio non è ammesso.

Le tre di notte, fumo intorno al letto,
odore di brace dal camino. Ho abbracciato
l’amore di una donna a me uguale,
solo più grande e senza destino.
Vorrei restare in questo lago di grazia,
le palpebre abbassate, il petto lento.

Faccio a caso due passi, mi colpisce
come un sasso il gallo delle periferie.
Con ancora più sangue
il sole invalido piomberà,
come la vendetta di una iena.

 

Quasar

Se ci fosse un luogo dove gridare aiuto –
se l’ombra altrui non mi trapanasse il cranio –
se l’occhio di Dio non sapesse chi sono –

davvero i corridoi sarebbero interminabili,
e le case appannate così piene di luce
che i morti avrebbero un loro condominio,
andrebbero al mercato degli istanti
spargendo il loro addio a tutti i viali dell’universo,
con le mani sconciate e le sporte
impiastrate di frutta.

Ma la terra è divisa dal cielo.
Mancano da molto i questuanti, le vecchie
donne dalla voce ferma e quella porta
che spalanca su altre porte all’infinito.
Stringi le mani al tronco
del mandorlo fiorito, divora il verde
con gli occhi affabulati,
apri ogni orifizio agli ammassi globulari.

Un giorno il sole uncinerà alla cieca
il binario senza ascolto, la conca di pietre bianche,
sarà fatto il nostro nome palmo a palmo,
sorgeremo tra estuari, laghi e fiumi
a vita di carbonio o a canto delle stelle.

Lava bene le posate prima di ogni partenza.
Non guardare oltre la tua speranza, mai.

 

Stato delle cose

L’epilogo della tempesta
fu che tu, reclinata nella morte
che ti permeava
ogni pensiero, rarefatta e abbuiata,
ti allontanasti
dalla stazione di Latina
quasi in incognito.

Lì visitavi l’ospedale, sempre in cerca
di quella stessa morte
che vedevi tra corsie e camerate,
bella, insana e taumaturga,
come allora ti credevi – ti amo più
che posso, bambina mia mai nata, anima
abortita, raccolgo per te piastrelle e putrelle,
mentre il cantiere del nostro futuro si recide.

Provo a dire questa furia che è vivere,
l’assottigliarsi della mascella di sorriso in sorriso,
l’aria fredda che fa spessa la pelle in un abito di cera,
e questo morire che è in tutti, da decenni,
in un tempo scellerato e pazzo, come se
l’esistenza fosse un paesaggio
a tutti pervenuto e confinato altrove.

Una stringa di fumi e graminacee
si stringe a una galassia equidistante, a un’ossessione
generale, mentre l’umanità svuota
di se stessa ogni destino, anche il più bieco,
anche il più assurdo e declinante,
come una fanteria di ritorno
da una guerra mai dichiarata,
a interi popoli nascosta e ipnotizzata.

 

Emilia

In mezzo a un fulcro di case sorgeva
il bosco sacro di pini e pianeti primigeni,
dove senza impazienza ci incontrammo,
qualche volta – dove tutta la città, nel rogo
del sole, veniva a trovarci, la sera benedetta.

E ora del sole tu hai la stessa faccia
lucente, la stessa veste con le frange
e il cappuccio, le scarpe con le fibbie,
la borsa e il mantello del sorriso.

Anche tu sei partita, puntando i piedi,
l’ultima volta che hai pensato alla vita,
che fu una stradina giovane di campagna,
dove venivi a fare il bagno con noi,
in agosto, profumando soltanto
di stelle di mare. E così ti ricordo,

povera nelle cose e nei gesti, giusta
in ogni azione, nelle parole di un sapere
che abbracciava, così flessibile, come
la stessa bontà non sa di essere.

Come resterai per sempre, ricordando
le patrie brevi dove fummo insieme,
Torregaveta, Napoli, Gaeta,
l’inverno seduti, l’estate in movimento,
gli occhi stranieri fissi alla verità
che il mondo non sa più di avere, perché
sei lontana e tuttavia perfetta, la piccola
donna che amava ogni cosa, dentro
la scia notturna di un cielo pacificato,
senza visioni, solo di carità, eterno.

Stelvio Di Spigno

 

foto-stelvio-x-webStelvio Di Spigno è nato a Napoli nel 1975. È addottorato in Letteratura Italiana presso l’Università “l’Orientale” di Napoli. Ha scritto articoli e saggi su Leopardi, Montale e Zanzotto, insieme alla monografia Le “Memorie della mia vita” di Giacomo Leopardi (L’Orientale Editrice, Napoli 2007) e al saggio L’artificio della naturalezza. Da Leopardi a noi (Agiscom, Napoli 2015). Per la poesia, ha pubblicato la silloge Il mattino della scelta in Poesia contemporanea. Settimo quaderno italiano, a cura di Franco Buffoni (Marcos y Marcos, Milano 2001), i volumi di versi Mattinale (Caramanica, Marina di Minturno 2006, Premio Andes e Premio Calabria), Formazione del bianco, (Manni, Lecce 2007, Premio Penna), La nudità (Pequod, Ancona 2010), Qualcosa di inabitato, con Carla Saracino (EDB, Milano 2013), Fermata del tempo (Marcos Y Marcos, Milano 2015, Premio Nazionale Calabria e Basilicata), Stampa antica (Edizioni Gattili, Milano 2018), Minimo umano (Marcos Y Marcos, Milano 2020).

 

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