Alba de Céspedes, un’intellettuale dimenticata, impegnata e poliedrica, di Maria Grazia Ferraris

Alba_de_Cespedes

Alba de Céspedes, Roma, 11 marzo 1911 – Parigi, 14 novembre 1997

Alba Carla Lauritai de Céspedes è stata un’Autrice di successo, in lingua italiana e francese, una giornalista innovativa, romanziera, poetessa ed intellettuale impegnata, consulente editoriale, protagonista di un’attività letteraria tra le più ricche e significative del Novecento. Suo padre, Carlos Manuel de Céspedes, fu a Roma dal 1908 come ministro plenipotenziario della repubblica cubana, la madre Laura Bertini, era romana.

Come potrei dimenticare tutto ciò che l’Italia mi ha dato? Mia madre, innanzi tutto- la vita, dunque- le maestre, gli amici, la lingua in cui scrivo, i ricordi d’infanzia, l’amore, poiché mio figlio è italiano, ed anche mio marito lo era, gli anni appassionati della Resistenza, ed il primo, il più fedele pubblico dei miei libri. E allo stesso modo come potrei dimenticare la Francia, dove ho vissuto adolescente e mi sono sposata a 15 anni?- la prima lingua parlata da mio figlio fu infatti il francese, poiché eravamo a Parigi dove da oltre un trentennio trascorro la maggior parte dell’anno. I classici francesi che sono state le mie prime appassionate letture e gli amici, gli affettuosi e fedeli amici di qui?.. L’Italia è il paese dove sono nata, dov’è nato mio figlio…il paese dove si parla la lingua in cui scrivo, poiché sono innegabilmente una scrittrice italiana… E la Francia è il Paese dove preferisco abitare, dove lavoro meglio, per la discrezione, il riserbo proprio del suo popolo… Ma Cuba, Cuba è la mia patria. Ecco, farei qualunque cosa per l’Italia, in favore dell’Italia, e verso la Francia sarò sempre grata, leale, ma solo per Cuba- per quello che Cuba è oggi- sarei pronta a morire.” Così si esprime Alba de Céspedes nell’opera Con grande amore (edito da Mondadori).

Il nonno Carlos Manuel de Céspedes (1819-1974) padre della patria, fu ucciso dagli Spagnoli nel 1874. La nonna si trasferì a Parigi, dove il figlio, suo padre, studiò e si laureò come avvocato alla Sorbona. Aggiunge:

 “ Mio padre  mi narrava la storia di Cuba…mi raccontava che gli indios erano stati i primi a rivoltarsi contro gli Spagnoli e contro la crudeltà da loro esercitata fin dal primo giorno, in nome della religione… le incursioni dei corsari, le guerre per l’indipendenza ed i loro eroi: era una storia più appassionante di quella di Salgàri, inoltre era vera ed era nostra… Mio nonno era un patriota cubano, che ha compiuto molte imprese importanti: tra le quali, abolire la schiavitù, iniziare la guerra di indipendenza contro gli Spagnoli, e dopo essere stato per 6 anni presidente della repubblica in armi, da lui fondata, fu ucciso dai nemici in una imboscata. Inoltre ha scritto versi che ancora oggi si leggono nelle scuole, viaggiò molto in Europa, parlava correttamente quattro lingue, era un grande cavallerizzo… Mio padre non diceva mai , se non quando alludeva a parenti lontani o trapassati. Per questo forse poteva fornirmi tanta materia per la leggenda della patria e degli eroi… Famiglia, tutti quei giovani antenati dai capelli lunghi, cui talvolta conoscevamo solo la data di nascita e quella della morte, preceduta da un participio passato: caduto in combattimento, ucciso, fucilato. Sempre morti per mezzo del piombo. Antenati che nulla ci hanno lasciato di materiale, solido- poiché le tenute furono devastate, le case bruciate, il denaro tutto offerto per comperare armi necessarie all’insurrezione- nulla dunque-, salvo la certezza che l’invenzione di una vita eroica, di una società eroica, va portata avanti fino alla morte. Mi guardavano dalle fotografie: le cravatte a fiocco, lo sguardo acceso, i capelli lunghi, la barba breve..

La scrittrice tra il ‘70 e l’80 del Novecento imposta il lavoro per  la pubblicazione di un grande romanzo storico sulle vicende di Cuba a partire dall’emancipazione dal dominio spagnolo fino al governo di Fidel Castro e autobiografico, legato alla sua famiglia e al suo personale rapporto con l’isola, dal titolo Con grande amore. Vi confluiscono vari materiali documenti familiari, diari, corrispondenza privata, recensioni, quotidiani, settimanali, documenti storici, appunti… una materia immensa. Non giunse alla stesura definitiva. I suoi rapporti con Cuba furono costanti. Farà ritorno a Cuba nel ’39, avvisata della malattia del padre che morirà quello stesso anno. È la Cuba di Fulgencio Batista, narrata poi nel romanzo Con grande amore. Vi si sentirà estranea.

Scrive nel diario: “ Mi sento estranea in casa mia, sollevata dalla tremenda pena di papà, non altro desiderio che ritrovarmi quassù nella mia camera sola, di nuovo sentire la comunione con la carta e i libri. Mi sembra che tutto questo mondo nel quale loro vivono è falso e temo di esservi trascinata…

L’ultimo soggiorno è del 1977. I tempi sono cambiati ed anche il suo stato d’animo.

 “ Ora, arrivando a Cuba, non provo più quel disagio che soltanto l’amore dei miei familiari e la premura degli amici mi faceva superare: al contrario, sono lieta e fiera. Lì, emerso da quei mari ricchi di storia e leggende, quel gran caimano verde- che, visto dallo spazio, sembra una cavalletta, – è il mio luogo di predilezione, la mia terra. Sconosciuta, lontana, essa m’ha tuttavia ricevuta nel nascere…ed io, vivendo, l’ho scelta per le sue glorie e i suoi dolori: per tutto ciò che ai suoi figli è costata, e ancora costa, la sacrosanta possibilità di esistere. Amo tutto di lei: la fascia turchese del suo mare e il verde folto dei monti, delle selve, le grotte dove gli indios hanno tracciato misteriosi segni premonitori e le caverne percorse dal volo dei pipistrelli, le brevi piogge torrenziali e il luminoso arcobaleno, l’opalescenza delle sue aurore e il torrente di fuoco dei suoi tramonti. Amo i grandi privilegi naturali dei quali gode e i pericoli cui è sempre stata esposta, poiché l’hanno costretta a misurarsi con se stessa, e ogni giorno l’amo di più di quello precedente per l’eroismo di cui è tessuta la sua breve storia.

La sua formazione è quella di un’autodidatta.  Le prime letture sono precoci: Alba de Céspedes, che a Roma trascorre l’infanzia, da bambina aveva libero  accesso alla biblioteca del padre; lì prende confidenza coi libri: il dizionario le svela, come uno scrigno, il significato di termini ancora incomprensibili, mentre nei prediletti romanzi di Salgari e nell’Isola del tesoro di Stevenson la futura scrittrice ritrova, tra mito e realtà, la “sua” Cuba, la propria vera patria. Nella biblioteca paterna trova anche i libri del poeta e patriota cubano José Martì, e molti testi storico-politici che narrano le vicende di Cuba. Nella sua biblioteca privata coesistono infatti, con i libri frutto di una scelta personale, anche testi giunti sugli scaffali attraverso altri canali: il dono da parte di amici, l’omaggio di scrittori desiderosi di un parere di lettura autorevole oppure, appunto, l’acquisizione ereditaria; le firme di appartenenza, frequenti, e le centinaia di dediche sui volumi sono prezioso e quasi sempre unico indizio in grado di svelare con certezza la provenienza del testo. La biblioteca personale ha assolto quindi, nel corso degli anni, funzioni differenti: è stata fonte di ispirazione, serbatoio da cui attingere, magazzino di informazioni indispensabili alla scrittura, room of one’own in cui rifugiarsi per ritrovare il bandolo. Per individuarne il nucleo iniziale si deve risalire all’inizio degli anni ‘30; le sue scelte di lettura già ne riflettono il cosmopolitismo, inscritto nell’albero genealogico e poi sancito da un’esistenza non comune per frequentazioni e scelte di vita.  Il primo nucleo personale è rappresentato dai libri sugli scaffali della cameretta del Pensionato Ravasco, dove Alba de Céspedes trascorre qualche mese nel 1931 leggendo i “canonici” Petrarca e D’Annunzio, ma anche Maurois, Prevost, Baudelaire (l’autrice in seguito definirà i classici francesi «le mie prime, appassionate letture»), oltre a Shelley e Byron…, e L’idiota: afferma di avere letto e riletto più volte Delitto e castigo, definendolo «il libro» per eccellenza. È a Roma nel ’43, vorrebbe fare qualcosa per la difficile situazione in cui l’Italia vive. Nel  settembre ’43, l’armistizio, vive  l’arrivo dei tedeschi.  Scrive meditabonda nel diario : “ Forse è troppo facile essere seduta a un tavolino e scrivere, essere stesa sul letto, leggendo, e inseguendo personaggi appena abbozzati seguendo i loro progetti i loro sogni, la loro musica, i loro libri per farti sentire fiera delle loro gesta, parte di un popolo vincitore, perché tu esca insomma una sera  gridando alla quale tu non hai contribuito che rinunciando alla bistecca rossa, all’automobile, al teatro.” Lascia Roma con Franco Bounous per l’Abruzzo, passa le linee, lavora per radio in una rubrica radiofonica di Bari con lo pseudonimo di Clorinda.

Esterna per generazione sia all’emancipazione del primo Novecento, sia al femminismo degli anni Settanta, estranea allo schematismo ideologico, coltiva il pensiero di sé, delle soggettività femminili e delle loro diversità, una riflessione sul femminile declinato sul mutare della storia. Il rumore inquietante  della vita politica, il silenzio della scrittura, scandiscono la sua esperienza di intellettuale e acquistano evidenza sulle pagine dei suoi romanzi più famosi ( Nessuno torna indietro, 1938- Dalla parte di lei, 1949- Quaderno proibito, 1952- La bambolona, Il rimorso, 1962- Sans autre lieu que la nuit), nelle contraddizioni delle sue protagoniste, donne determinate eppure fragili, che si interrogano, lottano per conoscersi e affermarsi, ma soprattutto scrivono: quasi che nell’atto di scrittura si possa giungere a un ideale ricomposizione dei conflitti. Nel ’44 a Napoli, tra un bombardamento e l’altro riprende il lavoro alla radio e incomincia a progettare la rivista il Mercurio, che uscirà a Roma nel settembre del ’44, una rivista impegnata letteraria che vuol rompere la tradizione della  Voce o Lacerba o La nuova antologia, punto di incontro tra politica e cultura. Una rivista oggi dimenticata, ma che ha ospitato gli scritti di C. Malaparte, Longanesi, W. Binni, Soldati, S. Aleramo, A. Banti, N. Ginzburg, G. Manzini, Paola Masino…, Matacotta, Sinisgalli, Luzi, Palazzeschi, D. Valeri,  Nenni, Parri, Bauer, (le illustrazioni saranno di Guttuso, Cantatore, Casorati, Maccari, Morandi, De Pisis, Scialoja, Savinio, Maffei, Vespignani)… L’annata 1945 si chiuderà con un altro fascicolo speciale di circa 400 pagine interamente dedicato alla lotta di Liberazione nel Nord Italia. “Mercurio” affermava la propria fede nei “valori autentici dello spirito italiano” e dichiarava di voler offrire “un documento di giudizio, una testimonianza di questo tempo“. Nel ’48 il marito viene nominato segretario dell’ambasciata d’Italia a  Washington.

Usciamo come da una vita subacquea” dice, chiaramente alludeva a un periodo “lungo e remoto nel quale ogni energia intellettuale ha dovuto operare in zona d’aria condizionata, a prezzo di rientramenti, deviazioni, mutilazioni. […] Ma ci sembra venuto, adesso, il momento di ritrovarsi, unirsi, riaffacciarsi insieme a un balcone sul mondo, sorretti da quella solidarietà di patimento che è ancora stimolo di conoscenza, d’esperienza, di sopravvivenza. Si tratta insomma di ricollegarsi al cerchio universale“. Breve speranza.

Scriverà nel Diario  nel 1955 delle riflessioni malinconiche : “…ho riletto i miei diari…e ho compreso tutto. Ho legato la trama sempre conseguente della mia vita di donna e di artista…era già tutto così, fin dall’inizio, soltanto io non lo capivo. Il lavoro, strenuo, è stato la difesa. Dalla parte di lei l’ultimo atto, e tentativo, d’amore. Ho dormito sotto la neve, come il grano d’inverno.

Nel ’56 di ritorno da Cuba, si scontra col marito, che  viene inviato a Mosca. Si intensifica la loro crisi: scarsa intesa sessuale, la pretesa di lui che rivesta il ruolo di moglie, la difesa di lei del proprio lavoro, “il diritto a una personalità diversa da quelle che mi circondavano”, l’indifferenza per i suoi successi letterari, il rifiuto di lei per le attività di relazioni sociali della vita diplomatica del marito… A Roma  tra il ’57 e il ’59 vive una crisi di solitudine isolamento.

Lavora a Il rimorso, 1962 :  “Io sono per tutti gli oppressi e le donne lo sono state per secoli. Ne faccio una questione di razza: per me le donne sono una razza oppressa, e per questo sto dalla loro parte“.

Il binomio parole/silenzi, essendo l’incomunicabilità – declinata come impossibilità di affidarsi ad un linguaggio condiviso fino all’estremo limite del silenzio-menzogna – è una fra le tematiche portanti di Il rimorso. Un romanzo certamente molto amato dalla sua autrice. La protagonista, Irene, rappresenta le problematiche dell’autrice dopo il periodo della Resistenza ( solitudine, impegno, lavoro, amore: la felicità che non si acquisisce abbandonandosi agli istinti, ma accettando la disperazione che assilla ogni creatura umana consapevole). Intreccia alla scrittura epistolare sette voci che narrano ciascuno dal proprio punto di vista la stessa storia rielaborando in modo originale il tema della coralità del primo romanzo. Quasi un presentimento di apocalisse, la convinzione della relativa inutilità del vivere.Il suo matrimonio fallirà definitivamente. Nel ’59: “…tu dici che non amo il matrimonio comune e borghese. E chi lo ama, se non coloro che si sposano per avere una condizione sociale, invece che per vivere con un uomo di cui sono innamorate? Una volta eri anche tu della mia opinione… io non mi sono mi pentita della scelta che ho compito allora, perché non ho sposato né una carriera né una condizione sociale, ma un uomo. E quest’uomo oggi tornerei a sposarlo ancora: anzi, sarebbe l’unico che accetterei di sposare…l’unico sentimento che può riunirci è l’amore, anche se un amore adulto pieno di reciproca comprensione; se no, meglio veramente dividerci, anche senza ricorrere alle leggi, lasciando che tra noi, invece dell’inimicizia, cada il silenzio e resti il rispetto.

Lavora a Dalla parte di lei, che è un lungo romanzo suddiviso in tre blocchi che raccontano la storia di Alessandra (infanzia e adolescenza vincolate alla figura materna, la pausa abruzzese dominata da quella paterna, l’esperienza tra la guerra e la resistenza). Assume a tema centrale della sua storia la condizione della donna, lo svolgersi delle sconfitte sentimentali, dei tormenti interiori, dell’amaro rinchiudersi di fronte all’incomprensione e all’abitudine che mortificano ed esasperano il bisogno d’amore. La scrittrice dà vita a un personaggio affannosamente ribelle, che risulta la più appassionata e significativa delle sue creature. Le ultime pagine del romanzo forniscono al lettore un discorso esplicitamente metanarrativo (le questioni sottese alla sua costruzione- la memoria storica e d’origine, il presente, la personalità femminile, il silenzio…): è romanzo di formazione (una storia di donna dalla nascita all’omicidio del marito); romanzo storico ( fine anni Trenta, l’Italia fascista, la liberazione di Roma), romanzo denuncia ( la lotta per l’ammissione delle donne in magistratura), romanzo realista ( scorci del mondo contadino abruzzese) e neorealista (la Resistenza) autobiografico (Alessandra sono io, dice l’autrice nel diario del ’47).  Una prova importante, di cui dirà:

Scrivo di notte. È bellissimo scrivere mentre gli altri dormono, mentre il telefono tace, i negozi sono chiusi. A poco a poco sto riuscendo a eliminare completamente perfino il giorno dalla mia vita… Non so immaginare la mia vita senza la scrittura perché non c’è stata mai per me vita senza scrivere

Il grande segreto della vita è eliminare. Proprio così: eliminare tutte le cose inutili, quelle che ci fanno perdere tempo. Bisogna avere la forza di dire di no, se si vuole riuscire in qualche cosa. Ci sono persone che stanno bene solo se si distraggono, non possono restare sole dieci minuti… Quando si scopre di avere un interesse, bisogna essere pronti a sacrificargli tutto. Per scrivere qualche cosa di serio, bisogna dare la vita….

I romanzi che le diedero la fama di femminista furono: Dalla parte di lei, il cui titolo ha un doppio significato: sia “parteggiando per lei” che “visto da lei”, pubblicato nel 1949, dieci anni dopo Nessuno torna indietro-  libro ricchissimo ed inquieto, che ebbe problemi con la censura fascista. Nel ’41 fu accusato di disattendere al modello italiano della e ai principi etici e sociali politici del paese, di complicità con il nemico in tempo di guerra -e Quaderno proibito del ‘52. Quaderno proibito, racconta l’Italia degli anni Cinquanta. In questo quadro, l’adozione della forma diaristica, coerente con la esigenza dichiarata di scrivere in prima persona, si salda a quell’istanza etica dell’impegno in cui de Céspedes si riconosce e in cui, tendenzialmente, rilegge l’evoluzione del proprio mestiere. È un romanzo familiare dai toni serrati come quelli di un thriller. Una mamma lotta contro se stessa, per affrancarsi dal mieloso stereotipo anni Cinquanta. Strumento della lotta è un modesto quaderno di scuola dalla copertina nera, proibito “perché è il diavolo”, dice la protagonista, che viene segretamente segnandovi – con grande senso di colpa – gli avvenimenti della famiglia: e invece di una solida costruzione, disegna suo malgrado una casa che si sta disgregando. Non solo nel quaderno, ma anche nella realtà.  Quel quaderno ha il valore dirompente che trent’ anni più tardi ha avuto, per le femministe, l’ autocoscienza: il semplice “parlare di sé”. Una volta dette, le cose non sono più invisibili: la congiura del silenzio è rotta, e con essa tutte le congiure della convenzione.

Il ’49 e il ’50 la vedono spesso all’Avana. Pensa a scrivere Dialoghi attraverso la porta chiusa, una specie di romanzo- diario in cui parla con la madre pazza.  Nel ’64 comincia a scrivere La bambolona, che pubblicherà nel ’67: è ambientato a Roma di un anno indefinito: un romanzo della realtà.  Racconta i grandi temi dell’inettitudine e dell’indifferenza, la crisi della coscienza borghese. Nel ’65 è a Roma, e annota il primo appunto di Sans autre lieu que la nuit,  che uscirà in Francia nel 1973 ed in Italia col titolo Nel buio della notte. Registra- senza partizioni in capitoli- dal crepuscolo all’alba le voci della folla metropolitana parigina all’inizio della primavera del 1972,- una polifonia di voci e di azioni brevi in ascolto. Del resto il tema della notte è uno dei suoi preferiti.

È  l’ora in cui il giorno si confonde con la notte, prima che l’uno s’allontani e l’altra scenda sulla Terra: veli d’ombra via via più spessi appannano la luce; e quelli che sono  in strada provano il desiderio, insensato, di durare, unito al rammarico di sapere effimera quell’ora carica di dolcezza. Uno struggimento di cui non sanno precisare le cause- che sia soltanto il fatto di esistere?-  una fitta li attraversa d’improvviso col grido di una rondine che forse non sa dove rifugiarsi- s’inventano tante cose sulla vita degli animali…- stormi di rondini vanno da una riva all’altra della Senna e le loro strida coprono i rumori della città, è l’ora in cui rientrano i tassì di giorno, e i custodi, i sorveglianti, i vigili notturni, escono per difendere persone e cose dalle insidie dell’ombra- hanno un passo furtivo, uno sguardo diffidente-. Le ferree maglie delle saracinesche imprigionano manichini dagli occhi sbarrati, dai gesti eccessivi, dai vestiti tanto assurdi da diventare desiderabili,  a quell’ora tutto si allevia- lo scoraggiamento, la consapevolezza della propria inanità, ogni sorta di mancanza, insomma- basta che un raggio di sole rosso imporpori la Senna, che una viuzza grigia si adorni dell’oro del tramonto come di un’armilla, e anche quelli che un momento prima erano malinconici o irritati, si dicono che vi sono pure frammenti di bellezza, isolotti di grazia, scintille di gioia, su questo pianeta, cosicchè finiscono per domandarsi: e se almeno una volta vivessi questa stagione come bisognerebbe viverla?…

Torna a Parigi. Nel ’68, assiste al maggio francese e scrive Chanson des filles de mai, poesie, piccoli poemi ritmati  in francese. Lavora a Con grande amore, il romanzo cubano. Scriverà nel 1991, mentre lavorava a Con grande amore, “ Sono le ultime ore del 1991, l’ultima notte…devo assolutamente “montare” il libro…Non voglio morire prima di finirlo.” Morirà nel 1997.

Maria Grazia Ferraris

 

Bibliografia essenziale.

ALBA de CESPEDES, Dalla parte di lei, Editore Mondadori ( i Meridiani) 2011
ALBA de CESPEDES, Quaderno proibito, Ed. Mondadori ( i Meridiani) 2011
ALBA de CESPEDES, Il rimorso, Ed. Mondadori ( i Meridiani) 2011
ALBA de CESPEDES, Con grande amore, ed. Mondadori, Meridiani
ALBA de CESPEDES, Sans autre lieu que la nuit, Editions Du Seuil, 1973
SANDRA PETRIGNANI, Le signore della scrittura, ed. La tartaruga, 1994
M. ZANCAN,  Alba de Céspedes romanzi, Mondadori, Meridiani, Notizie sui testi
PIERO PELLICANO, Potenze occulte,  in Vita italiana, Buenos Aires, 1941
ALBA de CESPEDES , Diario, in M. ZANCAN, cronologia, Opere, Mondadori,
MARIA SERENA PALIERI E FRANCESCA SANCIN, All’Italia con grande amore. Alba de Cespedes, (in  Aa.Vv., Donne della Repubblica, il  Mulino, Bologna 2016.
MIRELLA SABBATINI, Alba de Cespedes, Enciclopedia Italiana,  VI Appendice (2000)

 

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