Umberto Boccioni. Un futurista romantico? di Maria Grazia Ferraris

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Umberto Boccioni, Reggio Calabria, 19 ottobre 1882 – Verona, 17 agosto 1916

Qualche studioso definisce Umberto Boccioni un futurista romantico. Tale è infatti il titolo che lo studioso Franco Datini (Felici Editore. Pisa. 2019 ) affida ai suoi studi sul grande pittore. Certo Boccioni fu un personaggio, al di là dell’adesione al Futurismo, fuori dagli schemi artistici. Insomma un futurista sì, ma alla sua maniera, “come lo può essere un artista, ma con una vena di romanticismo nel pensare la vita, l’amore, la morte; tutto ciò che la vita stessa comporta nel riflettersi nella pittura: lo sguardo sperso nell’infinito alla ricerca del tutto inarrivabile che fu il pensiero di malinconica inadeguatezza dell’uomo sulla terra …”

Geniale sul piano della produzione artistica, un particolare approfondimento va dato alle molteplici relazioni che ha avuto con diverse donne, alcune appartenenti ai ceti alti della società del tempo, svelando aspetti inediti, sul piano della sensibilità. Il primo tema d’amore letterariamente significativo da me studiato riguarda la relazione  con Sibilla Aleramo ( autunno 1913- primavera 1914). Si legge nel diario della Aleramo una lettera a lei indirizzata:

“Agosto 1913 Settembre 1913.

Amica mia, voi siete troppo buona con me! Mi guasterete, mi addomesticherete… ho letto gli articoli subito. Interessantissimi, e di una nuovissima umiltà femminile che non ho quasi mai, anzi mai, incontrato in una femme à écrire….avete passato molto, troppo tempo a comunicare forza e coraggio a esseri mal costruiti, corrosi all’interno e indecisi all’esterno. Costruttori di fumate scaturite da un fuocherello misero o avanzi  di incendi altrui. Vi siete cullata in una introspezione, in un’analisi corrosiva cercando di comunicare ciò che non è comunicabile, cercando di condividere  ciò che deve restare indivisibile personale, individuale fino alla ferocia. Avete creduto che aggiungendo  la vostra personalità a un’altra scaturisse un’unità. Errore gravissimo…. immaginate il tempo che si perde a voler costruire sulle sabbie mobili delle intelligenze libresche. Ci vuole una grande idea e lavorare per quella unilateralmente… Non v’è che l’azione, la vita, la libertà. Sentire,-eseguire- odiare- uccidere- amare prendere e senza fermarsi sopra, il resto è sciocchezza . Mentre vi scrivo piove.  Brontolii del tuono. Tutti scappano. Gli alberi si agitano in masse verdi, schiaffeggiati dall’acqua. Come sono imbecilli con la  loro staticità radicata. Pensare che la campagna è tutta così. Come fare a viverci? Ottobre1913. Amica mia! La tua lettera era dolcissima…le tue belle e buone parole mi hanno fatto bene, ma lavoro poco e sono di pessimo umore. Vorrei vederti domani, martedì…desidero la tua voce e i tuoi occhi…ma voglio cominciare a lavorare e allora divento intrattabile…vieni quando vuoi….Cara! Come sei pura! Tuo Umberto. 

Dopo il fuoco iniziale il loro rapporto va rapidamente in crisi. Rispondevano ad esigenze diverse.

AUTUNNO 1913.- Sibilla a Boccioni

…”Ho inteso che veramente qualcosa di sordo  esiste tra me e te, ch’io non sospettavo, che qualcosa della mia essenza ti fa soffrire…la mia umanità!..è la prima volta che me la rimproveri come eccessiva…Amico mio, devi avere un grammo di ragione. Sì, sono una donna, sono umana. Tutto ciò che la mia intelligenza ha riconosciuto dacchè s’è destata, tutto ciò che il mio spirito ha dominato, non impedisce alle mie fibre di mantenersi materne, non impedisce che io abbia il senso di calore e tenerezza e di rispetto per tutto quanto è vita, semplice vita genuina… Ci sono doti ch’io non posseggo, che non possederò mai: l’astuzia, l’abilità di calcolo, la sagacia preveggente…Forse ho ali, ma non ho armi, amico mio! Non gioco di scherma, non vado a caccia, come tu ridendo m’accusi. E le mie virtù son forse due sole, la sincerità e il coraggio. E io non capisco non capisco non capisco. E soffro. E non lavoro. E divento magra… Ti amo…C’è qualcosa che non saprò mai dirti, amore, ed è la tenerezza per cui vorrei baciar la strada quando dinanzi alla tua casa sento che stai lavorando…Sibilla.”

L’amore finì, Boccioni se ne andò, libero, e partì volontario per la guerra.Vi morì nell’estate del ’16. Aveva 34 anni. Nel ’15 la sua lettera di congedo è glaciale.

11 settembre 1915. Gentile Amica, grazie infinite del buono e costante ricordo che avete per me. La guerra procede meravigliosamente! Stanno trasformandoci in alpini e comincia l’allenamento. Andremo al fuoco prima, finalmente! Vivo sotto la tenda in faccia ai tedeschi, attendendo da un giorno all’altro. La mia salute è ottima, malgrado sforzi terribili. L’entusiasmo è moltiplicato, sono felice! Lavorare? Io non lavoro, non penso, faccio una vita rude e fisica che mi inebria! Salute e buon lavoro. Vostro Boccioni.

Così Sibilla, straziata, ricorda quel periodo:

Sapeva quel ch’ero
-Come sei pura!-
una volta mi scrisse.
-Desidero i tuoi occhi,
vieni, e la tua voce-
e carezzandogli la fronte
gli vidi un sorriso d’incantato.
-Tesoro!-
mi disse una volta
prendendomi la bocca.
Parola di madre,
parola d’avaro.
Sapeva quel ch’ero.
E fuggì.

Boccioni si presentava come un uomo attraente e atletico, un amante disinvolto e sensuale, che in Francia, dove era stato più volte, aveva ammirato l’indipendenza e la modernità delle parigine, di cui scriveva divertenti resoconti alle due donne della sua famiglia, la madre e la sorella Amelia. Era nel suo carattere una certa leggerezza rispetto ai legami sentimentali. Di donne ne aveva avute molte, tanta da lasciare un elenco delle amate su un taccuino il 26 settembre 1915. Descriveva la rutilante ville-lumiére parigina nella sua vitalità, elencava cifre, facendo confronti con l’Italia. A Parigi si divertiva, frequentava i cabaret. Commenta:

L’Inferno sta vicinissimo al primo(cabaret)  nella stessa strada: la porta è un’enorme bocca di diavolo con la testa che fa da stipite; il soffitto e le pareti sono rosse e piene di lampadine rosse: un diavolo t’introduce, dentro è semibuio; delle donne bellissime bruciano tra le fiamme, i camerieri vestiti da diavoli servono inappuntabilmente. Questi stanno a Montmartre e se non li avessi visti non crederei. Le Nèant, altro cabaret, questo invece è macabro: servono la birra su casse da morto; i camerieri sono vestiti da becchini e appaiono degli spettri” .

Osserva specialmente le signore, soprattutto les cocottes.

 “Io ho veduto donne come non avrei mai immaginato che esistessero! Sono tutte dipinte: capelli, ciglia, occhi, guance, labbra, orecchi, collo, spalle, petto, mani e braccia! Ma dipinte in un modo così meraviglioso, così sapiente, così raffinato, da diventare opere d’arte. E notate che questo fanno anche quelle di basso rango. Non sono dipinte per supplire alla natura, sono dipinte per gusto, con colori vivissimi: capelli del più bell’ora con sopra dei cappellini che sembrano delle canzoni: meravigliosi! Il volto pallido, d’un pallido di porcellana bianca; le gote leggermente rosee, le labbra di puro carminio, tagliate nette e ardite, le orecchie rosee; il collo, la nuca e il seno bianchissimi. Le mani e la braccia dipinte in modo che tutte hanno mani bianchissime, attaccate con polsi bianchissimi a braccia musicali. Taratan taratan taratan!!! Voi riderete ma io sono in un godimento continuo. E ciò che mi fa piacere è che queste donne non hanno per me alcuna attrattiva sensuale; sono troppo diverse dalle donne che ho sempre osservate e queste mi sembrano oggetti. Non vi parlo poi degli abiti; anche questi sono una perfetta musica: elegantissimi, così le calzature, così tutto”.

Andava  al ballo del Moulin de la Galette.  “È uno dei più sfrenati … sono entrato in un’immensa sala … dove sotto una luce sfolgorante ci saranno state 500 persone tra uomini e donne. Li ho veduto le donne che v’ho descritto! Che tipi! Che spettacolo! Chi si abbracciava, chi si baciava; molti stavano ai tavoli, gli uomini tra le braccia delle donne: era un abbandono generale…”.

Anima a balzi … sensibilità vulcanica … Piena inondante di un fiume geniale”, così Marinetti definiva Boccioni, che soprattutto amava l’avventura. “Sfogliò molti libri, ma preferì sempre una bella donna o un viaggio”. Non era ricco, ma aveva stile e una naturale eleganza. “Portava un berretto russo di pelo, degli stivali fino al ginocchio, un corto soprabito con un grande collo, anch’esso di pelo”, scriveva Luigi Russolo.

Una prova indiretta del fascino che il giovane Boccioni eserciterà anche nel suo ambiente è un dipinto, del 1904, quando Boccioni non aveva ancora aderito al Futurismo e utilizzava le tecniche divisioniste: ci  presenta Adriana Fabbri, la cugina che si affermerà come pittrice, giovane poco più che ventenne en plain air, tra luci intense e colorate ed ombre, con blusa bianca e un ampio cappello bluetto, assorta e intensa sullo sfondo verde della natura estiva padovana. Era ferrarese Adriana, ma  si trasferisce presto a Padova per lavorare: il padre aveva lasciato la famiglia nella più nera miseria e per sopravvivere Adriana  lavora in sartoria e impara a disegnare figurini di moda. La ospitano Amelia e Cecilia Boccioni, sorella e madre del grande artista. Ha capacità, tanto che Giovanni Fattori, allora professore di Belle Arti a Firenze, segnala i suoi lavori come “lodevolissimi e di lieta promessa.” Poi, a Villa San Remigio di Pallanza il 6 Giugno 1916 conobbe Vittoria Colonna di Sermoneta, moglie di Leone Caetani principe di Teano in vacanza sull’Isolino di San Giovanni, di fronte a Pallanza, dove la principessa trascorreva l’estate. La principessa era stata invitata a cena dai marchesi Casanova, che volevano presentarle il pittore e il musicista Busoni. La mattina i padroni di casa avevano introdotto il personaggio a Boccioni: era una nobile romana che si chiamava come la musa di Michelangelo, cresciuta in mezzo ai capolavori d’arte antica di Palazzo Colonna e aveva scelto di vivere all’Isolino che Boccioni poteva scorgere dal Belvedere. Vittoria arrivò dall’acqua. Fu un incontro emozionante da entrambe le parti. Il giorno dopo Boccioni, senza dirlo a nessuno, prese una barca a remi per raggiungere l’Isolino nel pomeriggio e vedere il “giardino flottante” di Vittoria, che lo aspettava in piedi sulla darsena, circondata da cipressi e bambù e incorniciata da un glicine. Il piccolo regno di Vittoria aveva al centro l’edificio secentesco, un terrazzo fiorito di rose inglesi, la spiaggia privata e grandi cespugli di ortensie. Nei giorni successivi tornò ancora a visitare Vittoria il 13 Giugno, notte di plenilunio, l’artista si fermò a cena tra i profumi di gigli, gelsomini e verbene.

Era per lui quell’estate un momento di stasi; dopo essersi arruolato l’anno prima, con grande entusiasmo, nel Battaglione Lombardo dei Volontari Ciclisti, si era ben presto reso conto di aver mitizzato l’esercito. Sapeva di dover tornare al fronte, allo squallore della trincea e già rimpiangeva la libertà dalla “porca” guerra, il tempo da dedicare all’arte, seppure in un luogo così tradizionale e classicheggiante come la residenza lacustre dei marchesi Della Valle Casanova. Lasciò Pallanza all’inizio di luglio. Il giorno dopo l’arrivo a Milano Boccioni scrisse a Vittoria:

Cara e gentile amica, Sono arrivato a Milano trasognato! La serata estiva, il sabato il mio brusco risveglio alla realtà davano a Milano un’aria inquieta, rumorosa, affollata. Sono passato in mezzo ad una specie di trambusto cittadino come assente. Le acque il cielo e l’Isolino avevano lasciati in me un’armonia verde azzurra come i colori della Vostra casa …Sentivo aumentato il significato della mia vita e delle mie aspirazioni, come se la Vostra bontà avesse messo nel tumulto della mia sensibilità un ordine superiore. Questo stato d’animo dura tutt’ora e durerà sempre“.

L’amore di nuovo aveva rinnovato in Boccioni nuovi progetti e il desiderio di una fusione tra vita e arte: “Non c’è più che l’arte e la vostra amicizia. Vi amo, avete cancellato tutto. Siete superiore a tutto. Ma è giusto che io paghi il mio debito di sacrificio. Lasciare ancora mia madre, lo studio, interrompere il corso della mia vita. Per voi e l’Italia avvenga quel che deve avvenire.  Ho lavorato troppo, ho sognato troppo per una vita ideale di affetto e bellezza… il crollare tutto mi darebbe il diritto di dolermene?”. La principessa lo invitò ancora.  La risposta di Boccioni denotava il suo entusiasmo:

Sono tutto vibrante d’affetto e ammirazione. Mia bella dolce e cara! … C’è qualche cosa di così armonicamente legato nei nostri atti ch’io rimango stupito! E faccio proponimenti pazzi per l’avvenire e non lo saranno! Saranno belle realtà amica mia! Dolcezza, profumo, estasi! Con voi tutto è possibile … È perché voi infiammate quello che in me è più profondo e puro, quello che più è nobile in me come uomo e come artista”.

Ma dopo il 23 luglio è costretto a rientrare in servizio. Il 26 trovò una nuova lettera di Vittoria:

 “Amico caro … sono commossa dal vero affetto che dimostra e le parole di sincera amicizia che ha trovate per me. Chi sa se in questi quindici giorni non abbiamo creato il principio di qualche cosa di grande: una unione spirituale dalla quale verrà fuori qualcosa che rimarrà: chi sa! chi sa! Per ora tutto è sospeso, e chi sa per quanti mesi”…

Il 7 agosto, esplicito e nostalgico,  da Verona: “Quello che c’è tra noi è una profonda realtà, è nato come realtà. Per quanto poco prima ci siamo conosciuti poi simpatizzato, poi… poi c’è il nostro segreto quel meraviglioso crescendo che ci ha condotto di castità in castità alla nostra casta voluttà! Oh! Le nostre notti! Il tuo pallore, il tuo smarrimento, il mio terrore, la nostra infinita comunione di corpo e di spirito. Divina Mia, lo sento che mi vuoi bene, un po’ di bene, un po’ più di quando me lo misuravi con il ditino… Rammenti? Come sono tuo! Come ti sono fratello e amico, come ti ammiro, sempre, ad ogni respiro, sempre! Sempre!”.

In agosto le scriverà: “…Io qui trabocco d’amore per te! Ieri sera coricandomi mi sono sorpreso a mordere il fazzoletto e a mormorare il tuo nome. Cosa sarebbe per me se sotto il peso di questa vita pesante e solitaria non fossi sostenuto e rinfrancato dalla fresca soavità del tuo ricordo. Sei per me uno scopo e una speranza … Ma tu sei una donna che può spingermi alle altezze che non osa sperare. Qui però il mio cuore non vive che di te, bellezza mia, dolce bambina …Voglio tornare! Voglio rivederti e adorarti come tu vorrai! Non sono buono? Addio! Addio.

Ma la morte si avvicinava. Sarà una caduta da cavallo, a 33 anni, all’alba del 17 Agosto 1916. La mattina del 18, nella cappella dell’Ospedale venne celebrato il funerale, senza i parenti. Non avevano fatto in tempo ad arrivare. Le lettere che si scambiarono l’artista e la principessa romana sono rimaste nascoste per cinquant’anni e ritrovate, per puro caso, dalla nipote della nobildonna Marella Caracciolo Chia che stava raccogliendo da tempo notizie del suo avo, il 15° duca di Sermoneta Leone Caetani, del quale voleva scrivere una biografia. Quest’ultimo aveva sposato Vittoria il 20 Giugno del 1901 e dall’unione era nato un figlio, Onorato. Nel 1921 Leone aveva improvvisamente abbandonato l’Italia, lasciando tutto e si era trasferito a Vernon, in Canada, in mezzo alle montagne dell’Okanagan, dove aveva scelto di vivere in solitudine, assieme alla nuova fidanzata Ofelia e alla figlia Sveva.

“Si trattava di un gruppo di ventuno lettere. Su molti fogli ho riconosciuto la scrittura larga e tondeggiante di Vittoria. Come pure – su alcuni – il suo monogramma: una V e una C in un ovale circondato da nastri svolazzanti, sovrastato da una corona principesca. Poi le risposte, lunghissime e con numerose cancellature. Tutte firmate nello stesso modo: Vostro Boccioni”.

In tutto si contano diciannove lettere tra la principessa e l’artista, undici di Boccioni e le altre otto di Vittoria, conservate per raccontare ai posteri un amore nato nel paesaggio incantato delle Isole Borromee. La relazione tra Boccioni e la principessa Colonna fu breve, durò qualche settimana, ma sconvolse la vita di entrambi, nel clima fosco dell’Italia in guerra. Nell’ultima lettera  al maestro Busoni, sconvolto dalla morte dell’amico,  Bocconi scriveva, prendendo definitivamente le distanze dall’esperienza futurista e guerrafondaia:

Maria Grazia Ferraris

 

Fonte:

 L’Isolino dell’amore. La passione segreta di Umberto Boccioni e Vittoria Colonna, Archivio Iconografico del Verbano Cusio Ossola

Marella Caracciolo Chia, Una parentesi luminosa, Milano, Adelphi, 2008

Sibilla Aleramo, Diari, Feltrinelli

Franco Datini, Un futurista romantico, Felici Editore. Pisa. 2019

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