“I versi” di Vittorio Sereni, commentata da Gino Rago e un ricordo di Alfonso Berardinelli

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I versi

Se ne scrivono ancora.
Si pensa ad essi mentendo
ai trepidi occhi che ti fanno gli auguri
l’ultima sera dell’anno.
Se ne scrivono solo in negativo
dentro un nero di anni
come pagando un fastidioso debito
che era vecchio di anni.
No, non era più felice l’esercizio.
Ridono alcuni: tu scrivevi per l’arte.
Nemmeno io volevo questo che volevo ben altro.
Si fanno versi per scrollare un peso
e passare al seguente. Ma c’è sempre
qualche peso di troppo, non c’è mai
alcun verso che basti
se domani tu stesso te ne scordi.

Vittorio Sereni (da Gli strumenti umani, 1965)

 

Vittorio Sereni, dopo i frammenti di memoria degli anni della prigionia, dopo i paesaggi calcinati dal vento e dal sole, paesaggi quasi lunari nei quali sono possibili (Diario di Algeria) incontri fra gli spiriti di una tragedia, che quelli di una certa generazione tutti erano costretti a ricordare, fra compagni morti e spine senza rose di reticolati, approda allo sguardo sul mondo del lavoro industriale e si sofferma sulla fabbrica che emana sentori di fatica e di sangue, in una ideologia (anni fra il 1952 e il 1958) anticapitalistica che, animata da un trattenuto rancore ma pronto in ogni momento anche a farsi a furore, induce nei lettori dei suoi versi una ferma coscienza civile, fra quartieri di tribolazioni, sirene che chiamano al dovere, risentimenti della classe operaia con paghe ancora da fame. Nel caso de ” I versi ” diremmo che si tratta di un componimento nel quale Sereni adotta una scrittura breve, secca, essenziale che però si confronta con una ricchezza di contenuto ad alta tensione poetica nella quale il lirismo non nasce né dall’aggettivo, né dalla metafora ardita, o dalla retorica, bensì da ciò che sentiamo come mitezza di un tono frammisto all’ironia (amara?) di parole proposte in una loro (apparente) nuda semplicità. Il tema non è nuovo: l’idea della innata incompiutezza o inadeguatezza della scrittura del poeta attraversa la letteratura di tutti i tempi; Vittorio Sereni sceglie un taglio diremmo quotidiano, “domestico” per dire di un uomo che scrive poesie quasi vergognandosene e saluta gli amici, l’ultima sera dell’anno, amici che al contrario del poeta conducono una vita segnata dalla fatica e dalla concretezza, vigili sempre a non smarrire se stessi nei grovigli e nelle tentazioni della metropoli industriale. Ma scrivere poesie… Non si sceglie di farlo né si decide per capriccio di scriverne: si scrivono poesie perché il poeta si fa aggredire dalla necessità di farlo; ma Sereni ce lo dice quasi adottando quella “teologia negativa ” (a suo tempo ricordata da Rossana Levati in un suo commento su certi segmenti poetici di Caproni) secondo la quale per sapere cosa è poesia bisogna ben sapere cosa poesia non è. Sullo sfondo si avvertono sia Montale, sia Eliot, il T. S. Eliot dei Quattro Quartetti

“Nemmeno io volevo questo che volevo ben altro.”

La esclamazione quasi sgrammaticata che il poeta fa al centro del componimento, segnandone una specie di cesura fra i primi versi e gli ultimi, arriva ai lettori come una sorta di pentimento per avere scritto e per continuare a scrivere poesie; ma in questa cesura al centro della poesia Sereni non ci dice cosa avrebbe “altro” voluto fare. «Chi legge Sereni, chi impara oggi da un poeta come lui?» si chiedeva Alfonso Berardinelli in una meditazione sull’autore de Gli strumenti umani. Di Vittorio Sereni si parla poco, benché possa costituire un modello più mediamente praticabile anche in via sperimentale per colui/colei che intenda pronunciare una sua parola in quel genere letterario particolare detto poesia. Lo è per una sua scrittura poetica, per dirla con Berardinelli, « in sordina, a basso regime lirico, con qualche improvvisa accensione quasi inconsulta e con molta semi-prosa appena versificata». Nel suo particolare linguaggio poetico,( assenza totale di virtuosismi, un minimo di parole con mai niente di più del necessario), e nella sua poesia, Vittorio Sereni non gioca mai, pur monologando, raccontando, ragionando e a volte descrivendo. Ma monologhi e racconti, descrizioni e ragionamenti si accompagnano sempre a proposte di dubbi e di perplessità soprattutto su se stesso proprio in quanto poeta. Ne è esemplare l’apertura de I versi : “Se ne scrivono ancora” che suona a Sereni come desolata presa di coscienza, come perplessa constatazione del poeta alle prese con il gesto improvviso del fare poesia. Anche per questo, nelle sue acute meditazioni sull’autore di Diario d’Algeria e de Gli strumenti umani, Alfonso Berardinelli ci lascia quasi una epigrafe illuminante, destinata a durare intatta nel tempo dei poeti e nella storia della poesia: « Sereni non ha mai vestito l’abito del poeta. Non si è comportato né ha scritto come chi abbia ricevuto doni, investiture e privilegi speciali dalla poesia… Non era un poeta volitivo, non vestiva la divisa del poeta e non viveva da poeta[…]».

Gino Rago

 

“In questo 2013 cade il centenario della nascita di Vittorio Sereni, ma è anche il trentennale della sua morte, avvenuta l’11 febbraio 1983. L’avevo conosciuto a Milano otto anni prima, nel corso di una di quelle strane riunioni-colazioni della rivista culturale più politicamente compromessa di quegli anni, “Quaderni piacentini”. Una rivista fatta di conversazioni e di vere amicizie prima che di ideologia e di politica. Leggo sull’ultimo numero dello “Straniero” un saggio di Alberto Rollo, La cultura dei sentimenti, uno dei migliori saggi che io abbia letto su Sereni, che pure ne aveva ispirati altri memorabili: a Mengaldo, Garboli, Fortini, Grazia Cherchi. […] Sereni veniva dalla guerra, una guerra vergognosa e perduta. Lavorò a lungo come funzionario editoriale. Con Luzi, Bertolucci e Caproni inaugurò una nuova fase della poesia italiana in cui si incontravano i maestri del primo Novecento: Ungaretti, Saba, Montale. Vit­to­rio Se­re­ni na­sce poe­ta er­me­ti­co o non er­me­ti­co? La que­stio­ne re­sta in bi­li­co, ir­ri­sol­ta, co­me ir­ri­sol­ta e in bi­li­co è la si­tua­zio­ne da cui na­sce tut­ta la sua poe­sia. Si è mol­te vol­te ri­pe­tu­to che il ti­to­lo del pri­mo li­bro di Se­re­ni, Fron­tie­ra (1941) , in­di­vi­dua im­me­dia­ta­men­te te­ma e to­no di que­sto poe­ta. In Se­re­ni si sen­te su­bi­to un’e­stra­nei­tà che può es­se­re chia­ma­ta cul­tu­ra­le o di poe­ti­ca ri­spet­to al­l’er­me­ti­smo fio­ren­ti­no, al­la vi­sio­na­rie­tà not­tur­na di Lu­zi, al me­lo­di­smo as­so­cia­ti­vo di Qua­si­mo­do o di Al­fon­so Gat­to. Se­re­ni è sem­mai più pros­si­mo al Mon­ta­le del­le Oc­ca­sio­ni, ma sen­za l’e­ner­gia em­ble­ma­ti­ca e rit­mi­ca, l’e­stre­mi­smo al­lu­si­vo di Mon­ta­le. Se­re­ni è un poe­ta po­co in­te­res­sa­to a un’i­deo­lo­gia o fe­de poe­ti­ca. Di­chia­rò: «Il no­me di poe­ta ap­pa­re sem­pre più una qua­li­fi­ca so­cial­men­te dif­fi­ci­le da por­ta­re e da so­ste­ne­re per­si­no nel suo nor­ma­le am­bi­to let­te­ra­rio…» […] Sereni è tutto nel suo verso più famoso, una martellante iterazione sui temi della perdita e dell’assenza, e bisogna immaginarlo pronunciato a bassa voce, fra sé e sé: «nulla nessuno in nessun luogo mai»”

Alfonso Berardinelli

 

10 commenti
  1. Alfonso Berardinelli
    LA POESIA ITALIANA TRA GLI ANNI SETTANTA E OTTANTA

    […] Con Franco Fortini sembra concludersi una fase della poesia italiana che va dall’acquisizione delle poetiche simboliste all’autoriflessione politica della lirica come falsa libertà del soggetto.
    La categoria di «sperimentalismo», elaborata da Pasolini alla metà degli anni Cinquanta, costituì un momento di sintesi carica di possibilità negli anni che vanno dall’esaurimento dell’engagement neorealistico e del montalismo all’avvento delle nuove avanguardie. Il luogo di elaborazione delle ipotesi «sperimentali» fu la rivista bolognese “Officina“, una piccola rivista artigianale, dal pubblico estremamente limitato, che uscì dal 1935 al 1958 a Bologna, diretta da Roberto Roversi, Franco Leonetti e dallo stesso Pasolini. In questi tre scrittori (anche Leonetti e Roversi, come Pasolini, sono poeti e autori di opere narrative e di assemblaggi autobiografico-saggistici) la scelta definibile come sperimentale corrisponde ad un atteggiamento di opposizione, di aggressività «angry», ma anche ad una situazione di isolamento politico, in parte subìto, e in parte voluto, e fonte di continue oscillazioni.

    Della perpetua lotta e rincorsa fra una scrittura poetica disposta a qualsiasi avventura linguistica e funzionale, e una realtà odiata-amata in costante movimento, Pier Paolo Pasolini (1922-1975) ha fatto il centro surriscaldato di tutta la sua opera. Un’opera che sembrava attentissima alla costruzione di un proprio programma strutturale e strategico, e che poi si è mostrata disposta ad andare letteralmente allo sbaraglio, rischiando tutto e tendenzialmente autodistruggendosi come tale, pur di mantenere la propria «presa diretta» sul presente. Perciò la passione e l’ideologia dello «sperimentare», attraverso la «disperata vitalità» della trascrizione improvvisata, non potevano che portare Pasolini alla fine di ogni «stile» (magari intesa come rinuncia e autospossessamento dell’autore incalzato dai suoi traumi e dalle sue disperazioni personali).
    La versatilità creativa e intellettuale di Pasolini (se si considerano i limiti rimasti sostanzialmente inalterati della sua cultura: una cultura quasi esclusivamente, e anche limitatamente, letteraria, molto italiana e in fondo refrattaria alle influenze della maggiore cultura europea del novecento) ha dato vita ad un’opera eccezionalmente vasta: di narratore, di regista, di critico letterario (soprattutto con Passione e ideologia, 1960, e con Descrizioni di descrizioni, 1979, postumo), di poeta. E la poesia di Pasolini, dalle liriche dialettali e mistico-erotiche (La meglio gioventù, 1954); L’usignolo della Chiesa Cattolica, 1958) ai poemetti «civili» degli anni Cinquanta (Le ceneri di Gramsci, 1957; La religione del mio tempo, 1961) fino ai poemi-collages e agli articoli in versi (Poesia in forma di rosa, 1964; Trasumanar e organizzar, 1971) è documento di un trauma personale e storico; dovuto non solo al fallimento fatale di una ipertrofia narcisistica del soggetto-scrittore, ma anche alla involuzione della democrazia italiana, soffocata dalla meschinità conformistica della sua cultura politica e del suo ceto medio.

    In Pasolini, del resto, e in toni di violenza nostalgia, parlava un’Italia non ancora «razionalizzata» dallo sviluppo industriale: un’Italia rurale e municipale, frammentata nei suoi localismi regionali, e perciò «umile», legata alle sue origini contadine e preborghesi. Questa aderenza biologica al suolo rurale, inteso come protezione materna e come nutrimento primordiale, è presente, sebbene in forme molto diverse, anche nella poesia di Andrea Zanzotto (1921-2012). Zanzotto ha sperimentato su una base di partenza diversa: ha rinnovato la transizione orfica ed ermetica, spingendo la sua ricerca di laboratorio fino alla dissociazione molecolare delle unità del linguaggio, giocando contemporaneamente sula massima astrazione stilistica (con recuperi petrarcheschi, bucolici, arcadici) e su uno smembramento analitico che risospinge il linguaggio alle soglie dell’afasia, verso le sillabazioni e i balbettamenti infantili. Qui l’atteggiamento «sperimentale» non solo tocca i suoi limiti estremi, ma nel momento in cui, Zanzotto riesce a scrivere una stupenda lirica carnevalesca e apocalittica, mostra anche il rischio che l’esibizione del laboratorio, mostra anche il rischio che l’esibizione del laboratorio rovesci il meraviglioso spettacolo linguistico nel grigiore del gratuito e dell’inerte.

    Un caso a sé, in assoluto fra i più originali degli ultimi decenni, è quello di Giovanni Giudici (1924-2011). Con Giudici si misura la distanza che può separare un autentico scrittore in versi di questi anni da tutto quanto si è discusso, agitato e rimescolato nella cultura poetica italiana di circa mezzo secolo. Galleria ironica, funebre o sentimentale di personaggi in movimento, di situazioni grottesche e senza sbocco, in una inesausta recitazione stilistica, la poesia di Giudici (La vita in versi, 1965; Autobiologia, 1969; O Beatrice, 1972; Il male dei creditori, 1977) scavalca le scuole novecentesche, ritrova levità melodiche e attitudini realistiche settecentesche, attraversando Saba, Gozzano e Pascoli. Ma il suo protagonista è l’uomo medio dell’Italia impiegatizia, aziendale e democristiana…1]

    1] A. Berardinelli La cultura del 900 Mondadori, vol. III 1981, pp. 350, 351, 352

  2. L’indebolimento della autocoscienza storica dei poeti nati dopo il 1950
    (28 febbraio 2019)

    Di recente sono solito ritornare su un punto che mi sta a cuore, ed è inutile girarci attorno in cerca di eufemismi o di correttezza istituzionale: il fatto che gli scrittori, i poeti, gli artisti di oggi sono privi di autocoscienza storica, almeno nella misura in cui i poeti e gli scrittori delle generazioni di coloro che sono nati prima della seconda guerra mondiale e fino al 1950, o giù di lì. I poeti e gli scrittori nati dopo quella data posseggono una minore autocoscienza storica dei problemi politici, estetici e stilistici che si traduce in poesie e in romanzi di livello decisamente inferiori rispetto a quelli delle generazioni precedenti.
    Il problema è che c’è stata nella storia d’Italia e della poesia italiana una frattura storica corrispondente, grosso modo, al decennio degli anni cinquanta, le generazioni degli scrittori e dei poeti nati dopo quella data hanno una relazione con la propria epoca storica un rapporto, diciamo così, indebolito, il rapporto con gli istituti stilistici ne è risultato inficiato. Con ciò non voglio dare una patente dimidiata alla produzione poetica e narrativa venuta dopo quegli anni, ma senz’altro la proliferazione della poesia che è venuta durante gli anni settanta e ottanta e seguenti in Italia e in Europa ha la propria ragione in una situazione storica ben determinata…

  3. Ben arrivato il rinnovato ricordo di V. Sereni , il commento di Gino Rago e il ricordo di A. Berardinelli che ripropongono esemplarmente l’itinerario poetico, la personalità riservata e problematica e l’espressività scarna, pacata e misurata di V. Sereni, insieme a quella “ mitezza di un tono frammisto all’ironia” che lo caratterizzava, scegliendo la lirica I versi ( da Gli strumenti umani)- che è scrittura e meditazione tipicamente sereniana.
    E interessante anche la puntualizzazione critica di G. Linguaglossa che approfondisce il tema, ricordando e storicizzando sia LA POESIA ITALIANA TRA GLI ANNI SETTANTA E OTTANTA(Alfonso Berardinelli) sia il problema che “ c’è stata nella storia d’Italia e della poesia italiana una frattura storica corrispondente, grosso modo, al decennio degli anni cinquanta”, riproponendoci una lettura critica consapevole e motivata di autore ed opera.

  4. Riprendo questo stralcio dell’intervento di Giorgio Linguaglossa, in cui segnala una idea nitida, precisamente espressa da Berardinelli su Pier Paolo Pasoli e la sua poesia:

    “[…]
    E la poesia di Pasolini, dalle liriche dialettali e mistico-erotiche (La meglio gioventù, 1954); L’usignolo della Chiesa Cattolica, 1958) ai poemetti «civili» degli anni Cinquanta (Le ceneri di Gramsci, 1957; La religione del mio tempo, 1961) fino ai poemi-collages e agli articoli in versi (Poesia in forma di rosa, 1964; Trasumanar e organizzar, 1971)
    è documento di un trauma personale e storico; dovuto non solo al fallimento fatale di una ipertrofia narcisistica del soggetto-scrittore, ma anche alla involuzione della democrazia italiana, soffocata dalla meschinità conformistica della sua cultura politica e del suo ceto medio[…]”
    per proporre un testo pasoliniano problematico, “La mancanza di richiesta di poesia”, quasi coevo a “I versi” di Vittorio Sereni, con un mio brevissimo commento:

    Pier Paolo Pasolini
    La mancanza di richiesta di poesia

    Come uno schiavo malato, o una bestia,
    vagavo per un mondo che mi era assegnato in sorte,
    con la lentezza che hanno i mostri
    del fango – o della polvere – o della selva…
    C’erano intorno argini, o massicciate,
    o forse stazioni abbandonate in fondo a città di morti
    con le strade e i sottopassaggi
    della notte alta, quando si sentono soltanto
    treni spaventosamente lontani,
    e sciacquii di scoli, nel gelo definitivo,
    nell’ombra che non ha domani.
    Così, mentre mi erigevo come un verme,
    molle, ripugnante nella sua ingenuità,
    qualcosa passò nella mia anima – come
    se in un giorno sereno si rabbuiasse il sole;
    sopra il dolore della bestia affannata
    si collocò un altro dolore, più meschino e buio,
    e il mondo dei sogni si incrinò.
    «Nessuno ti chiede più poesia!»
    E: «E’ passato il tuo tempo di poeta…»
    «Tu con le Ceneri di Gramsci ingiallisci,
    e tutto ciò che fu vita ti duole
    come una ferita che si riapre e dà la morte!

    ( Da Poesia in forma di rosa, 1964)

    Commento

    Poeta per vocazione, per scelta, per sorte, per disgrazia , per necessità, il timore della perdita della poesia in Pasolini coincide con la paura della perdita della grazia.
    Ma sebbene già insoddisfatto del linguaggio e della forma-poesia del suo tempo (su cui non è il caso di dilungarsi, dopo l’eccellente saggio di Franco Di Carlo su Trasumanar e organizzar) Pasolini immette negli ultimi versi di questa poesia una novità formale ed estetica : il parlato…

    E benché i tempi non fossero ancora favorevoli per certe imprese, Pier Paolo Pasolini già avvertiva in sé l’aspirazione di far muovere i suoi versi in un’area espressiva più vasta di quella fino ad allora esplorata e attraversata, una area espressiva che fosse in grado d’accogliere le nuove istanze in fermento in una società in movimento, in tumultuosa trasformazione, una società già sottoposta a ciò che F. Di Carlo ha analizzato come “Mutazione antropologica“ e “Omologazione” anche linguistica. Da qui la necessità pasoliniana di una nuova forma priva di forma.

    Il timore di perdere anche il diritto al sogno ovvero la possibilità stessa di fare poesia non è stata mai estranea a Pasolini che qui recepisce il mondo della civiltà moderna come «macchina livellatrice» in grado di creare schiavi malati. Per il poeta la città notturna , sentita come un labirinto di sottopassaggi e strade, di suoni ridotti a sciacquii, è un incubo. E la bestia affannata del poeta P A T I S C E l’incrinarsi del suo mondo di sogni ed è dolente il dileguarsi con i sogni di tutto ciò che fu vita… E se nessuno ti chiede più poesia, che metamorfosi può subire quell’essere fatto per ideali voli e improvvise Navigazioni

    (Gino Rago)
    —————————————————
    Ringrazio Luciano Nota, la Redazione de La Presenza di Erato per avermi ospitato;
    ringrazio Giorgio Linguaglossa per la calda segnalazione del mio lavoro su “I versi” di Sereni e per i suoi ottimi interventi/commenti sul mio stesso lavoro;
    ringrazio Maria Grazia Ferraris per l’apprezzamento della mia nota critica su un frammento poetico sereniano.

    Gino Rago

  5. Lettura di una poesia di Giovanni Gudici a cura di Giorgio Linguaglossa

    Giovanni Giudici

    Tombola

    Oh fossi così tu sempre
    Come quando e raramente
    Fuori dai sensi inavvertita
    Sospiri – sei te sei te
    Il cielo della mia vita
    E ride il lume del tuo viso
    Quale raccontano che è
    Il popolo del paradiso

    O quando trepida e riversa
    Barca del mare semimmersa
    Rendi alla mia la tua mentale
    E corporale nudità
    Divaricata vegetale
    Luna e compiuta trasparenza
    E mi dicessero – ma va’
    Non serve colpa e sofferenza

    Fiume d’affanno e di rancore
    Per un rigagnolo d’amore –
    M’insinuassero un sospetto
    Di via segreta a chi sei tu
    E dove all’identico effetto
    Di mamma che in due ci dondola
    Bastasse – e anche più
    Giocare a dama, a tombola.

    (da Lume dei tuoi misteri, 1984)

    Sono trascorsi circa trenta anni dalla lettura di questa poesia che ne ha dato Berardinelli. Ovviamente, l’intervallo del tempo trascorso entra attivamente nella lettura della poesia in generale, di qualsiasi poesia, e di questa poesia di Giudici in particolare, perché muta la sensibilità del lettore nel mentre che muta anche il testo. Dirò subito che quell’elemento musicale da ballatetta e da rondò che affascinava Berardinelli a me appare piuttosto scontato, quell’alternanza di ottonari e di novenari rimati, pur rivelando una grande maestria tecnica, non suscita in me lettore di oggi particolare esultanza, anzi, la trovo alquanto, come dire, telefonata, facile. Quello che poteva apparire nel 1984 un elemento di novità, si è mutato, oggi, ai miei occhi, a distanza di quasi trenta anni, in un elemento di conservazione con la tradizione di sabiana memoria pur ristrutturata mediante la inserzione di sintagmi del parlato lirico-realistico e di stilemi stilistici di tipo «basso». Anche l’impiego di certe rime («lume del tuo viso» con «paradiso») mi appare come un repertorio retorico che non denota particolare originalità. Il testo mostra le tracce del tempo.

    Giorgio Linguaglossa e SocrateL’onda ritmico-sonora di cui parlava Berardinelli, mi sembra che di per sé non abbia garantito un risultato estetico duraturo, anzi, proprio quell’onda ritmico-sonora ha oggi il sapore di un artificioso tecnicismo. Si dirà che non era forse questo l’intento del poeta, dico quello di apparire originale, che quel modo trasandato (e manierato) di correlare i versi in una struttura rimico-ritmica faceva parte integrante della poetica del poeta milanese. Sì, lo ammetto, è vero, pur con tutte queste attenuanti però il risultato estetico, oggi, a distanza di quasi trenta anni, mi sembra che mostri tutti i propri limiti, concettuali, di visione dell’oggetto poesia e di utilizzazione dell’apparato retorico. Fuori di dubbio è quella che Berardinelli chiama «la perizia tecnica, soprattutto metrica», ma essa da sola non basta, è un propellente non sufficiente, non consente alla poesia di sostenere l’urto del tempo trascorso, la fa apparire sorpassata, invecchiata, ed anche manierata. Per paradosso, direi che è proprio la quantità di perizia tecnica che carica all’eccesso questa poesia, che ce la fa apparire, appunto, datata.

    Quella riforma di poetica di mettere «la vita in versi» datata 1965 di Giovanni Giudici rivela di essere arrivata al capolinea, intendo capolinea della propria interna capacità di sviluppo e di ampliamento. Certo, lo so, questo lo si può dire di qualunque poesia (anche di buon livello) che non riesce a reggere l’urto del tempo trascorso. Appunto.

    (Giorgio Linguaglossa)

  6. Vivace e interessante il dibattito che Gino Rago ha sollecitato con il suo intervento ermeneutico su Vittorio Sereni. E la poesia scelta è più che adeguata. I versi viaggiano su versanti molteplici e diversi. A me piace sottolineare quella mite “ironia” che Sereni stesso riversa su chi crede alla funzione della poesia, al ruolo elitario del poeta, alla parola di verità e all’io capace di farla riemergere…, purtroppo la situazione è un’altra! Tutti noi, nati intorno agli anni ’50, come ricorda Linguaglossa, non solo viviamo sempre più debolmente la coscienza della Storia, ma ormai attraversiamo gli eventi come una cartolina senza indirizzo, come una lettera senza destinatario. Pilucchiamo qui e là, ma sorvolando. Le realtà di Sereni, di Pasolini e di tanti altri, ci appaiono “irreali” e obnubilate. Noi viviamo in altri labirinti magmatici, in altri ologrammi distonici. Per loro la contemporaneità sembrava più chiara e più facile da analizzare. Ai nostri occhi sembra acqua passata o mi sbaglio? Comunque, anche Sereni è consapevole che i poeti vivono mentendo, che qualcuno ride quando il poeta pensa di aver scritto per l’Arte… Salviamo il salvabile. Almeno questo! Ovvero la conclusione di Sereni: “… non c’è mai/ alcun verso che basti”.
    Mai e poi mai!

  7. caro Giuseppe Gallo,
    la poesia posata come esemplare da Berardinelli, del 1965, a rileggerla oggi rivela tutti i suoi limiti tematici, grammaticali e sintattici. Non giriamoci intorno, innanzitutto l’impiego del riflessivo mi sembra francamente riuscito molto male, è forzato e forzoso, complica la dizione semplice, vuole costringere la lingua ad un artefatto che gli è estraneo, Sereni fa una poesia della meta poesia sulla poesia ma il finale con quella chiusa striminzita rivela tutti i limiti della poesia sereniana, è un finale molto prevedibile di una impostazione di poetica indebolita, Sereni ritorna a fare una meta poesia di riflessione sulla poesia con un argomentare molto «detto», quel finale: “… non c’è mai/ alcun verso che basti”, mi sembra una deduzione di resa riuscita anche abbastanza male in italiano. La poesia tenta una interruzione interna ai singoli versi, e forse ci riesce anche, ma l’intelaiatura del discorso complessivo è molto debole purtroppo…

  8. Caro Giorgio Linguaglossa, sul discorso complessivo hai sicuramente uno sguardo più ampio del mio, ma lo ricordi tu stesso, siamo nel 1965! Per questo lo ripeto: “Salviamo il salvabile!” e lasciatemi l’illusione di ritrovare, anche nella tradizione letteraria nazionale, la consapevolezza che scrivere versi, nonostante tutto, non serve a niente!

    • io dico una cosa semplice semplice, a me Sereni sembra un poeta piccolo piccolo, un poeta secondario che ha avuto un ruolo primario e un influsso primario nella poesia lombarda, se non altro perché era alla guida de Lo Specchio. Ma mettiamo il caso che non fosse stato alla guida de Lo Specchio, vi chiedo: avrebbe avuto la sua poesia tutta questa risonanza che poi ha avuto? Io penso di no.

  9. Eppure, caro Giorgio Linguaglossa e caro Giuseppe Gallo, il vero problema delle irradiazioni di certa metapoesia giunta a noi dagli anni ’45-’75 del secolo scorso non è stato né può essere (soltanto) l’esperienza metapoietica di Sereni, sono stati invece i
    “nipotini” di Vittorio Sereni, quelli che sotto la sigla ‘i minimalisti’ del minimalismo lombardo e anche romano hanno tenuto in pugno la politica editoriale, a cominciare da lo Specchio Mondadori fino alla sua triste chiusura, della nostra poesia….
    I nipotini di Sereni…quante colpe io gli attribuisco

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