Quattro domande all’uomo del “Dopo il Novecento”. Due poesie inedite di Gino Rago come risposta, a cura di Giorgio Linguaglossa

9788860322357Parlando con un amico poeta, Gino Rago, nell’ambito di un dialogo sulla condizione di crisi dell’arte e della poesia nel corso del novecento, gli ponevo le seguenti domande:

1) quali sono le esperienze significative che la poesia deve prendere in considerazione?

2) la mancanza di un «luogo», di una polis, quali conseguenze hanno e avranno sull’avvenire e il presente della poesia?

3) è possibile la poesia in un mondo privo di metafisica?

4) l’inconscio sogna in bianco e nero o a colori?

In seguito, ho posto la domanda a numerosi altri poeti, ma nessuno di loro  ha osato cimentarsi in una risposta. Lo capisco, non è agevole camminare su un terreno sabbioso, senza crocevia concettuali, senza insegne segnaletiche; in realtà non sappiamo nulla di definito circa le questioni indicate, possiamo soltanto tentare delle argomentazioni senza però arrischiarci a porre nulla di definito, di accertato nelle nostre argomentazioni. Eppure, penso che senza avere almeno qualche cognizione intorno alle questione sollevate da queste quattro domande, non potremmo mettere neanche una parola sulla carta senza prestare il fianco alle obiezioni di chi ci chiedesse lumi circa quelle domande. Si dirà: ma la poesia è qualcosa di irriflesso, nasce da una pulsione… Niente di più errato e fuorviante.

Scrive Roger Penrose:

«…non comprendiamo la natura dello spazio alla scala assurdamente piccola di 1/00000000000000000000 (10 elevato a 20) delle dimensioni delle particelle fondamentali note, anche se a dimensioni maggiori di questa la nostra conoscenza è presumibilmente adeguata. Non sappiamo se l’universo nel suo complesso abbia estensione finita o infinita – nello spazio e nel tempo – anche se tali incertezze sembrerebbero non avere alcuna incidenza sulla fisica alla scala umana. Non comprendiamo la fisica che deve operare al centro dei buchi neri né all’origine dell’universo stesso nel big bang. Tutti questi problemi sembrano però remotissimi da quella scala “quotidiana” (o un po’ più piccola) che è pertinente per il funzionamento del cervello umano…».1]

Posto quanto sopra, non comprendo perché non dobbiamo accettare l’idea che non sappiamo nulla di che cosa sia una «esperienza» in poesia. Penso che dobbiamo presupporla nel senso inteso dalla fisica probabilistica, come un esito che può avverarsi e, se accade, non interrogarci ulteriormente su ciò che avviene alla nostra limitata scala umana… intendere il concetto come mera possibilità che qualcosa accada… ed è già molto…

Il Novecento ha inizio con una dichiarazione di «bancarotta» della parola. Nel 1902 Hugo Von Hofmannsthal dà alle stampe un esiguo libretto: la Lettera di Lord Chandos, una diagnosi circostanziata della condizione di crisi, angoscia, solitudine, impotenza e afasia dell’uomo del novecento: lo scritto finge una missiva scritta nel ‘600 da Lord Philipp Chandos all’amico Francesco Bacone, rappresenta – come nota Claudio Magris – un «manifesto del deliquio della parola e del naufragio dell’io nel convulso e indistinto fluire delle cose non più nominabili né dominabili dal linguaggio». Non a caso la Lettera è fittiziamente ambientata in epoca barocca, quando il mondo si estende al di là dell’Atlantico, a causa delle scoperte geografiche e scientifiche, e l’uomo prova lo sgomento del «silenzio eterno degli spazi infiniti» avverte che la terra non è più il centro del cosmo ed è stata cacciata ai margini periferici dell’universo. Le radici del Novecento affondano nella grande crisi che spalanca l’abisso sotto i piedi agli uomini del Seicento.

Il linguaggio della letteratura è diventato «estraneo»: dinanzi alla deflagrazione di una realtà non più afferrabile, i concetti sfuggono e le bocche, di conseguenza, ammutoliscono, siamo passati dalla comunicazione all’afasia. Nel primo novecento il tema dell’impotenza linguistica si riverbera, in echi e in esiti diversi, tra prove letterarie di ambito mitteleuropeo come I turbamenti del giovane Törless (1906) di Robert Musil, I quaderni di Malte Laurids Brigge (1910) di Rainer Maria Rilke, L’Uomo senza qualità (1930), ancora di Musil, e Auto da fé (1935) di Elias Canetti, La coscienza di Zeno (1923) di Italo Svevo, La Terra desolata (1922) di Eliot, Ossi di seppia (1925) di Montale. Innovativa è la struttura del romanzo di Svevo, costruito ad episodi e non secondo una successione cronologica precisa e lineare. Il narratore è il protagonista, Zeno Cosini, che ripercorre sei momenti della sua vita all’interno di una terapia di psicoanalisi. Nel romanzo si assiste alla decomposizione de-costruzione della forma-romanzo che non è più incentrata sull’io del protagonista bensì sulle sue razionalizzazioni, sulle giustificazioni che il protagonista da a se stesso circa le sue azioni. Zeno Cosini ha perduto la facoltà del pensiero razionale, ogni sua azione è invischiata nella falsa coscienza della sua intera struttura psichica che organizza per ogni azione una giustificazione ad hoc. Ovviamente, si tratta di una giustificazione deformata, adattata alle esigenze del suo inconscio che gli detta i pensieri e le azioni in modo incontrovertibilmente ambiguo e sibillino.

Anche Lord Chandos ha perduto «ogni facoltà di pensare o di parlare coerentemente su qualsiasi argomento». È una specie di infezione del linguaggio e del pensiero, la parola poetica si scopre vulnerabile e incapace di rappresentare la crisi spirituale dell’uomo del novecento.

È trascorso più di un secolo dalle riflessioni di Hofmannsthal, siamo arrivati al punto che non sappiamo più neanche che cosa sia una «esperienza», tanto meno «significativa»; oggi non abbiamo più alcuna metafisica, disponiamo di parole-gettoni del tutto superflue e inidonee per qualsiasi significazione. Non sappiamo neanche più se vi siano davvero delle «esperienze» e quale sia la loro ubicazione, se nell’inconscio, nel preconscio o nella coscienza; non abbiamo la minima cognizione di che cosa sia parlare in poesia, e quale sia il luogo e la funzione della poesia. Problemi enormi. Operiamo nel buio più assoluto, andiamo a tentoni, senza nessuna certezza e, paradossale!, senza neanche avere dei dubbi. L’incertezza è diventata l’unica certezza. Forse, nel «buco nero» deve pur esserci una «singolarità» dove le leggi della fisica classica cessano semplicemente di avere vigore. Forse, dobbiamo ribaltare daccapo tutte le nostre idee sulla questione della «singolarità» in poesia. Forse la poesia è quell’«oggetto impossibile» di cui si invaghì Penrose che in gioventù lo scoprì, un oggetto denominato «tribar» (un «oggetto impossibile» è una figura solida che non può esistere perché include elementi contraddittori)…

Qualche tempo dopo, Gino Rago mi inviava questa poesia come risposta alle 4 domande che gli avevo posto. Eccola:

Le domande, i refusi

Caro Signor G.R.,
Sono Jolanda W., Le scrivo ancora io,

la Signora Lipska non è a tutt’oggi presente a Cracovia,
ha l’ossessione dei refusi, li considera come virus.

Attraversano le pagine scritte, attaccano le parole,
ne contagiano il senso.

Da quando ha conosciuto la donna che pensava di essere una data
Ewa non è più quella di prima.
[…]
Qui è giunta l’eco delle invettive del Suo amico*
contro quelli che ancora non sanno che la paura può perdere l’udito,

che il Tempo si può distrarre, che l’incendio è esperto di termochimica,
che gli indirizzi delle città che lasciammo possono inseguirci.

E che ogni guerra si può desiderare dalla testa ai piedi.
Le invettive del Suo amico sono desiderio di parole

di carne-ossa-cervello-apparato respiratorio-cuore.
Sono desiderio di parole vive

chi di quelli che scrivono poesie ricorda la pupilla che Venezia dilata
sul blu-di-Prussia della laguna,

le offese del bianco sul nero a Manhattan,
le voci dei cesari nei gorghi del fiume?
[…]
Parlerò di Lei e delle Sue lettere alla Signora Lipska,
ora Ewa porta in giro la sua vita in un baule.

Ma non smetta di farsi domande:
«Chi erediterà questo mondo?

Come si fa a entrare nella storia?»
* È Giorgio Linguaglossa

A questa poesia ho replicato a Gino Rago rammentando una poesia dell’ultimo libro di Franco Fortini. Anche questa poesiola di Fortini tratta dalla sezione “Sette canzonette” di Composita solvantur (1994) che può essere ascritta al proto genere della poesia-cartolina:

Se la tazza mi darai
che mi piace, la mia tazza
con il manico marrone,
gentilissima ragazza,
tu felice mi farai.

Il suo manico ha il colore
del più vivo e ricco tè
ma riflette anche il turchino
del leggero cielo se
è leggero come te.

Potrebbe sembrare una poesiola minore, fatta per gioco e per ischerzo, ma non è così, è un piccolo capolavoro, rappresenta il crollo dell’ultimo «soggetto forte» della poesia italiana del novecento; dopo quest’opera fortiniana la poesia del novecento imboccherà a tutta velocità la discesa senza freni di una poesia epistemologicamente dimidiata, rinunciataria. La poesia italiana di questi ultimi decenni non pone più sul tappeto la questione epistemologica della poesia, anzi, sembra che la questione epistemologica sia stata riposta definitivamente nel cassetto dell’oblio.

In ultimo, Gino Rago mi ha inviato quest’altra poesia come replica ulteriore e interlocutoria alle quattro domande:

L’Utopia

Cara Signora Edith Dzieduszycka,
ogni Suo verso è una impronta digitale,

noi siamo i lettori delle Sue impronte.
Entrando nella Cripta della Signora Schubert

si udiva la Marcia di Radetzky
dalle finestre aperte della Villa dei Von Trotta.

Ma forse inciampiamo anche noi due
nella cava degli intrecci delle date.

Entriamo nella clinica della folla,
qualcuno vi guarisce, altri vi muoiono,

una Lavendelfrau offre a tutte le coppie
i suoi mazzetti di fiori di lavanda.

Lei chiede:«E l’utopia…?»
Un foulard-arcobaleno si avvolge

intorno al collo di Giorgio Linguaglossa
sotto il ritratto di Adelina Bloch-Bauer*,

la tela 138 per 138, il quadrato della Secessione.
«Già, i due amanti di Vienna fin de siècle,

la liaison arte-vita nei vortici di un valzer
come fra Michele e me

parlando di avant gard, di teorie freudiane,
di tracce antisemite fin dalla Finis Austriae…»

*la Musa e amante di Klimt

1] R. Penrose, La mente nuova dell’imperatore, Bur Rizzoli, 1997, ed. originale, 1989, p. 23

 

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4 commenti
  1. Dico di nuovo ‘grazie’ a Luciano Nota e a La presenza di E’rato per avere ospitato questo lavoro di Giorgio Linguaglossa che in sé capta 2 mie poesie inedite come tentativi di risposte alle delicate questioni che lostesso lavoro critico solleva sul fare poesia, oggi. Desidero dare al dibattito questo mio contributo, che viene da lontano.

    La poesia italiana del ‘900 – Da rileggere?
    a cura di Gino Rago

    Siamo oltre i tre lustri del XXI Secolo. Chi opera nel regno
    della poesia come autore di versi, come critico letterario, come interprete,
    o anche semplicemente come lettore/amante della lirica contemporanea,
    è inevitabile che si ponga anche qualche altra domanda, tutt’ altro che oziosa:

    – Cosa davvero sappiamo, che pensiamo ormai della poesia italiana del ‘900?

    – Le polemiche, i dibattiti, perfino gli scontri degli anni sessanta e settanta
    del secolo scorso sono ancora vivi o appartengono a un’epoca remota?

    – Nei nostri giorni sono immaginabili o appaiono impossibili?

    – La lingua degli ideologi (Sanguineti – Fortini – Pasolini) di quelle stagioni
    letterarie oggi è ancora traducibile?

    – Nelle Università italiane “ sulla poesia “ si tengono corsi, si assegnano
    tesi di laurea, si organizzano convegni?
    Forse sì. Ma se avviene, si tratta di eventi rari, di fatti eccezionali.

    Eppure, alla presenza di alcuni critici letterari e di alcuni poeti
    a Berlino, all’Istituto Italiano di Cultura, tre giorni ( di conferenze, seminari
    e letture di testi critici e poetici ) sono stati dedicati alla nostra poesia
    dagl’inizi del Novecento a oggi.

    I risultati più importanti? Eccoli, in breve sintesi:

    La poesia italiana di tutto il Novecento andrebbe riletta; ( anche sulla poesia
    di questi anni non sono mancati e non mancano disaccordi).

    Dell’ermetismo, sia di quello eminentemente legato alla “poetica
    della parola” (Bigongiari-Luzi- Parronchi), sia di quello “mediterraneo”
    (Gatto, Bodini, Quasimodo, De Libero, Sinisgalli) non si parla più. Ungaretti
    vale soprattutto per la sua prima stagione lirica. Luzi resta interessante
    ma soltanto se letto accanto ai suoi coetanei Bertolucci – Caproni – Sereni .
    I quali, secondo alcuni, (e qui il giudizio si lega alle metodologie critiche),
    superano in valori poetici i leggermente più giovani Zanzotto e Pasolini.

    Il primato di Saba e Montale resta indiscusso.

    Sperimentalismo, impegno, avanguardia, formalismo sono esperienze
    e termini fuori corso. Giovanni Giudici, considerato il vero erede di
    Gozzano ( e Saba ) sembra quasi dimenticato. La neoavanguardia degli
    Anni ’60 è considerata come una costruzione soprattutto ideologica.
    Sandro Penna con Amelia Rosselli hanno più di altri influenzato le nuove
    generazioni.

    Non Marinetti (poeta-vate elettrizzato) ma Campana – Rebora – Sbarbaro
    sono stati i veri poeti moderni della poesia italiana del Novecento.

    Il “Postmoderno”? Su proposta di Alfonso Berardinelli, tutti l’hanno
    definito e adottato come Sperimentalismo neoclassico.

    Un sentito ringraziamento da parte di tutti è da rivolgere ad Angelo Bolaffi
    (direttore dell’Ist. Cultura Italiana di Berlino) e alla Literaturwerkstatt berlinese.

    G. R.

  2. Gino Rago
    (già proposta a suo tempo su L’Ombra delle Parole)
    Intervista, Poeta A, Poeta B, Studio televisivo

    Il poeta A:«Perché la poesia, oggi?»

    […]
    L’intervistatore, alla risposta-domanda del poeta A, nota in un angolo dello studio un altro poeta, diciamo B, che chiuso in un’aria meditabonda, soltanto in apparenza distaccata, alza per un attimo lo sguardo, incrocia quello dell’intervistatore.
    Il quale, da esperto conduttore radiotelevisivo, coglie al volo l’occasione e anche al poeta B pone la stessa domanda: « Lo chiedo anche a Lei. Perché la poesia, oggi? Cosa c’entra la poesia, oggi?»

    E il poeta B, come nell’antica forma del dialogo platonico:
    «Io direi questo: che nonostante l’epoca sia nera, così nera, e difficile, piena di falsi teologi, di ladroni, di monatti, la poesia non ha perduto né il suo valore, né la sua efficacia… Forse l’unica cosa che rimane ancora che possa trasformare il mondo, almeno illusivamente – un ultimo miracolo che ci resta – è forse la poesia, anche per questo suo dono di avere gli occhi divaricati, di sapere e poter abbracciare diverse cose insieme…
    Questo suo dono della analogia, della metafora, larga, che abbraccia l’universo.
    Ora, in un universo che tende a restringersi nella miseria, e nel nulla, la poesia è appunto questa unica meraviglia che cerca di abbracciarlo, di rendere viva l’unità del mondo, di tenere, diciamo… a bada la morte…»

    L’intervistatore non pone più domande né al poeta A, né al poeta B.
    Lascia lo studio senza salutare né A né B. (Non sapremo mai il perché)

    GR

  3. Quattro domande sulla poesia

    1.
    Alle quattro domande sulla poesia si può rispondere in modo diverso. Il primo è quello di considerarle come questionario passibile di risposte separate; il secondo di tentare tra di esse una sorta di connessione che le renda reciprocamente dipendenti. A parte la mia preferenza per il secondo modo, dirò subito che una di esse mi sembra fondante anche se in un senso del tutto particolare.
    2.
    E’ possibile una poesia scissa dalla metafisica ? Rispondo – forse provocatoriamente – che la poesia non esige affatto la metafisica, ne può farne a meno perché E ‘ ESSA STESSA UNA METAFISICA.
    Si dice – annullandone il senso fondativo- che Metafisica per Aristotile significava semplicemente “ testo scritto DOPO La Fisica “ . Ma lasciamo stare queste erudite questioni.
    Se nell’accezione arbitraria e moderna Metafisica significa esplorazione di un terreno ulteriore e diverso da quello occupato dagli Oggetti dei sensi onde risalire alla c.d ORIGINE perché la terza domanda ? La Poesia – nel momento in cui si pone all’esterno – è un oggetto compatto dotato di un suo “ essere qui ed ora “ e non vuole essere se non questo.
    La domanda “ perché esiste “ attiene non alla sua natura ma alla giustificazione della sua presenza nel mondo. A coloro che si appagano di essa in quanto dato di esistenza inconfutabile la risposta alla terza domanda non interessa.. .
    Nella mia visione delle cose ( ovviamente criticabile ) la Poesia occupa il luogo di un’esperienza vitale che si accetta con la consapevolezza della sua necessità.
    L’affermazione – forte – che mi sono sentito di fare – riguarda “ i poeti autentici “ che possono essere anche “ mediocri “ dal punto di vista strettamente estetico ma che sentono la loro scrittura “ come parte essenziale del loro vivere.
    Trascuro – quindi – quelli che, dotati di un certo ingegno e una certa fantasia – sanno comporre versi all’amante, all’amico, ai compagni…. in qualche occasione, tramontata la quale tutto resta come prima, compresa la loro esistenza.
    L’autenticità ha a che fare col tempo. Ma bisogna intendersi su tale punto. T.S Eliot, con umorismo tipico degli anglosassoni, disse una volta che per giudicare i poeti bisogna attendere che abbiano una certa età. Questa battuta va letta in un certo modo se non altro perché si può anche non arrivare all’età critica indicata del Poeta statunitense.
    L’età è la dedizione assoluta NEL TEMPO ( quale che sia la durata di esso ) ad una esperienza . Si Può anche decidere di abbandonarla ( come si dice abbia fatto Rimbaud ),ma questo è un atteggiamento che ne sottolinea la sua natura di esperienza esistenziale.
    3.
    Ogni elemento della vicenda umana è legittimato ad entrare nell’esperienza poetica.
    In termini più banali e pratici: non v’è pensiero, sensazione, vicenda che non abbia diritto di entrare in quel “ luogo “ in cui la loro natura subisce una trasformazione profonda e diventa esperienza poetica.
    Bisogna a questo punto , secondo me, fare una importante distinzione tra vitalità e visibilità.
    La vitalità dell’ esperienza poetica è una “virtù dell’autenticità “. La poesia che si scrive è vitale se autentica e ciò non dipende da alcuno.
    La visibilità è la qualità di essere riconosciuta come oggetto di produzione in una società data e in un tempo dato. Questo punto è essenzialmente “ politico in senso lato” ed implica l’indagine sulla struttura sociale e culturale di una data società.
    L’assetto sociale condiziona la visibilità e determina o può determinare quella che viene chiamata” solitudine del poeta “ all’interno di una società data.
    E’ un discorso molto interesante e complesso cui accenno soltanto.
    4.
    La quarta domanda mi sembra estranea al tema, ma interessante Si sogna solo in nero anche a colori ?
    Abbiamo fatto (gli scienziati hanno fatto ) molta strada sulla comprensione dell’istinto del sonno e su quel fenomeno misterioso che è il sogno. Verrà un giorno – forse – in cui si accerterà sperimentalmente quale è la risposta corretta. E – ancora forse – se l’assenza o la presenza di colore segnali una particolare modalità di funzionamento del sistema centrale e dunque il senso dei colori che durante il sonno si manifestano. In attesa di questi eventi cosa può dire ciascuno di noi ?
    Non ricordo colori nei miei sogni e mi consolo nell’idea che il sogno non debba avere quelli a noi noti, ma ne abbia uno suo indefinibile. Se è vero che il sogno può influire in qualche modo sul nostro “ fare poesia “, il rilievo che non si sogna a colori – ammessa in iotesi questa verità – è irrilevante perché anche il colore indefinibile del sogno si trasforma in qualcosa che non appartiene più al sogno ma alla poesia.
    Giorgio Mannacio.

  4. Ottimo intervento, caro Giorgio Mannacio. Il sogno ha un ‘suo’ colore, indefinibile,
    e la poesia è nel luogo della ‘autenticità’.

    Gino Rago

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