Omero e Euripide. Il mare colore del vino: porpora o indaco? di Furio Durando

 

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L’espressione οἶνοψ πόντος (òinops pòntos, cioè – letteralmente – “mare che agli occhi ha il colore del vino ) ricorre numerose volte nei poemi omerici. La sua arcana ed estraniante poeticità ha ispirato scrittori come Leonardo Sciascia, che nel 1973 vi si rifece per intitolare un proprio romanzo; e la sua difficile interpretazione ha mosso decine di studiosi di letteratura greca, storia antica, archeologia a riflettervi per trovare il senso di una così misteriosa contaminazione cromatica fra due essenze liquide tanto intrinsecamente legate alle vicende degli antichi Greci. Diversamente dalle altre formule ripetutamente utilizzate dall’autore-organizzatore dell’Iliade e dell’Odissea (e chi ha frequentato il liceo classico non può dimenticare, per esempio, Elena dalle bianche braccia, Atena dagli occhi chiari o Zeus dalla voce possente), essa disorienta. Che cosa intendeva dire Omero, infatti, definendo il mare colore del vino? L’espressione ricorre nei canti II, V, VII e (due volte) XXIII dell’Iliade, nei canti I, II, III, IV, V (tre volte), VI, VII, XII e XIX (due volte); in due “omerici” Inno ad Apollo e Inno a Dioniso, è evidente la ripresa – quasi fosse un calco – della formula, la cui fortuna avrà lungo seguito in poeti comici come Cratete e autori dell’Antologia Palatina come Stratone; per non dire delle citazioni di quanti, fin dall’antichità, ne furono impressionati per l’incertezza che essa destava. L’aggettivo οἶνοψ fu infatti usato per definire qualcosa di ben diverso dal mare: il manto rossiccio di buoi aggiogati all’aratro (Omero), il cupo rosseggiare del bronzo semipatinato di una statua nel ginnasio costantinopolitano di Zeusippo (Cristodoro di Copto), il rossore avvinazzato del dio Bacco (Leonida di Taranto), solo per fare qualche esempio, ma un passo di un’orazione di Elio Aristide sembra dare per scontata l’associazione cromatica fra mare e vino: “[…] καὶ Κρήτην Ὅμηρος σεμνύνων ἔφη κεῖσθαι μέσην ἐνὶ οἴνοπι πόντῳ …” (… anche di Creta Omero disse per magnificarla che giace nel mezzo del mare colore del vino…). Un nesso cromatico (e non solo, data la presenza di Dioniso, dio del vino e navigatore) decisamente stretto fra mare e vino viene fatto porre a Ermippo nel Sofisti a banchetto di Ateneo: “ἕσπετε νῦν μοι, Μοῦσαι Ὀλύμπια δώματ᾽ἔχουσαι, ἐξ οὗ ναυκληρεῖ Διόνυσος ἐπ᾽: οἴνοπα πόντον, ὅσσ᾽ἀγάθ᾽ἀνθρώποις δεῦρ᾽ἤγαγε νηὶ μελαίνῃ.” (Ora ditemi, Muse che avete le dimore sull’Olimpo, da dove Dioniso guida la nave: sul mare colore del vino egli ha condotto quanto di buono c’è per gli uomini da là con la (sua) nera nave.). Ancora più rilevante è – per la sua antichità e il contesto di provenienza, un responso nientemeno che della Pizia dèlfica – il passo della Descrizione della Grecia di Pausania (libro X, 37, 6) nel quale il dio Apollo, per bocca della sua sacerdotessa, utilizza un codice poetico arcaico e arcano che coincide singolarmente col formulario omerico: “… πολεμεῖν οὖν πρὸς τοὺς Κιρραίους ἔδοξεν Ἀμφικτύοσι, καὶ Κλεισθένην τε Σικυωνίων τυραννοῦντα προεστήσαντο ἡγεμόνα εἶναι καὶ Σόλωνα ἐξ Ἀθηνῶν ἐπηγάγοντο συμβουλεύειν: χρωμένοις δέ σφισιν ὑπὲρ νίκης ἀνεῖπεν ἡ Πυθία:

«οὐ πρὶν τῆσδε πόληος ἐρείψετε πύργον ἑλόντες,
πρίν κεν ἐμῷ τεμένει κυανώπιδος Ἀμφιτρίτης
κῦμα ποτικλύζῃ κελαδοῦν ἐπὶ οἴνοπα πόντον.»

(I capi dell’anfizionía (delfica) decisero allora di muovere guerra contro gli abitanti di Kìrrha, e posero al comando Clistene, che era il tiranno di Sikyòn, e per affiancarlo nelle decisioni fecero venire da Atene Solone; e a chi la consultò per sapere se avrebbero vinto la Pizia rispose:

“Non prima abbatterete la torre di questa città, dopo averla espugnata,/
non prima che contro al mio sacro recinto venga a infrangersi d’Anfitrite dagli occhi chiari
l’onda che rumoreggia sopra il mare colore del vino.”).

È tuttavia ancora Elio Aristide a rimarcare l’esatta pregnanza di questo nesso cromatico poeticamente introdotto da Omero e ripreso da molti letterati ellenici, fra i quali il grande tragediografo Euripide. Egli infatti annota come l’autore dei poemi abbia definito il colore del mare con aggettivi che corrispondono a “violaceo” e “vineo” (οἶνοψ), e li associa al “purpureo” usato da Euripide: “… ἀλλ᾽ Ὅμηρος λέγει ἰοειδέα πόντον καὶ οἴνοπα πόντον, καὶ Εὐριπίδης ἅλα πορφυρέην …” (… ma Omero dice “il mare violaceo” e “il mare colore del vino…”, ed Euripide “il mare purpureo” …). Balza agli occhi che dal viola al purpureo al colore del vino, il blu del mare è abbastanza distante; e si deve considerare che l’aggettivo greco corrispondente a “blu” (κυάνεος) compare solo nel VI secolo a.C. in associazione al mare. Probabilmente nessuna delle traduzioni di οἶνοψ rende efficacemente come i Greci percepivano il colore del mare e quello del vino, perché il punto di blu profondo del mare è prossimo all’indaco, colore ben noto a chiunque abbia ammirato un arcobaleno e immediatamente precedente il violetto. Basta guardare il mare nei due momenti più importanti della giornata – quelli più carichi di una magia che si rinnova ogni volta: prima dell’alba e dopo il tramonto, cioè all’inizio e alla fine del lavoro dei marinai nell’antichità, o – invertendo i due momenti – quando i pescatori uscivano a disporre le reti e gli ami dei palàmiti alla luce del crepuscolo, per poi recuperarli con le prede all’alba. Il mare, all’aurora e al crepuscolo, nelle giornate serene, non è affatto blu o azzurro intenso: i primi bagliori del sole nascente o morente ne arrossano o imporporano la superficie indaco con riflessi violacei. Lo vidi senza notarlo nelle decine di viaggi per mare fatti nel Tirreno, nello Jonio o nell’Egeo, per tanti anni; me ne resi conto la prima volta una mattina, aspettando l’alba sulla spiaggia di Cartaromana a Ischia in una calda estate; mi ritrovai circondato da questo colore, simile a quello di un vino giovane e fragrante, appena fermentato, robusto e violaceo (come tingeva la tovaglia bianca!), che mi trovai a sorseggiare in una sperduta trattoria di campagna a due passi dal mare sul litorale di Cuma; e quando una sera d’agosto dopo il tramonto uscii con tre esperti pescatori su un gozzetto ligure nella baia di Deiva Marina. Un mare lento e untuoso, spianato dalla brezza di terra, perdeva lentamente il colore del cielo, che scuriva fra i bagliori di un crepuscolo incendiato da nuvole rosso porpora e violacee, e ne catturava la densa sostanza. Indaco, porpora, viola. Rividi tutto questo e questi identici colori – e quella sera compresi Omero fino in fondo – in un calice di vino. Non rosso rubino, non rosso granato, ma indaco, porpora e violaceo era infatti il colore del vino – colore di mare! – che l’oste di una piccola taverna di campagna sull’isola di Kýthira in Grecia mi servì. Un vino sublime, antico, primigenio, succo dei grappoli – pensai – di quell’albero di nave che Dioniso trasformò in vite, sbigottendo i pirati che lo avevano rapito e che poi egli trasformò in delfini. Fermatevi per un attimo a pensare. Quasi tremila anni fa, nell’incanto di un pianeta senza invadenti luci artificiali, ma dentro a notti tutt’al più rischiarate da fiaccole, lucerne, fiamme di un focolare, quello era il momento per assaporare il vino. E i suoi riflessi si tingevano di notte e di lampi rosseggianti, come il mare al crepuscolo ed all’alba, e come il mare da cui tutto viene e a cui tutto ritorna il vino si rivelò indaco, porpora e violaceo. E il mare prese a somigliargli.

Furio Durando

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