Tre poesie di Giovanni Papini

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Giovanni Papini, Firenze, 9 gennaio 1881 – Firenze, 8 luglio 1956

Giovanni Papini, scrittore, saggista e poeta, nel 1903 fondò il Leonardo, la prima delle riviste a cui è legata la sua biografia, seguirono La Voce nel 1908 con Giuseppe Prezzolini, Lacerba nel 1913 con Ardengo Soffici, La Rinascita nel 1917. L’opera di Papini è stata per tutta la metà del ‘900 la presenza polemica più caratteristica e clamorosa. Ma le avventure spirituali di Papini si sono mosse entro l’ambito  di una fede nella parola come sostanza sonora, abile oratoria toscanamente abbellita. Così l’iniziale tendenza alla filosofia, la polemica antipositivista, quella anticrociana, l’adesione al pragmatismo, finiscono con il ridursi a gioco sofistico; il periodo futurista non vale altro che come pigmento stilistico; La Voce gli fu occasione di bello scrivere: il nazionalismo prima, il fascismo poi ispirarono la sua oratoria, che si dispiegò anche, su tematiche diverse, dopo la conversione al cattolicesimo nel 1921. In questo senso Papini è stato l’ultima incarnazione del letterato tradizionale, testimone di un’età di crisi. Le sue migliori pagine sono in Un uomo finito (1912) e in alcuni racconti di Parole e sangue (1912) e di Giorni di festa (1919); o nei versi di Cento pagine di poesia (1915), di Opera prima (1917) e di Pane e vino (1926), colmi di una toscana vivacità di descrizione e non privi di qualche elemento meditativo. Fra i numerosissimi scritti polemici, storici, didattici, religiosi, critici e teorici ricordiamo: Sul Pragmatismo (saggi e ricerche, 1903); Il crepuscolo dei filosofi (1906)  La cultura italiana (in collaborazione con Prezzolini, 1906); Poeti d’oggi (in collaborazione con Pancrazi, 1920); Storia di Cristo (1921), l’opera che significò l’avvenuta conversione; Storia della letteratura italiana (1937); Racconti di gioventù (1943); Giudizio universale (post. 1957), a cui Papini lavorò per decenni, ma senza riuscire a realizzare le alte ambizioni di giudizio critico-religioso dell’umanità intera.

 

FAMMI TORNAR BAMBINO

Nella concavità delle valli benedette
passan fiumi dorati tra vinchi e violette;
le piante rabbellite di petali e d’uccelli
offron disegni d’ombre ai giochi degli agnelli;
le belle foglie nuove dell’erbe prataiole
sembrano lingue verdi che assaporano il sole.
Pastori senza greggi, branchi senza pastori
si stendono felici sui primaticci fiori,
e due bovi incantati alla metà del solco
ascoltan, bianchi e fermi, il canto del bifolco.
L’aria giovane tesa sopra i colli celesti
illumina di pace gli spartimenti agresti.
O santità perduta del mio cielo infantile,
oggi recuperata nella luce d’aprile,
fammi tornar fanciullo in valle di riposo
quando tutto era sacro, puro e miracoloso;
fammi tornar bambino, quando tutto era mio
ciò che alla dolce terra ha regalato Iddio!

 

VIOLA

Viola vestita di limpido giallo,
che festa, che amore a un tratto scoprirti
venire innanzi con grazia di ballo
di tra i ginepri e l’odore dei mirti!

La ricca estate si filtra e si dora
sopra il tuo piccolo volto rotondo;
ad ogni moto dell’iride mora
bevi nel riso la gioia del mondo.

Par che la terra rifatta stamani
più generosa, più fresca di ieri
voglia specchiarsi negli occhi silvani
tuoi, risplendenti di casti pensieri.

Al tuo venire volante s’allieta
questo mio cuore e con Dio si rimpacia,
l’arida bocca del padre poeta
torna a pregare allor quando ti bacia.

 

QUINTA POESIA

Al freddo sapore di mela renetta,
in lingua, per tutta la bocca
che succhia ed aspetta,
ritorna negli occhi la ciocca

immobile al dolco d’autunno,
sospesa alla voglia — una frasca
di verde cognate a Vertunno
distesa nel latte di vasca.

Mela renetta che mordo,
in questo riposo di festa,
adagio, come un ricordo
di dolcezza manifesta.

Una mi basta: nel gusto
di quell’instante, di quell morso,
rivedo all’ombra oblique del fusto
passare il blù come un chiaro discorso.

Tutto abbandono in disparte.
Figliolo di terra ed erede
d’incontrastabile parte
il Dio mal creduto mi vede.

Mia la foglia che strappo odorando
le dita — ma più la discesa
che rifarò, tra poco, pensando
a me, sotto l’aria che pesa.

Mia tutta, la campagna, in quell sapore
che maturamente si distrugge e si disfa,
mio l’odore, l’afrore
dell’imprecisa immensità.

Giovanni Papini

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1 commento
  1. Papini e la sua lunga storia di intellettuale e polemista impegnato nella letteratura e nella cultura di inizio Novecento, le tante riviste fiorentine di cui fu protagonista, la prosa, i racconti, i romanzi, i saggi, la poesia… resta nondimeno un personaggio discusso, ma molto interessante.
    Appare come un uomo in contrasto, con tutto e specialmente con se stesso: “ … Ma quando, al finire del giorno / ritrovo, stracco e freddo, la fossa della strada / nella mezzombra lilla del ritorno, / sono il povero triste a cui nessuno bada “ scrive autobiograficamente, e ancora :“O santità perduta del mio cielo infantile,/oggi recuperata nella luce d’aprile,/fammi tornar fanciullo in valle di riposo..”
    Trovo molto significativa la sua “mela ranetta”. La mela renetta funziona psicologicamente e poeticamente, nel suo ritrovato sapore freddo e acidulo autunnale, tra l’odore e gli afrori della campagna, come la famosa madeleine proustiana, dove ricostruisce il suo passato contadino, che è quello toscano,( ”figliolo di terra ed erede/ d’incontrastabile parte/ il Dio mal creduto mi vede”) in un modello forse autobiografico e letterario alternativo a quello di chi cittadino e letterato rivendica una chiave di espressione poetica nuova più autentica, così come in Viola, (la figlia), “vestita di limpido giallo”, graziosa ridente e felice, si riconcilia col mondo, col passato e coi suoi tormenti irrisolti.

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