Erbacce…, di Maria Grazia Ferraris

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Il poeta statunitense Walter Withman (1819-1892) autore di successo delle poesie “ Foglie d’erba” racconta che un bambino, un giorno, mentre gli mostrava un pugno d’erba che aveva raccolto, gli chiese: ” Che cos’è l’erba?”.. e lui non seppe rispondergli. Aveva ragione. Che cosa rispondere, a una domanda così spiazzante, anche se tutti noi conosciamo varie specie d’erba, e soprattutto di erbacce?

Presso la mia casa, di lato, c’è un piccolo spiazzo verde che funge da prato-giardino. È poco più di un’aiola, poco appariscente, ma a ben guardare affollato: ospita un bel pinetto verde, una forsizia disordinata ed anarchica che a marzo esplode con i suoi fragorosi gialli ed annuncia la nuova stagione, la voglia di vivere, quasi a sfida di ogni forbice regolatrice di giardiniere e un oleandro dai bei fiori velenosi rosso bordeaux, che con aria riservata ma non timida ci riserva i suoi fiori lucidi e appartati nei mesi estivi. Una edera vigorosa, superba ed indisturbata cresce senza alcun limite e controllo arrampicandosi alla rete divisoria e fa da confine con i terreni vicini. È poco curato: si trasforma in selva intricata, dove si fatica a mettere il piede, anche per raggiungere il cespuglio di rosmarino mezzo soffocato, dai fiori azzurrini, il piede avviluppato nelle erbacce: un giardino che si può dire incolto e abbandonato. Eppure molte di quelle erbe sono belle per le forme e i colori, per il loro portamento altero, eretto, fiero. Sembra quasi che la bellezza debba essere inquietante, che abbia bisogno anche di perversità, di ostinazione. Io ne osservo, spio la crescita anarchica da una delle mie finestre, talvolta provo perfino a addentrarmi, con un vago desiderio di mettere ordine, ma ne vengo subito scoraggiata. Sto dalla parte dell’erba senza nome, quella che in tanti chiamano erbacce. Spesso osservando quell’intrico di erbe mi sovviene il passo descrittivo di Leopardi che nello Zibaldone ci presenta il suo giardino delle souffrances.

Entrate in un giardino di piante, d’erbe, di fiori. Sia pur quanto volete ridente. Sia nella più mite stagion dell’anno. Voi non potete volger lo sguardo in nessuna parte che voi non vi troviate del patimento. Tutta quella famiglia di vegetali è in stato di souffrance, qual individuo più, qual meno. Là quella rosa è offesa dal sole, che gli ha dato la vita; si corruga, langue, appassisce. Là quel giglio è succhiato crudelmente da un’ape, nelle sue parti più sensibili, più vitali. Il dolce mele non si fabbrica dalle industriose, pazienti, buone, virtuose api senza indicibili tormenti di quelle fibre delicatissime, senza strage spietata di teneri fiorellini…Quella pianta ha troppo caldo, questa troppo fresco; troppa luce, troppa ombra; troppo umido troppo secco. L’una patisce incomodo e trova ostacolo e ingombro nel crescere, nello stendersi; l’altra non trova dove appoggiarsi, o si affatica e stenta per arrivarvi. In tutto il giardino tu non trovi una pianticella sola in istato di sanità perfetta. Qua un ramicello è rotto o dal vento o dal suo proprio peso; là un zeffiretto va stracciando un fiore, vola con un brano, un filamento, una foglia, una parte viva di questa o quella pianta, staccata e strappata via. Intanto tu strazi le erbe co’ tuoi passi; le stritoli, le ammacchi, ne spremi il sangue, le rompi, le uccidi. Quella donzelletta sensibile e gentile va dolcemente sterpando e infrangendo steli. Il giardiniere va saggiamente troncando, tagliando membra sensibili, colle unghie, col ferro. Certamente queste piante vivono…Lo spettacolo di tanta copia di vita all’entrare in questo giardino ci rallegra l’anima, e di qui è che questo ci pare essere un soggiorno di gioia. Ma in verità questa vita è trista e infelice, ogni giardino è quasi un vasto ospitale (luogo ben più deplorabile che un cemeterio), e se questi esseri sentono o, vogliamo dire, sentissero, certo è che il non essere sarebbe per loro assai meglio che l’essere”. (Bologna, 22 aprile 1826).

E questo ricordo letterario mi intristisce, vista la premessa: “Non gli uomini solamente, ma il genere umano fu e sarà sempre infelice di necessità. Non il genere umano solamente, ma tutti gli animali. Non gli animali soltanto ma tutti gli altri esseri al loro modo. Non gl’individui, ma le specie, i generi, i regni, i globi, i sistemi, i mondi”… Mi pone il dubbio: conservare il giardino senza giardiniere, come natura vuole, senza intervento umano o mettere ordine, dare respiro, spazio vitale, cielo ad erbe, fiori e piante in modo che possano vivere senza sopraffarsi a vicenda?

Ed ecco mi si presenta un altro giardino frutto di pensieri letterari paralleli, quello che incontra Renzo Tramaglino, (Promessi Sposi, capitolo XXXIII) dopo due anni di assenza, il matrimonio saltato, i disordini di Milano, la sua fuga nel Bergamasco, la peste ancora in corso, quando ritorna di nascosto al paesello natale, passa davanti a casa e vede la vigna, l’orto, il cortile, tutto inselvatichito e si ritrae inorridito.

Viti, gelsi, frutti d’ogni sorte, tutto era stato strappato alla peggio, o tagliato al piede. Si vedevano però ancora i vestigi dell’antica coltura:… gramigne, di farinelli, d’avene selvatiche, d’amaranti verdi, di radicchielle, d’acetoselle, di panicastrelle …Era una marmaglia d’ortiche, di felci, di logli, di e d’altrettanti piante; di quelle, voglio dire, di cui il contadino d’ogni paese ha fatto una gran classe a modo suo, denominandole erbacce, o qualcosa di simile. Era un guazzabuglio di steli che facevano a soverchiarsi l’uno con l’altro nell’aria, o a passarsi avanti, strisciando sul terreno, a rubarsi insomma il posto per ogni verso; una confusione di foglie, di frutti, e d’altrettanti piante; di quelle, voglio dire, di cui il contadino d’ogni paese ha fatto una gran classe a modo suo, denominandole erbacce, o qualcosa di simile…

Tra questa marmaglia di piante ce n’era alcune di più rilevate e vistose, non però migliori, almeno la più parte: l’uva turca, più alta di tutte, co’ suoi rami allargati, rosseggianti, co’ suoi pomposi foglioni verdecupi, alcuni già orlati di porpora, co’ suoi grappoli ripiegati, guarniti di bacche paonazze al basso, più su di porporine, poi di verdi, e in cima di fiorellini biancastri; il tasso barbasso, con le sue gran foglie lanose a terra, e lo stelo diritto all’aria, e le lunghe spighe sparse sparse e come stellate di vivi fiori gialli: cardi, ispidi ne’ rami, nelle foglie, ne’ calici, donde uscivano ciuffetti di fiori bianchi e porporini, ovvero si staccavano, portati via dal vento, pennacchioli argentei e leggieri. Qui una quantità di vilucchioni arrampicati e avvoltati a’ nuovi rampolli d’un gelso, gli avevan tutti ricoperti delle loro foglie ciondoloni, e spenzolavano dalla cima di quelli le lor campanelle candide e molli; là una zucca selvatica, co’ suoi chicchi vermigli, s’era avvitacchiata ai nuovi tralci d’una vite; la quale, cercato invano un più saldo sostegno, aveva attaccati a vicenda i suoi viticci a quella; e, mescolando i loro deboli steli e le loro foglie poco diverse, si tiravano giù, pure a vicenda, come accade spesso ai deboli che si prendono l’uno con l’altro per appoggio. Il rovo era per tutto; andava da una pianta all’altra, saliva, scendeva, ripiegava i rami o gli stendeva, secondo gli riuscisse; e, attraversato davanti al limitare stesso, pareva che fosse lì per contrastare il passo, anche al padrone”.

Sono due pagine di entusiasmo botanico.. È come se Manzoni si dissociasse da Renzo, e ispirato da questo abbandono, esaltato; e così invece che un’occhiata generica si mette a una dettagliata descrizione di tutto quello che c’è cresciuto in quei due anni di libera espansione vegetale… E nomina una per una le specie spontanee cresciute: ortiche, felci, logli, gramigne, farinelli, avene selvatiche, amaranti verdi, radicchielle, acetoselle…: si sente il gusto del competente che distingue le erbacce, e le apprezza più delle monocolture, e potrebbe anche nominarle col nome scientifico. Infatti qualche riga dopo, nomina l’uva turca una meravigliosa pianta coi suoi rami rosseggianti –i suoi pomposi foglioni verde cupo, alcuni orlati di porpora e i grappoli pendenti con le bacche paonazze o porporine o ancora verdi, e in cima i fiorellini biancastri-…Questa non è la descrizione di uno stato di disgrazia, ma di un piccolo angolo del paradiso perduto, che è il giardino lasciato a se stesso, alla spontanea vitalità vegetale. I critici, hanno cercato di interpretare questa digressione naturalistica: chi vi ha visto una allegoria dell’Italia del XVII secolo, chi la rappresentazione di una decadenza storica, chi l’illustrazione della darwiniana struggle for live; lo si tratta come una allegoria da decifrare, un problema da risolvere in cui il lessico, lo stile e la forma del discorso non sono variabili ma quasi ostacoli alla comprensione. Questa descrizione suggerisce un senso di caoticità e di esplosione vitale della natura, che, abbandonata a se stessa, rivela aspetti estremamente inquietanti e minacciosi. Manzoni manifesta una certa paura del disordine e dell’istinto, e sembra mostrare con la descrizione della vigna come la natura nell’incuria riveli il volto spaventoso e orribile dell’esistenza .. La natura può offrire una prospettiva distorta della realtà e mostrare il fondo inquietante e spaventoso della società e della Storia. A questo “guazzabuglio” si può contrapporre- è la sua tesi- soltanto una determinazione umana illuminata dalla coscienza religiosa.

La lettura del bellissimo romanzo di Gianna Manzini, Ritratto in piedi, mi conduce ad un altro giardino abbandonato, pieno di erbacce, il cimitero di Cutigliano, sull’Appennino pistoiese, dove è sepolto il padre, anarchico e perseguitato dal fascismo. Gianna lo guarda questo umile cimitero, guarda quella tomba coperta da erbacce, e si mette pietosamente a fare un po’ d’ordine. Ma in quest’operazione, d’amore filiale, le pare di sentire la voce del padre che la contrasta, e che le dà il suo ultimo insegnamento.

Adagio strappavo ciuffi di erba.. Una tomba in questo stato! Mi tirai un poco su, come per un colpo leggero alle reni, appena barcollando.

Di molte piante, lui avrebbe saputo il nome; e non gli sarebbe piaciuto che si dicesse “erbacce”. “Erbacce, perché non servono a te? Perché non ti piacciono? perché t’intralciano?”

Sicuro che me lo sussurrava all’orecchio. Ma io non potevo fare diversamente. Almeno ripulire, diamine. Alcune si aggruppavano in una famiglia ispida: sdegno o difesa, sembravano costringerle a una vicinanza serrata. Contro quelle mi accanivo, scalzando attorno con le dita..E lui, il babbo, amorosamente contrastandomi:”Erbacce perché non rientrano in un certo schema?” Forse mi burlava; e questo avrebbe potuto offendermi…

Più basso, più penetrante e tuttavia appena ironico, lui. “ Erbacce perché l’uso vuole che si distruggano? Nascono condannate,le erbacce”. Ero soltanto in grado di ascoltare.

Perché ti umilia quest’eccesso gratuito d’impulso vitale?” Gratuito: voleva alludere al fatto che, fra gente meschina come “noi”, è apprezzabile solo ciò che costa? Insisteva dolcemente.”

Esuberanza povera povera” (Qui la voce si faceva struggente: appena un soffio di un caldo fraseggiare proteggendo)

Povera: e per ciò, vedi come pietoso questo far gruppo, questo avvincere…” Infine una segreta, fioca esclamazione: “ è vita, Gianna, è vita!” L’avrebbe detto, lo sapevo, con quel suo sorriso breve, modesto, che attenua e quasi mette in disparte.”

La scrittrice coglie l’affinità esistenziale tra noi, la nostra condizione di vita e le erbacce, quel comune spirito di adattamento e quell’istinto di sopravvivenza che dovrebbero indurci a riconoscere in loro- le erbacce- delle compagne di vita da amare, dal destino saldamente intrecciato al nostro. Erbacce? Sicuri? “Nel 1980 un botanico svizzero, Ernesto Schick, decide di studiare le erbe che si trovano nei sedimi ferroviari del Ticino, in particolare nella stazione internazionale di Chiasso. Analizzando i binari, le traversine, le massicciate, i canali laterali, le porzioni di terreno racchiuse tra una linea ferroviaria e l’altra, i luoghi che sono prossimi al passaggio dei vagoni, Schick censisce 763 specie vegetali diverse, che costituiscono un quarto dell’intera flora svizzera; tra queste il 20% appartiene a specie in via di estinzione. Una biodiversità davvero incredibile… Basta un convoglio merci carico di sacchi di semi, e qualche lontano cereale giunge in quelle zone.. Sono arrivate grazie al vento che trasporta i denti di leone, come i pioppi o i platani; mediante gli uccelli, che spostano bacche di vario tipo; o gli animali al pascolo… Tutto ciò che è trascurato dall’uomo, diventa superficie di accoglienza per moltissime piante. Le piante sono viaggiatrici, quasi quanto la polvere e i granelli di sabbia.”( Marco Belpoliti , Piante ed erbe viaggiatrici, Doppiozero, 2017).

Maria Grazia Ferraris

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