Tre poesie di Pablo Neruda

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Pablo Neruda, Parral, 12 luglio 1904 – Santiago del Cile, 23 settembre 1973

Pseudonimo del poeta cileno Ricardo Eliezer Neftalì  Reyes Basoalto in memoria del poeta ceco Jan Neruda, Pablo Neruda è la personalità di maggior rilievo della letteratura sudamericana. Le Venti poesie d’amore (1924) e Tentativo dell’uomo infinito (1925), la forte ispirazione sensuale e un’angoscia di fondo  danno un’impronta originale al suo canto irruento e alle sue immagini passionali. Nei due volumi della sua opera, ormai matura,  (Residenza nella terra I , 1933; Residenza nella terra II, 1935) Neruda esprime una poesia di pura intuizione emotiva con caratteri sempre più ermetici. La drammatica esperienza della guerra civile di Spagna, dove il poeta si trovava come console a Madrid dal 1934, porta Neruda ad una svolta della sua poesia, e Spagna nel cuore (1937) è l’opera che segnerà tale svolta ed esalterà la giusta lotta delle forze repubblicane. Da questa raccolta, che più tardi entra a far parte del volume complessivo (Terza residenza, 1947), ha inizio la fase della poesia sociale di Neruda., il quale, nel frattempo, ha aderito al partito comunista. Successivamente il poeta impresse alla sua opera un corso nuovo e variato. Nei tre volumi di odi (Odi elementari, 1956 e Il terzo libro delle odi, 1958), il poeta si dedicò al canto e all’esaltazione della natura e dei primordiali sentimenti umani. Dopo i Cento sonetti d’amore (1960), Neruda pubblicò il suo libro più ambizioso: il Memorial de Isla Negra (1964), in cinque volumi, una sorta di autobiografia poetica, un ripensamento della sua vita. Dopo il Memorial, tra il 1966 e il 1973, pubblica altri dieci libri di versi. Il nobel nel 1971 sarà l’ultimo suo momento di gloria, mentre era già minato nel fisico e nel morale dal cancro.

 

CORPO DI DONNA

Corpo di donna, bianche colline, cosce bianche,
tu rassomigli al mondo nel tuo atteggiamento d’abbandono.
Il mio corpo di contadino selvaggio ti scava
e fa saltare il figlio dal fondo della terra.

Sono stato solo come una galleria. Da me fuggivano gli uccelli
e in me la notte entrava con la sua invasione possente.
Per sopravvivermi ti ho forgiata come un’arma,
come una freccia al mio arco, come una pietra nella mia fionda.

Ma cade l’ora della vendetta, e ti amo.
Corpo di pelle, di muschio, di latte avido e fermo.
Ah le coppe del petto! Ah gli occhi dell’assenza!
Ah la rosa del pube! Ah la tua voce lenta e triste!

Corpo di donna mia, persisterà nella tua grazia.
La mia sete, la mia ansia senza limite, la mia strada indecisa!
Oscuri fiumi dove la sete eterna continua,
e la fatica continua, e il dolore infinito.

 

ABBIAMO PERSO

Abbiamo perso anche questo crepuscolo.
Nessuno ci ha visto stasera mano nella mano
mentre la notte azzurra cadeva sul mondo.

Ho visto dalla mia finestra
la festa del tramonto sui monti lontani.

A volte, come una moneta
mi si accendeva un pezzo di sole tra le mani.

Io ti ricordavo con l’anima oppressa
da quella tristezza che tu mi conosci.

Dove eri allora?
Tra quali genti?
Dicendo quali parole?
Perchè mi investirà tutto l’amore di colpo
quando mi sento triste e ti sento lontana?

E’ caduto il libro che sempre si prende al crepuscolo
e come cane ferito il mantello mi si è accucciato tra i piedi.

Sempre, sempre ti allontani la sera
e vai dove il crepuscolo corre cancellando statue.

 

ACQUA SESSUALE

Rotolando a goccioloni soli,
a gocce come denti,
a densi goccioloni di marmellata e sangue,
rotolando a goccioloni,
cade l’acqua,
come una spada in gocce,
come un tagliente fiume vitreo,
cade mordendo,
scuotendo l’asse di simmetria, picchiando sulle costure dell’anima,
rompendo cose abbandonate, infradiciando il buio.

E’ solamente un soffio, più madido del pianto,
un liquido, un sudore, un olio senza nome,
un movimento acuto,
che diviene, si addensa,
cade l’acqua,
a goccioloni lenti,
verso il suo mare, verso il suo asciutto oceano,
verso il suo flutto senz’acqua.

Vedo l’estate distesa, e un rantolo che esce da un granaio,
cantine, cicale,
città, eccitazioni,
camere, ragazze
che dormono con le mani sul cuore,
che sognano banditi, incendi,
vedo navi,
vedo alberi col midollo
irti come gatti rabbiosi,
vedo sangue, pugnali e calze da donna,
e peli d’uomo,
vedo letti, vedo corridoi dove grida una vergine,
vedo coperte ed organi ed alberghi.

Vedo i sogni silenziosi,
accetto gli ultimi giorni
e anche le origini e anche i ricordi,
come una palpebra atrocemente alzata per forza
sto guardando.

E allora c’è questo suono:
un rumore rosso di ossa,
un incollarsi di carne
e gambe, bionde come spighe, che si allacciano.
Io ascolto in mezzo al fuoco di fila dei baci,
ascolto, turbato tra respiri e singhiozzi.

Sto guardando, ascoltando,
con metà dell’anima in mare e metà dell’anima in terra
e con le due metà guardo il mondo.

E per quanto io chiuda gli occhi e mi copra interamente il cuore,
vedo cadere un’acqua sorda,
a goccioloni sordi.
È un uragano di gelatina,
uno scroscio di sperma e di meduse.
Vedo levarsi un cupo arcobaleno.
Vedo le sue acque attraversare le ossa.

Pablo Neruda (trad. di Giuseppe Bellini)

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