Gino Rago – A proposito della «Poetica del Vuoto» – Brani tratti da “Critica della ragione sufficiente (verso una nuova ontologia estetica)” di Giorgio Linguaglossa – Progetto Cultura, 2018, pp. 512, € 21.00, pp. 16-17

critica-della-ragione-sufficiente-cover-defDal retro di copertina di questa ponderosa opera di critica psicofilosofica si apprende:

Critica della ragione sufficiente, è un titolo esplicito. Con il sotto titolo: «verso una nuova ontologia estetica». Uno spettro di riflessione sulla poesia contemporanea che punta ad una nuova ontologia, con ciò volendo dire che ormai la poesia italiana è giunta ad una situazione di stallo permanente dopo il quale non è in vista alcuna via di uscita da un epigonismo epocale che sembra non aver fine. I tempi sono talmente limacciosi che dobbiamo ritornare a pensare le cose semplici, elementari, dobbiamo raddrizzare il pensiero che è andato disperso, frangere il pensiero dell’impensato, ritornare ad una «ragione sufficiente». Non dobbiamo farci illusioni però, occorre approvvigionarsi di un programma minimo dal quale ripartire, una ragione critica sufficiente, dell’oggi per l’oggi, dell’oggi per ieri e dell’oggi per domani, un nuovo empirismo critico. Ecco la ragione sufficiente per una «nuova ontologia estetica» della forma-poesia: un orientamento verso il futuro, anche se esso ci appare altamente improbabile e nuvoloso, dato che il presente non è affatto certo.”

Giorgio Linguaglossa tocca in questo saggio psicofilosofico nodi importanti del fare poesia oggi e si muove da «Le Fondamenta Ontologiche per una poetica ontologica» al concetto di «reale»; da «L’Evento» al «Perché il nulla piuttosto che l’ente?», «Perché c’è X anziché Y?».

Affronta il tema dei temi, «La poesia e il tempo», attraverso «Il problema del linguaggio come l’esserci del tempo». Né il saggio psicofilosofico linguaglossiano trascura le problematiche connesse al “Nulla” e al “Vuoto” in «Per una poetica del vuoto», per giungere alla trattazione della poetica degli oggetti in “Gli «oggetti profondi»”: “«Le posate d’argento» di Tomas Tranströmer”.


E apre verso Il «frammento» che si dà soltanto all’interno di un «orizzonte temporalizzato», attraverso « La crisi dei fondamenti» [ Il «punctum», il «fuoco», il «peso specifico» dei «particolari» nella composizione in «frammenti»].
Passa poi alla trattazione del tema estetico del “Bello”, avvalendosi dei “CENNI Sul CONCETTO DI «BELLO»”, rispondendo alle domande: «Il Bello è produzione?», «il Bello è un oggetto (Gegenstand)», attraversando un «un sistema di significazione che rimanda ad un mondo di relazione» e il «Bello» nel pensiero di Giacomo Leopardi, per poi approfondire, fra le tante questioni ancora aperte, quella del «Reale e del Realismo», attraverso il concetto di «sottostante» di una lingua […]

[…] Se da un lato questa ponderosa (e ponderata) opera psicofilosofica di Giorgio Linguaglossa, Critica della ragione sufficiente (Verso una nuova ontologia estetica), avvince per l’ eleganza, la precisione, l’ energia del linguaggio dell’autore, dall’altro convince per la finezza esegetica con la quale l’opera scandaglia uno ad uno i singoli testi presi in considerazione, senza far passare in secondo ordine l’agile capacità dell’autore di sintetizzare in poche, icastiche pennellate anche fenomeni culturali complessi.
Non si esagera nel sostenere che questo recentissimo libro di Giorgio Linguaglossa si pone tra i migliori e più illuminanti lavori di critica letteraria militante, volto com’è a individuare e definire in pochi, chiari tratti le essenziali linee di tendenza agenti nel turbinio della galassia di voci pronte a risuonare sul dorso di tutta la nostra penisola […]


Vasta com’è, questa opera potrebbe dare le vertigini…
Ma il rischio si azzera per la sapiente regia di Linguaglossa di sorreggere le numerose parti del libro con efficaci e resistenti appigli gnoseologici e linguistici che consentono all’autore di sviluppare, dalle prime alle ultime pagine, un discorso coeso, coerente, chiaro nella cui economia generale giocano un ruolo decisivo la pars destruens e la pars construens lungo le quali il libro si muove […]”

Ma correremmo un serio rischio nell’«Invito alla lettura» dell’opera psicofilosofica di Giorgio Linguaglossa se non dedicassimo il giusto rilievo a un’altra tematica di stringente lacerazione del nostro tempo: il “Vuoto e la poetica del vuoto”.
Per questa ragione, ci soffermiamo sul colloquio a distanza Giacomo Marramao-Giorgio Linguaglossa dando loro la parola senza interferenze.

Gino Rago

 

Colloquio a distanza Giacomo Marramao-Giorgio Linguaglossa, Critica della Ragione Sufficiente (verso una nuova ontologia estetica), Per una poetica del vuoto, pagg 16-17 –

Per una poetica del «vuoto»

Scrive Giacomo Marramao in Minima temporalia (Luca Sossella, 2005, p. 15):

«Il venire-ad-esistenza del nostro universo, in quanto differenza originaria tra “universo materiale” e “universo vuoto”,in quanto instabilità tale da dar luogo a una freccia temporale irreversibile, può essere compreso soltanto a partire dall’assunto di una creazione simultanea della materia e dell’entropia. occorre allora fissarsi su questa origine, per afferrare il vero volto del “divenire” di cui Prigogine ci parla spesso e volentieri con tonalità euforiche. Questo divenire fa, certo, irruzione proprio là dove il sogno di Einstein aveva trovato la sua “espressione più grandiosa”, producendo una “lacerazione del tessuto uniforme dello spazio-tempo”. Ma il suo tratto originario e differenziante non è dato dall’energia, bensì dall’entropia. L’universo puramente geometrico, spazio-temporale vuoto, corrisponde a uno “stato coerente che viene distrutto dalla creazione entropica della materia”. Di qui il “terribile” apoftegma: la“morte termica” si colloca all’origine–non al temine – del cammino indicato dalla freccia temporale». È’ interessante questo concetto di rottura della simmetria come alterazione di uno “stato coerente” costituito dallo spazio-tempo omogeneo e vuoto. E qui si porrebbe l’altra domanda del rapporto che si istituisce tra tempo ed eternità. Ma fermiamoci un momento su questo concetto di “spazio tempo omogeneo e vuoto” che sarebbe inficiato dalla rottura della simmetria dello“stato coerente”. Il «vuoto» sarebbe quindi uno“stato coerente” cui sarebbe possibile accedere soltanto mediante un salto ontologico.

Precisa Giorgio Linguaglossa

La dimensione artistica, l’opera d’arte è appunto ciò che ci permette di operare questo «salto ontologico», di operare una «rottura» della freccia del tempo e dell’universo spazio-temporale. La dimensione artistica è quella che consente di attingere quello «stato coerente» prodotto dallo spazio-tempo «vuoto». Si è sempre parlato della atemporalità dell’arte, della sua qualitàdi oltrepassare le delimitazioni spazio-temporali, ed io penso che questo salto nello «stato coerente» del «vuoto» sia la chiave di volta per impostare un discorso filosoficamente corretto sulla dimensione artistica che tenga conto delle più accreditate ipotesi scientifiche sull’origine del nostro universo. Il«vuoto» sarebbe, dunque, uno «stato coerente» perché ignora lo spazio e il tempo, la dimensione spazio-temporale. Ma il «vuoto» è altra cosa rispetto al concetto teologico di«eternità» secondo la definizione che ne ha dato Ireneo come «aeternitas est merum hodie, est immediata et lucida fruitio rerum infinitarum», nella cui definizione si coglie una visione antropocentrica del mondo.
Nel concetto di «vuoto» sarebbe in opera il paradosso plotiniano di «potenza senza durata», con il che siamo ancora una volta all’interno di una visione antropomorfizzante del mondo se intendiamo la «durata» (concetto temporale) connessa con il concetto di«potenza» (concetto anch’esso che può valere all’interno di una visione antropomorfizzante del mondo). Sarebbe più conveniente pensare il «vuoto» al di fuori di concetti come «potenza» e «durata» (concetti ancora antropomorfizzanti), come ciò che non- è- potenza e che non ha-durata.

Conclude Linguaglossa

Poniamoci la domanda: perché esiste il vuoto e perché esiste la materia? Ecco, ritengo che dalla risposta a questa domanda potremo capire qualcosa di più circa la costituzione ontologica dell’uomo, sulla necessarietà e sulla superfluità della sua presenza nell’universo. La domanda, ripresa nel 1953 da Heidegger, nella Einfuhrung in die Metaphysik: «Perché in generale l’ente piuttosto che il nulla?», ripropone al centro del pensiero filosofico la questione delle questioni. Essa, per il suo rango, è la domanda principe della metafisica. Essa «è la domanda – insieme – più vasta, più profonda e più originaria: i) la più vasta poiché la sua estensione non riconosce alcun limite al di fuori del nulla (in questo senso essa è inoltrepassabile); ii) la più profonda: in quanto chiedersi «perché» vuol dire interrogarsi sulla ragione ultima, sul “fondamento” (Grund) dell’ente; iii) la più originaria: in quanto non investe questo o quell’ente singolo ma «l’essente nella sua totalità, senza alcuna preferenza particolare»[…]

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1 commento
  1. Omaggio poetico per il fine gusto estetico di Luciano Nota, in segno di riconoscenza per la delicatezza dell’ospitalità delle mie meditazioni su “Critica della Ragione Sufficiente” di Giorgio Linguaglossa

    Gino Rago
    Il Vuoto non è il Nulla

    Preferiva parlare a se stesso, temeva l’altrui sordità.
    “L’intenzione dello Spirito Santo è come al cielo si vada,
    non come vada il cielo”.
    […]
    A Pisa tutti tremarono.
    Il poeta ama la nascita imperfetta delle cose. Come fu.
    In principio…

    Il poeta lo sa.
    È nei primissimi istanti dell’universo materiale.
    Non c’è lo spazio, non c’è il Tempo,
    non si può vedere nulla,

    perché per vedere ci vogliono i fotoni,
    ma in principio i fotoni non ci sono ancora.
    Né si può ‘stare’, perché per stare ci vuole uno Spazio;
    nessuno può ‘attendere’ (o ‘aspettare’),
    perché per poter attendere o aspettare ci vuole un Tempo.
    […]
    In principio, nei primissimi istanti… è solo il Vuoto.
    Il Vuoto, soltanto che non è il Nulla.

    È un Vuoto zeppo di cose.
    È come il numero zero.

    Lo zero che contiene tutti i numeri.
    I negativi e positivi che sommati giungono allo zero.
    In Principio…

    Nei primissimi istanti il Vuoto. E il Silenzio.
    Ma il silenzio che contiene tutti i suoni.

    Il silenzio di Cage.
    E l’universo della materia?

    Viene dalla rottura della perfezione.
    […]
    È stata l’imperfezione a produrre questa meraviglia?
    Sì. Il Tutto viene dalla imperfezione.
    Ma i paradigmi nuovi faticano a lungo prima d’essere accettati.
    Finché Luce non si stacchi dalla materia opaca,
    ma se la luce si distacca esistono i fotoni, il moto, l’attrito,
    il tempo e lo spazio, l’uomo che scrive la vita,
    la poesia che si espande dal vuoto che fluttua.

    GR

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