Arthur Rimbaud, “Una stagione all’inferno”: Notte dell’inferno

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NOTTE DELL’INFERNO

Ho ingoiato una colossale sorsata di veleno. – Tre volte benedetta l’idea che mi è venuta! –  Mi bruciano Le viscere . Mi atterra la violenza del veleno, mi sfigura, mi torce le membra. Muoio di sete, soffoco, non riesco a gridare. È l’inferno, la pena eterna! Come si ravviva il fuoco, guardate! Brucio come si deve. Vattene, demonio!

Avevo intravisto la salvezza, la conversione al bene e alla felicità. La visione come posso descriverla, l’aria dell’inferno non tollera gli inni! Erano milioni di creature seducenti, un soave concerto spirituale, la forza e la pace, le nobili ambizioni, che ne so?

Le nobili ambizioni!

Ed è ancora la vita! – Se la dannazione è eterna! Un uomo che vuole mutilarsi è certamente dannato, non è così? Mi credo all’inferno, dunque ci sto. È il concepimento del catechismo. Sono schiavo del mio battesimo. Voi genitori, avete fatto la mia infelicità e avete fatto la vostra. Povero innocente! L’inferno non può infierire sui pagani. – È ancora la vita! Dopo, le delizie della dannazione saranno più profonde. Presto, un delitto, che io sprofondi nel nulla, secondo la legge degli uomini.

Zitto, sta’ zitto una buona volta!…Vergogna e rimprovero, qui: Satana sta dicendo che il fuoco è ignobile, che la mia ira è tremendamente sciocca. – Basta!… Con gli errori che mi vengono suggeriti, magie, falsi profumi, musiche puerili. – E dire che son padrone della verità, vedo la giustizia: sono capace di un giudizio sano e sicuro, sono pronto per la perfezione… Orgoglio. – mi si sta disseccando la pelle del  cranio. Pietà! Signore, io ho paura. Ho sete, tanta sete! Ah! l’infanzia, l’erba, la pioggia, il lago sui sassi, il chiaro di luna quando al campanile scoccavano le dodici… il diavolo sta sul campanile, a quest’ora. Santa Vergine! Maria! – Orrore della mia stupidità.

Laggiù, non  sono forse anime rette, anime che mi vogliono bene?… Venite… Sulla bocca ho un guanciale , loro non mi sentono, sono dei fantasmi. E poi, nessuno mai pensa  agli altri. Nessuno si avvicini. Puzzo di bruciato, non c’è dubbio.

Innumerevoli sono le allucinazioni i. È proprio quello che ho sempre avuto: più nessuna fiducia nella storia, l’oblio dei princìpi. Me ne starò zitto: poeti e visionari ne sarebbero gelosi. Io sono mille volte il più ricco, cerchiamo di essere avari come il mare.

Questa poi! Poco fa si è fermatol’orologio della vita . Io non sono più al mondo. – La teologia è cosa seria, l’inferno certamente è in basso – e il cielo in alto. – Estasi, incubo, sonno in un nido di fiamme.

Quanti trucchi nell’attenzione nella campagna… Satana, Ferdinando, corre con le sementi selvatiche… Gesù cammina sui rovi purpurei, senza piegarli… Gesù cammina sopra le acque irritate. Bianco e con le trecce brune, al lume di una lanterna ci apparve ritto sul fianco di un’onda di smeraldo…

Adesso svelerò tutti i misteri: misteri religiosi o naturali, morte, nascita, avvenire, passato, cosmogonia, nulla. Sono un maestro di fantasmagorie.

Ascoltate!…

Nessun talento mi manca! – Non c’è nessuno qui e c’è qualcuno: il mio tesoro non vorrei disperderlo. – A richiesta canti negri o danze di urì? gradite che io sparisca sprofondato alla ricerca dell’anello? A vostra richiesta. Farmachi, oro, io li potrò fare.

Fidatevi dunque di me, la fede guarisce, è un conforto, una guida. Venite, su, venite tutti, – pure i bambini, – che io vi consoli, sia profuso per voi il suo cuore, – il cuore meraviglioso! – Poveri uomini, lavoratori! Non chiedo preghiere; basterà da sola la  vostra fiducia a rendermi felice.

– E pensiamo a me. Così non rimpiango tanto il mondo. Sono fortunato a non soffrire di più. Solo dolci follie fu la mia vita, deplorevole cosa

Bah! facciamo tutte le smorfie immaginabili.

Decisamente, siamo proprio fuori dal mondo. Neppure un suono. Il tatto è scomparso. Ah! mio castello, mia Sassonia, mio bosco di salici. Le sere, i mattini, le notti, i giorni… Mi sento sfinito!

Dovrei avere un inferno per l’ira, un inferno per l’orgoglio, – e l’inferno della carezza; un concerto di inferni.

Muoio di sfinimento. È la tomba, me ne sto andando ai vermi, orrore dell’orrore! Satana, burlone, coi tuoi incantesimi mi vuoi dissolvere. Io invoco. Invoco! Un colpo di forcone, una goccia di fuoco.

Ah! risalire alla vita! Gettare lo sguardo sulle nostre deformità. E questo veleno, questo bacio mille volte maledetto! La mia debolezza, la crudeltà del mondo! Dio mio, pietà, nascondetemi, mi comporto troppo male! – Sono nascosto e non lo sono.

È il fuoco che si rianima con il suo dannato.

Arthur Rimbaud (traduzione di Cosimo Ortesta)

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