“Il ricordo”, racconto di Domenico Alvino

ricordo

IL RICORDO

Appena dietro la svolta, apparve la casa, uno spicchio tra i lauri, con una infilata verticale di finestre. Si rivide qui fermo, con le gambe paralizzate, e davanti a lui il fantasma della nebbia che avvolgeva gli edifici, si piegava in giù a cascata ad impigliarsi agli alberi dei giardini, mentre la luna forandola mandava i raggi obliqui attraverso i giochi delle foglie.

In un lampo, gli venne incontro una figura di donna, dall’andatura ondeggiante e la testa un po’ china da un lato, con il braccio che oscillava sul ritmo dei passi. Una figura già vista, ma dove, quando?

Cominciò a frugare tra i ricordi, in cerca di un luogo, un tempo, un’atmosfera dove collocare quell’immagine risorgente. Ma i giorni e gli anni e i volti scorrevano uguali, né dalla massa emergeva nulla che lo aiutasse a ricordare.

Nella nebbia riprese a camminare verso casa, doveva ad ogni costo dormire quella notte tutta intera. Cercava in tasca la chiave del cancello. Oltre l’inferriata si vedevano le scale, che dall’atrio salivano d’una rampa e, svoltando a destra, si perdevano. E di nuovo si aprì uno spiraglio nel ricordo: un gran portone dagli alti battenti, che lasciava intravedere in fondo una scalinata di marmo bianco, che però non si perdeva, ma saliva a vista fino al primo piano, dove a destra ed a sinistra si ergevano delle statue. E poi, ecco un coro di voci femminili, che sembravano uscire da quelle bocche marmoree, emanare dal volto dell’edificio e scendere fino ai suoi piedi, per poi risalire attraverso vene e arterie, ossa e nervi, su per le viscere e la gola fino al cervello. Il quale anche adesso come allora prendeva fuoco, mentre gli occhi lacrimavano e un nodo gli serrava la gola. Nel tramestio dei ricordi non era possibile vedere con chiarezza, ma si trattava certamente di un’attesa, di un’angoscia per qualche motivo dimenticato, o inspiegabile, come la paura dei bambini.

Trovò la chiave. Ora saliva le scale. Certo si trattava di un’attesa o di un ansia. Di nuovo la figura ondeggiante gli veniva incontro, ora accompagnata dal coro delle voci. Fermo, con un piede sullo scalino, si sorprese ancora a frugare nella memoria chiedendosi dove e quando. Gli venne da pensare alle storie di fantasmi udite da bambino nelle notti d’estate, quando si stava all’aperto a smaltire il caldo. Giochi anch’essi della memoria, immagini risorgenti chissà da quali inconsce alchimie. Riprese a salire tenendo in mano la chiave della porta. Anche facendo attenzione, non riuscì ad evitare lo scatto della serratura.

Entrò, richiuse. Con circospezione si diresse alla cucina. Tirò fuori dal frigo la bottiglia dell’acqua e bevve. Mentre beveva sentì la madre che lo chiamava. Nel silenzio della notte, il suo nome sembrò risuonare da lontano, da un tempo che gli sfuggiva, che non riusciva ad inquadrare in un luogo o in un’epoca della sua vita. Ma la voce che lo chiamava sembrava uscire da sorgenti sperse nel bosco, e parlare di uccelli, di uccelli dorati. Ma il volto di quella donna com’era? Ripose il bicchiere e s’avviò verso la sua camera, ma davanti alla porta ricordò di non avere cenato. Tornò indietro e andò a guardare nel forno, dove di solito gli mettevano in caldo la cena. C’era un piatto ricoperto e, sopra, un tegame anch’esso incoperchiato. Ma dove. Quando. Richiuse il forno. Meglio del latte fresco. Se lo versò alla luce della lampadina del frigo aperto e s’accorse che qualcosa d’altro, non lui, aveva determinato quel cambio di programma. Ma che cosa. Bevve. Riponendo il bicchiere, non riuscì ad evitare il tintinnio. E mescolato a quel tintinnio, ecco di nuovo quella voce lontana che modulava il suo nome, mentre lui si vedeva al banco di un bar a sorseggiare una bevanda, del latte o un cappuccino o insomma qualcosa di simile. E lei era là, quell’immagine del passato era là seduta su uno di quegli sgabelli alti che si usano nei bar per sedersi presso il banco. Ma chi era.

Si diresse nuovamente verso la sua camera, questa volta deciso a mettersi a letto e dormire, chiudendo fuori tutti quegli scherzi della memoria. Di nuovo la porta cigolò, ma ormai la madre si era svegliata e lui poteva richiudere la porta senza tante cautele. Si tolse la giacca, le scarpe, infilò i piedi nei sandali da casa che aveva tirato fuori dall’armadio, tolse di sotto il guanciale l’orlo del lenzuolo e lo ripiegò sulla coperta. Aveva ora in mente una distesa di luci solcata da vie che si diramavano a raggiera verso l’orizzonte lontano.

Come un automa vi andò incontro verso la finestra. L’aprì. La nebbia si era infittita e gli alberi erano sagome nere appena mosse dal vento. Proiettata nella massa fumosa, la marea di luci ora gli si apriva nel ricordo, mentre egli udì qualcuno che stretto a lui rabbrividiva, o tremava, o chissà cosa. Era certo appoggiato a un parapetto, con sotto il volto notturno di una città. Si trattava di un colle? Di una terrazza?

Provò a ricomporre le idee. L’immagine di qualcuno dall’andatura ondeggiante, un coro di voci femminili, un’attesa o un’ansia, la sosta in un bar con la donna accanto seduta sullo sgabello, il suo nome che vibrava nell’aria, e adesso questa distesa di luci che dava le vertigini. Rimase un pezzo appoggiato al davanzale tentando il montaggio dei ricordi. Ma non venendone a capo, decise di mettersi a letto.

Il mattino dopo, svegliandosi, vide sul soffitto le lame di luce che filtravano dalle imposte. Ricordò i raggi della luna attraverso la nebbia e tutta la storia dei ricordi che ne snocciolavano e che non si lasciavano definire. In un attimo fu vestito, bevve il caffè e uscì di casa di buon passo. Percorreva il tratto di strada che lo portava al tram. Quando ci venne ad abitare, la zona era deserta, solo la sua casa si alzava nella campagna nuda, ed un’altra in costruzione più su, verso la ferrovia, ancora con le impalcature intorno. Di anno in anno la campagna arretrava, mentre le case avanzavano, e a poco a poco prese forma un quartiere dall’architettura composita, che avrebbe dovuto, nell’idea dell’architetto, anticipare il futuro, ma i muri già si sgretolavano e un popolino fitto riempiva le verande di panni stesi ad asciugare. Lui non gradiva il contatto con quella gente, gli dava una sensazione untuosa, come se fosse di una specie di bitume, di un limo dove una volta si trovò impantanato e dovettero tirarlo fuori con le corde. Per anni si portò dentro quel senso di sporco, se lo sentiva sotto i vestiti, sulla pelle, nelle idee, persino negli umori della giornata, e la notte a volte sognava di annegarvi e saltava su a gridare all’improvviso. Quel popolino sbrindellato e vociante, grasso e oleoso, gli scorreva intorno da ogni lato, e lui si sentiva crescere dentro, addirittura nelle midolla, un grido, un ansia smaniosa di liberarsi. Si sentiva diverso, lontano da quel groviglio di istinti, da quella melassa di romanticherie, che dava eterno spettacolo di sé, e che scambiava miserie spirituali e morali per capacità mirabolanti e altissime virtù. Certo, era ammirevole la dedizione alla famiglia, soprattutto nelle donne, quell’arte secolare di vivere di poco o di niente, risicando perfino le gioie e le sofferenze nei bilanci familiari, d’accordo: ma lui si sentiva diverso, semplicemente.

In un campo, lì vicino, oltre una rete metallica, scorse delle forme accovacciate, che sembravano aerei… sì, erano aerei!… ma dove diavolo era capitato!… Si guardò intorno. Era all’aeroporto, camminando soprappensiero aveva superato la fermata del tram… come cercando qualcosa… questo gli sembrava adesso, cercando sommariamente di rappresentarsi come poteva quella nuvolaglia mentale di pensieri sentimenti umori sensazioni che gli sembrava lo avesse spinto, indirizzato oltre la fermata, fino a quella via, a quella rete… ma a cercare cosa?… Ecco! Di nuovo! Gli capitava ancora! Il muoversi improvviso di una testa, un ondeggiare di capelli… ma chi era?

Alla mercé di quelle forze che venivano dal ricordo e lo spingevano in direzioni diverse dalle solite, si sarebbe perso, non avrebbe più potuto riprendere il dominio di sé, se non si fosse… Bisognava dare un volto a quel fantasma, collocarlo in un luogo e in un tempo. Adesso stava in un prato. Si lasciò andare seduto per terra, senza muoversi guardava scorrere le macchine sul nastro dell’asfalto.

C’erano storie di persone perseguitate dai ricordi, vite distrutte in questo modo. Non voleva capitarci anche lui, che diamine. Provò con un portacarte. Lo trasse di tasca e vi frugò nella speranza di trovarvi una traccia, qualche nome, insomma un segno di quella parte di vita ormai lontana che adesso riaffiorava clandestinamente e lo inquietava. Macché!, tutte cose mute, senza relazioni, o con dei monconi, per così dire, che pendevano come cordame spezzato da un relitto di nave. Provò con i nomi di donna. Quanti ne conosceva, quanti ne ricordava ancora, o che serbavano la traccia di un richiamo a qualche persona vista e conosciuta. Alda!… correva giù per le scale della scuola e sventolava un libro verso il crocchio fermo dei compagni… Livia!… era una mattina di marzo, da un cielo grigio pioveva una luce smorta… più in là il globo di un campanile sormontato dalla croce… e l’altalena di un pupazzo rimasto impigliato ai fili del telegrafo.

Si accorse di camminare, una frotta di ragazzi gli passava accanto vociando e svoltava all’angolo. Ma dov’era. In quale strada camminava. All’improvviso un tipo altissimo, una sorta di gigante con casacca arancione gli si precipitò addosso e lo spinse brutalmente per le spalle, urlava, e lui non distingueva le parole. E sentì il dolore della schiena piombare sull’asfalto, vide la folla di volti chini su di lui, mentre gli giungeva uno stridio o chi sa cosa, e poi nient’altro. Non ricordava altro quando si svegliò.

Doveva essere all’ospedale. Era a letto. Con intorno alle pareti i suoi poster… Ma come!… gli avevano portato anche i poster… Anche i suoi libri!… Ma no, era a casa, nel suo letto. Riconobbe certe voci che gli giravano intorno, volti che a poco a poco riemergevano dall’ignoto. C’era anche sua madre. Veniva ogni tanto, pallida, e gli posava una mano sulla fronte. Che tempo era, che circostanza. Non riusciva a formulare una domanda, la voce non usciva, era bloccata alla base della gola.

Lì disteso, guardava e udiva, ma dentro gli formicolava un altro mondo, pieno di luci e bui lampeggianti: dovevano averlo afferrato da tempo e tenuto prigioniero. Ma quando e come. Perché. Si rifece disperato questo desiderio di sapere.

Venne una donna scalmanata, sulla porta, parlava di certe strade e persone, pronunciava nomi, gestiva in modo concitato. Poi un’improvvisa dissolvenza, e il fantasma del passato si sovrappose all’immagine sfocata di quella donna, si chiarì, narrava una storia sempre più nitida e precisa. Ebbe un nome: Lorella. Era Lorella. Anche la sua storia, eccola, a brevi pezzi, lampeggiamenti, stralci, ma che erano insorgenze dal maricchio intero della storia avuta con lui. Non di una storia come si usa dire, faccende di cuore e tresche sessuali, ma una delle novelle che formavano la sua vita, come quelle che formano il romanzo del Quijote. Si ricostituiva nella memoria, e non solo nella memoria, quella sorta di zeppa diegetica, senza la quale la sua vita aveva cominciato così perigliosamente a pencolare, ed era stata sul punto di un crollo. Via via che riusciva a inserire al suo posto, in quella trama narrativa, ogni immagine prima affiorata, si sentiva più in forze, fino a che…

Fino a che venne a trovarlo un amico, che non vedeva da anni e che lo chiamava Pìgoro, per quel suo vezzo di guardarsi indietro, alla vita trascorsa. Si presentò sulla porta, ma egli non lo riconobbe subito, perché aveva due stampelle ed una gamba mozzata al di sopra del ginocchio. Che diavolo… disse quando ne riconobbe il ceffo sarcastico di sempre. L’amico lo trasse d’impaccio raccontandogli il come e il quando. Sempre con quel ceffo lì, da presa per il culo di tutto e di tutti, anche di se stesso e della propria gamba finita chissà dove a marcire in qualche discarica. Volevano farne un funerale, figurarsi! Lui disse no. Che pagliacciate. Terra alla terra e vita alla vita. Così la buttarono chissà dove. O almeno così gli dissero. Glielo dissero mentre gli prendevano le misure per una protesi. Lui rifiutò anche la protesi. Vita alla vita, disse. E si alzò sulla gamba, afferrò le due stampelle che dovevano essere provvisorie, e se ne andò per il mondo con salti che le due grucce moltiplicavano per quattro. Sono più veloce di voi, disse voltandosi un’ultima volta, con la solita smorfia sarcastica sulla faccia.

Udita questa vicenda, anche Pìgoro saltò giù dal letto e se ne andò con l’amico a saltabeccare nel mondo. Gli riusciva benissimo far programmi, che invece prima gli abortivano regolarmente. Tanto che l’amico gli cambiò il nome Pìgoro in Pècoro, perché ora, come le pecore, si guardava solo avanti. Ma lui non attinse il pecorino della celia, e s’immerse solo nell’avanti dello sguardo, come un airone.

Domenico Alvino

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