Alessandro Parronchi: dal “Coraggio di vivere” a “Replay”, di Gabriella Cinti

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Alessandro Parronchi, Firenze, 26 dicembre 1914 – Firenze, 6 gennaio 2007

Se la partita nuovamente intrapresa da Alessandro Parronchi con la poesia e con la vita, secondo il poeta si ripete, mi sembra che in questa ripresa il ludus poetico ed esistenziale acquisti tonalità nuove, o meglio si chiaroscuri maggiormente grazie ad una contrapposizione più forte delle costanti tematiche dell’autore. Inoltre i circa venti anni trascorsi dal punto centrale della sua opera, Coraggio di vivere (1956), hanno portato una visione più smagata e amara di se stesso e delle proprie motivazioni umane e letterarie. Un primo, circostanziato esempio di questa evoluzione mi pare rintracciabile in un confronto fra due espressioni poetiche, una che appartiene alla raccolta sopra citata e l’altra tratta dal volume L’estate a pezzi del 1979. Il tema affrontato è un’idea dominante nel pensiero di Parronchi, cioè la sofferta fiducia nel valore esistenziale della poesia, nella sua capacità di dare una consistenza alla vita ontologicamente più forte della pura rievocazione. Ma ascoltiamo direttamente i testi. In Vecchia di fine anno del Coraggio di vivere, si leggeva:

Così ricerco in te questa deriva
di attimi perché ancora voglio credere
che tutto non sia vano ciò che è stato
vivo una volta, te che sei più viva
perché soffri di più, e giovane ancora…

Diversa mi appare la voce di Parronchi nel 1979:

Potessero almeno stringersi in un pensiero,
in un ricordo diventato vita
del presente, dell’essere, dell’esistere solo perché ciò
che è stato vivo un’altra volta viva,

dove la coniugazione dei tempi verbali appare come un segnale di una mutata appercezione delle cose. Il condizionale, da sempre, è il tempo che vive estraniato dalla realizzabilità dell’azione, esule dalla “presenticità” implicita dell’indicativo. Sembra che Parronchi ora sfumi quella che Bo ha definito «la natura esclamativa della sua parola», perlomeno nella accezione assertoria, in una forma quasi ottativa resa più angosciante dal solco irrevocabilmente percorso du temps perdu. Ma la poesia di questo autore è ben più complessa, per cui è impossibile ed arbitrario tracciare direttive unilineari del suo pensiero. Anzi, l’impressione che scaturisce da una lettura attenta delle opere è proprio che la sua cifra consista in una non pacificata coesistenza di motivi anche contrastanti tra loro che si intersecano e ritornano in diverse poesie. Difatti, se nell’ultima produzione si fa più amaro lo scetticismo dilagante sulla “esistibilità” del vivere, testimoniato da parole come queste: «Questo è il triste risultato del mio viaggio: / la scoperta del vuoto del mondo», d’altro canto, con non minore intensità Parronchi riafferma la sua non rassegnata professione di fede nella vita, sia pure filtrata attraverso la lente della poesia, con queste espressioni:

Una vita senza slancio è inconcepibile.
A me basta qualche briciola che sfugge
alle mille imperfezioni, alla condanna
della morte, che sfavilli come gemma
che disseti come vino.

E ancora, più avanti:

… Non si tocca mai il fondo …
Una speranza resta:
di vedere le cose da un altro sott’in su.
Io seguito a regredire per una via diritta.
E la poesia che conta è l’ultima scritta.

Ma la posizione apparentemente fiduciosa ed entusiastica di queste parole va analizzata più in profondo. Replay afferma sì una privata “decenza” del vivere, la necessità eticamente insopprimibile di dire la vita e con ciò trasfigurarla, restituirle una parvenza di integrità che sembra sempre perduta, ma a me pare che questa energica volontà non costituisca una facile adesione al tempo e un’accettazione serena della vicenda esistenziale; piuttosto ne emerge una disperata ricerca di contatto con il mondo, un tentativo mai risolto di inserimento nell’“enigma”, nel “mistero che esiste” e di arginare così il ruinante passaggio che contraddistingue la storia dell’uomo sulla terra. Così, la parola di Parronchi sembra votarsi, con tenace disperante slancio, con l’energia di una conquista morale mai raggiunta del tutto, alla poesia come mezzo di significazione del reale, che non sortisce a un suo riscatto. Poesia infatti per l’ultimo Parronchi è:

… arte … non inutile quando
non è chiudere gli occhi. Poesia
non è voltarsi indietro ma discernere
tra quel che all’uomo è di necessità
primaria, imprescindibile
tra la fame la sete il sesso il sangue
e le cose di cui non può fare senza

poesia quindi come discernente ricerca sulla realtà. Ma che questa consacrazione sia tormentata ce lo attestano parole come le seguenti da cui trapelano una tensione al limite delle possibilità del poeta: «Un lavoro di anni / per dar fuoco a un istante», «Tutto quello che sfugge alle statistiche m’interessa: solo quello», «Scelgo d’andare verso ciò che non conosco. Solo nell’incontro è la salvezza». O ancora, più oltre: «Avanti, fino all’infarto». Mi si perdoni l’insistenza sulle citazioni dirette dal testo ma mi sembra che esse più che ogni altro discorso mediato, illuminino più chiaramente le sfaccettature di un’idea. Dunque, ad indicare quale carica ossessiva sia implicita in questa fedeltà alla parola, che sembra fare di Parronchi un “forzato della poesia”, valga citare questi versi del 1971:

È finita, non posso più sfuggire.
Ogni parola se ne tira dietro un’altra,
strettamente connessa
e quando resto
a secco di parole non mi salva più nulla.

e, più oltre:

Quello che abbiamo in noi
tutto e presto si esprima
Tutto il passato è sempre qui, presente
tutto è, sempre, lo stesso.
Non mi stacco, non sciolgo
le catene mai che mi tengono avvinto.

O, sempre nell’ultima raccolta, leggiamo questa espressione, lapidaria ed epigrammatica, che suggella con lucidità e vigore il “destino” poetico di Parronchi: «Tra un quieto appagamento e una sete infinita / ho scelto la condanna a vita». E che di condanna si tratti, di torturante “macerazione dell’essere” (che però è qualcosa di più serio e tragico del “gioco fatuo” dell’interpretazione di Macrì, mi sembra di arguire da interrogazioni drammatiche come questa, in cui la dichiarata opzionalità su se stesso non testimonia affatto una apertura di speranza: «Vincerò il tempo con opere che dureranno / o vi rimarrò chiuso come un sorcio in trappola?». O ancora nella poesia omonima al libro Replay: «Né ancora s’è spenta quella voglia…» (di dire)

… C’è una paura che le cose muoiano
che nel tempo che è detta la parola s’estingua
che l’urlo rimanga senza eco. Questa paura
sospinge l’uomo da millenni …
… Quando questa fede finirà
guardateli da me, cacciatemi via
perché sarò il peggiore di tutti,

dove la poesia appare un sottile, precario velo protettivo nel cammino di deiezione che è assegnato all’uomo, per cui prima, dopo ed oltre di essa non vi è che male. Tuttavia, richiamandomi a quanto detto in precedenza, le posizioni di Parronchi non sono mai univoche e lineari bensì si chiaroscurano di tendenze diverse compresenti in una medesima concezione del mondo. Nel nostro caso, voglio dire che mentre Parronchi tenta, proprio attraverso l’attività letteraria, una sorta di recupero dell’esistenza, un’affermazione della sua dignità, nello stesso tempo egli ha chiara una percezione della labilità di questo spessore che così disperatamente ha cercato di conferire al mondo. Ed è qui che la positività della voce attuale si incrina, per cui non mi pare che si possa parlare di un nuovo salto di ottimismo in Replay: giacché tutta la raccolta mi appare venata da motivi di desolata sofferenza, ritrovabili in altre forme anche nelle opere precedenti, ma sottolineati ed interpretati ora con tono più stanco e smagato. In primo luogo vediamo una disincantata, quasi ironica critica di se stesso:

– Ma allora tu non sai?
– Sono l’eterno inganno, quello che non ha capito, quello
che ancora s’illude e forse mai
saprà. Ma tutto non sapere è bello

Diffuso in tutta la produzione parronchiana è il senso della inattendibilità della vita, che poi coincide con la coscienza che “il tempo non è che un’illusione” e che la verità sfugge alla morsa di ogni desiderio di possesso e già segnalato nel Coraggio di vivere in una perplessa interrogazione: «Davvero / l’essere noi vivi, mi chiedo, ha un perché?», e in poesie emblematiche come La vita: «La vita sfugge al suo avversario… Così si compie in questa sera la vita che non s’avvera», o Giorni: «Sempre / qualcosa d’imprevisto ci delude / o illude», o Il paesaggio dipinto: «Si muore, anche da vivi, a tante cose». Attraverso queste immagini, che sanciscono lo scarto tra realtà frammentaria, dimidiata e vita pienamente compiuta, di cui ci è negato il raggiungimento, quel sentimento di “inesistenza dell’esistenza” di cui giustamente parlava Pasolini nel suo Parronchi e la “via dell’umano”. Meno calzante mi sembra, o perlomeno valida non in maniera assoluta, la diagnosi pasoliniana sull’autore, di “autocoazione depressiva”, giacché ritengo che, in primo luogo, il composito insieme dei motivi di Parronchi, raramente permetta definizioni uniche e “ad una sola dimensione”; in secondo luogo quel giudizio sa di fisiologico mentre qui è in causa una più metafisica Weltsanshaüng; in terzo luogo, ammesso che vi sia, il poeta reagisce ripetutamente e con vigore a questa sua tendenza disperante, opponendovi una sorta di entusiasmo vitalistico, per cui al massimo si può parlare di dialettica tra contrastanti principi. Tornando, dunque, al senso transeunte e sgretolato dell’esistenza e alla non credibilità della realtà, è da notarsi come esso si intensifichi in Replay anche in virtù di una accentuata abulia nei confronti del mondo. Già all’inizio, infatti, leggiamo: «Il mondo è vario, ma da tempo / la sua varietà non mi attira», e ancora: «Ogni luogo che amore suggerisce / chiuso è per chi non vuole o non può più / viver tutte le vite già vissute», dove più lucida e amara è questa distanza, alla luce del tempo perduto non più ritrovabile. E ancora sapore di rinuncia, di deliberata volontà, ci comunicano queste parole: «Lo spettacolo del mondo che ogni giorno si rinnova / non m’attrae più». Più triste Parronchi quindi, per quel tanto di irreversibile che vi è in questo atteggiamento, già enucleato precedentemente (e come vedremo tra poco), ma reso quasi definitivo e solidamente insuperabile dal precipitare degli anni. E ancora, in Ricordi: «L’unità non si raggiunge. Ogni nucleo perfetto a poco a poco / si logora», o più oltre:

Quel che non scivola è l’eterno inganno
teso a chi crede nell’amore
a chi cerca uno sbocco,
a chi s’esalta,
a chi seguita a illudersi che valga
qualcosa ancora mettere il suo piccolo
lavoro di formica
a riparo dell’universale diffalta,

che scandisce vibratamente l’erosione di ogni certezza, la trascolorante relatività delle cose e dei valori umani. Il senso della realtà non è afferrabile mai nel presente (e, vedremo più oltre, neppure nel passato):

Questa lenta trasformazione in giorni
delle cose che accadono, dovrebbe
farci capire a un tratto
dove portano gli anni
dove la nostra vita.
Invece sempre qualcosa ci svia
dal giusto intendimento

Anche l’anelito all’interpretazione come surrogato di possesso del mondo abortisce in un solenne, beffardo échech. A tal punto è derealizzata la vita che, proiettata sullo schermo della morte autentica, già avvenuta, di altri, perde le caratteristiche che la contraddistinguono e diventa essa stessa, morte anticipata, sotto forma di prismatico, confuso sogno, limbo pauroso e disperato, come leggiamo in Sono venuto a farti visita da morto:

… Ma era vita
o era morte? La mia non è paura
di non aver vissuto, ma è paura
di aver fatto questo sogno,
un sogno orribile
dove il bene al male si confonde,
dove un incubo soffoca il respiro
di chi cerca un’esistenza
e non trova che serpenti che lo mordono
nel più vivo delle carni,
e non trova che fantasmi,
e i morti stima vivi e i vivi morti
ed un sogno la realtà, la realtà un sogno
in cui illudersi, perdersi, estraniarsi,
diventare altri da sé, da quel che si era
nella dolce primavera
che più non si ricorda, dalla fonte
della vita di cui si può far senza.
Ah potessi risvegliarmi dalla morte!
Ah potessi risvegliarmi dalla vita!

D’altro canto Parronchi aveva già affrontato questa tematica, che ora è resa forse più straziante dalla corrosione scettica della riflessione attuale, anche in alcuni versi del 1948, Occhi sul presente:

… mentre che intorno, diviso
come da un vetro, egli si vede il mondo
procedere nel suo lusso incolore
incapace di raccogliere la rosa
di cui non è che l’ombra
sfiorarla e non vederla, ed io con loro…

o, più tardi, verso il 1954, nella famosa A che pensi?:

Penso ai giorni
d’aprile che non io ma un altro certo
ha vissuto
come in un sogno, ora richiusi
sigillati dietro un vetro trasparente
in un verde irraggiungibile deserto.
Penso a quando sulla terra sarà come
noi non fossimo mai stati, a quel vibrare
delle tremule nell’aria, a quegli odori …

in cui è già evidente il senso della esclusione, dell’isolamento dal mondo, espresso sotto vitrea, madreporica metafora. Questa estraneazione, inoltre, non è solo indistinta e generica, nei confronti della realtà in toto, ma, a causa di maggiore sofferenza, investe anche i rapporti personali del poeta con gli affetti più cari, i soli possibili portatori, forse, di una salvezza. Leggiamo infatti in una poesia del Coraggio di vivere:

C’è qualcosa al di là d’ogni sentire
che per sempre resta chiuso, s’isola,
come ora, senza possibilità d’intesa,
estranea a me corre la tua vita.

O ancora, più oltre:

O vita che vuoi illuderci e non puoi
o luna che non sei più che una lampada
tra i fastigi sereni d’una bianca
città, ovunque andrò
sempre il tormento di ciò che non ho
mi seguirà?

o ancora in Contraddizione:

Nulla di ciò che progettiamo ha termine
in questa vita, e solo finisce ciò che s’ama

o ancora, in una sorta di gioco poetico:

Lamenti che mai nulla finisca in questa vita …
Amalo, e finirà

Il tono semironico e provocatorio di questi ultimi versi rappresenta il paradosso esistenziale riservato all’uomo secondo Parronchi: la pienezza dei sentimenti o della vita tout court, sorge all’ombra dell’assenza dell’oggetto desiderato (e veramente in tante poesie vi è una segreta celebrazione dell’Assenza); la felicità non solo non collima con il tangibile possesso, ma anzi quest’ultimo è foriero di morte, di nulla. L’accesso alla pienezza dell’esistenza non avviene attraverso il manifesto riconoscimento dello statuto umano, in cui è implicita una qualche effettiva fruibilità dell’esistenza. L’unico modo, forse, per vivere la vita è di contemplarla, oppure, più parronchianamente, essa va colta (e qui Parronchi sembra allinearsi alle posizioni del penultimo Montale) nei “disguidi del possibile”, nell’incompiuto, nel potenziale. Ciò non toglie, tuttavia, che non permanga, struggente, questo anelito al ricongiungimento, per esempio, con l’amore, che rappresenta un potente mezzo interpretativo della realtà. (Nel Coraggio di vivere, leggevamo infatti «Non finirò di raggiungerti mai…»). Occorre tuttavia ricordare, prima di prendere più dettagliatamente in considerazione la poetica parronchiana dell’“istante” (che non ha qui tuttavia il sigillo montaliano dell’eternità), come questo distonico straniamento dal reale, dall’amore, ecc…, investa non solo la dimensione presente, peraltro così fuggevole ed inconsistente in Parronchi; essa infatti si dilata retrospettivamente anche al passato, in tutte le sue opere e in particolar modo in Replay, acquistando così una più desolata connotazione. Lo sconforto infatti si aggrava nel tempo sia per la gran folla di dolorose memorie, sia perché questa maggiore distanza cronologica diminuisce, in proporzione, la possibilità che il ricordo si ribalti in speranza, in evento che può ancora avvenire e riscattare imprevedibilmente il poeta. Il senso del tempo trascorso è doppiamente tragico per Parronchi, in primo luogo per la sua irrecuperabilità, già dolorosamente affermata nella Incertezza amorosa (1° Quaderno del Coraggio di vivere):

C’è una luce stamani per chi torna a sentirsi lasciato
dagli angeli, ripreso dalla terra, ricondotto a morire,
per chi ha avuto la sua parte di cielo e sa che ormai la vita
deve ricominciare ogni momento
senza più trasmutarsi in avvenire…

oppure in Lettera: «Chi può dire del passato: è ancor mio?». Prosegue la misurazione poetica di questa incolmabile distanza in questi versi di Replay:

… E per quanto si cerchi
scampo nella dimenticanza
nessuno può far sì
che nella notte non s’ode battere il suo martello
perforante sul fondo delle nostre convinzioni, del nostro passato,
finché una voragine non s’apra, il cielo non vi cada a pezzi e il vento
trasformato in un tragico risucchio
non si beva quel che siamo quel che fummo
in un’epoca felice non più vera
di quando non lo sia l’insetto che ti sfiora nel buio

dove la fluttuante evanescenza del passato è quasi equiparata ad un non meno incredibile e sfuggente presente. E più oltre, con maggiore crudezza nei propri confronti: «… Non serve / baloccarsi con ritmi di gioventù». In Pendolare, inoltre, leggiamo due versi che sembrano come una programmatica professione di sfiducia nel potere salvifico del ricordo, perché il passato offre a chi vi si immerge solo manciate di nulla: «… il compasso della memoria slitta nella sabbia. / Sfugge anche il senso delle cose se le cose fuggono». E a lenire questa implacabile coscienza du temps perdu, non servono gli abbandoni nostalgico-affettivi alla memoria passata, che fa rivivere per intermittenza “un gesto, una figura”, sepolti ormai per sempre dietro lo schermo invalicabile della morte. Parvenza di illusione o ingenua memoria senile? A me appaiono poco più che labili ombre che non infrangono il drammatico nucleo speculativo, pur variegato e denso di chiaroscuri, dell’ultimo Parronchi. Ma vi è un secondo motivo per cui il passato è causa di ulteriore sofferenza, tanto più intensa, concentrata, senza scampo, quanto più chiusa al rimpianto e al rammarico, ed è cioè l’idea, centrale nell’autore, che la vita anche nel ricordo non conosce la felicità, non concede incontri autentici né reale comunicazione con gli altri, non salva ricostituendo in pienezza armonizzante l’“io” umano che resta diviso da sé e dal mondo, monade tra le monadi. Il passato ribadisce lo scontro tra il sogno e la realtà, l’impatto dell’esile barlume di speranza con la crudezza della verità “effettuale”. La derealizzazione del mondo è cosa del ricordo e del presente, è intuizione sulla vita nella sua totalità; la rievocazione del tempo trascorso non può che accentuare questo struggente rammarico, nonché rinunciare alle forme anche minime di consolazione. Già nel Coraggio di vivere leggevamo:

Vorrei dirti che tutto può rinascere!
Ma anche questo per te non è che inganno
di parole, non vera verità.
Il suono delle mie parole muore
qui in me, né può rifrangersi tra i muri
della tua stanza che ti sa delusa,
non può forzare il chiuso di un ricordo
se anche più nel passato non ha senso.

O ancora, in Veglia di fine anno:

… Sto spiando
l’ora che s’avvicina e che nel varco,
d’un altro anno ci mette. Per poi dire:
non c’è più tempo. E rivedere i nostri
gesti fissi, immutabili, contorti
nella impossibilità d’esser diversi
da come sono stati e ci han portato
fino a qui, soli come siamo ora,
che per avere un volto a cui parlare,
vero, dobbiamo chiederlo alla notte.

o, più emblematicamente, in Lido:

Quel che fu non è vero. Non è vero
ciò che volevamo e non avemmo.

Il tempo non porta novità o speranze, ma riconduce nel carcere delle certezze negative, della rinnovata impossibilità di comunicare, riconoscersi, mutare… Replay ribadisce anche più amaramente l’irrevocabilità del passato, unita alla doppia consapevolezza che anch’esso comunque, come il presente, non è il tempo delle agnizioni catartiche, che la realtà elide la presa di possesso e si dilegua di fronte alle nostre velleità ermeneutiche:

Quello di cui non seppi serbare l’essenza
fu il tempo dell’amore,
frutto maturo
subito dissolto … le notti insonni, gli incensi bruciati
alle dee mattutine,
nella ne serbo. Perché quei momenti
eran sempre al di là del desiderio
o già trascorsi … realtà
oltrepassata prima di raggiungerla.

Ritornando a quanto accennato nelle pagine precedenti sulla tensione di Parronchi all’incompiuto, è possibile riconoscere nella sua poesia una forte attrazione per la vita allo stato semplicemente potenziale, suscettibile di vaga realizzazione; questo perché il tempo nega la possibilità di realizzare i desideri e nega ancor più crudelmente ciò che crediamo possessi gnoseologici e che si rivelano solo pseudo-verità. dunque, Non resta dunque, al poeta, che privilegiare la vita incognita, che potrebbe essere in modo potenziale o virtuale, la vita indefinita e indistinta insomma, immagine sognante di cui all’uomo rimangono soltanto barlumi. Di questa gnoseologia sui generis, emblemi sono gli istinti, tenui indizi se non del miracolo almeno di una minimale sopravvivenza, di una benefica sospensione della guerra contro il tempo e di momentanea conciliazione con il dolore. Questo procedimento è evidente in Replay; esso tuttavia riporta immediatamente, dopo una meteorica durata di luce all’oscurità della sofferenza senza scampo, in cui il poeta si aggira. Ma leggiamo direttamente i suoi versi:

A ridosso del dolore s’inerpica
felicità … Ma sembra
che solo colta a caso in un interstizio
del tempo la vita s’accresca.
Dunque son solo e disperato.
… non ci son frutti più sapidi,
non c’è felicità che dall’attrito
della carne sulla pietra non nasca.

La memoria non salva e non consola, forse soltanto il rêve di istanti può farlo, ma la vita che passa ha portato al poeta un dono impegnativo e non sempre gradito: la lucidità; per cui veramente lontano e d’altro tempo suonano questi versi tratti dal Coraggio di vivere, con cui vorrei concludere. Essi, pure, rinviano forse alla segreta sorgente della ispirazione di Parronchi, a una delle molle della sua tensione umana e morale, diversa da quella “ipersensibilità dell’infante negato alla maturità o dell’uomo ritardato da una cultura «fissata e non più in coincidenza con la storia», che gli vorrebbe Pasolini:

Cerchiamo invano il perché del nostro cieco
ricrearci una ragione di soffrire. Per noi, razza che gli anni non maturano
non c’è che questo andare
e venire di sogni.

E in una poesia del sogno esistenziale noi vogliamo ricordarlo per ricordare a noi, come monito, che di questa materia è composta l’anima umana, a cui i poeti danno sostanza e speranza.

Gabriella Cinti

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