Pablo Neruda e l’oscura fosforescenza di una primizia, di Michele Rossitti

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Il quindici maggio, cessata la grandine, durante la conta dei danni alle serre, nella chiusa a margine degli impianti irrigui trovo due pulli di gazza che il tornado ha scaraventato col nido, dopo aver divelto i rami di un’acacia. Sistemo la prole in un cartone, al tiepido, dopo aver disposto una lettiera di segatura. Vinto lo shock, i nidiacei cominciano a pigolare con il becco aperto, di solito quando la scatola vien scossa. Nella speranza che accettino cibo, somministro camole e briciole sode di tuorlo d’uovo. Le gazze divorano voraci i pezzetti per poi rintanarsi in un angolo della culla di fortuna.
Mi procuro il pastone per insettivori, poco paté da imbecco e inizio a svezzarle circa ogni tre ore. Man mano che crescono trito carne cruda, interiora di pollo appena sbollite e purina. Presto imparano a bagnarsi e, se riempio una teglia utilizzata come piscinetta, bisticciano per godersi l’acqua. Cresciute in fretta e abbandonato il cartone, le bestiole dimorano sul pino dell’aia.
Una delle gazze, la femmina, battezzata Perla perché più magra e di blu meno intenso, mi segue ovunque. Assieme a Chicco, il fratello, è libera di razzolare con i tacchini per poi ritornare a pranzo. Se la ignoro, Perla gracchia, si posa in testa o sulle spalle e esige il menù, dopo vola sul pino per la siesta. Contende alle tortore il ribes della pergola e complotta, intenta a togliere il mangime al cane: a turno lo distrae e gli pizzica la coda mentre il maschio ruba le crocchette. Per vendetta all’usanza dei coloni di addestrarle, vengo colpito alle nocche da uno stecco che Chicco, posatosi sul braccio, lascia cadere quando rivolgo le attenzioni alla sorella che infila sassi nella ciabatta e ripete ciao. Si sa, le gazze son libertine per un “papi” adottivo e, a aprile 2018, giunto il periodo degli amori, mi pianteranno in asso. Sebbene Perla, a volute, altaleni un’aureola sulla nuca e velleità ieratiche da affresco di Giotto lusinghino, l’istinto fa da padrone e s’incurva forca caudina per spezzare l’idillio di Cincinnato. Non sempre se semino chicchi rastrello covoni e preferisco la pinguedine corvina di Totò e Ninetto al fuggire i malgoverni dietro Gli uccelli di Aristofane. Scemi i falchi impenitenti e i passeri guerrafondai che vanificano l’omelia nel saio di due reietti, sgridati per il fioretto disatteso! Declassarsi profughi apolidi nei luoghi natali e, d’improvviso, venir ricondotti al diritto arcaico di una costituzione, alle ragioni che determinano le norme con la filosofia, attiva nei rinunciatari l’integrità, attraverso il rigore delle leggi li rende esploratori e custodi di sé. Negli Academica posteriora una temperie etica grata a Varrone argina a suon di consigli il declino con il falso abbraccio di un figlio. Ieri come oggi, l’incoerenza pesticida di Cicerone svende, invece la retta teoria della rinascita è esule e un Allende assai controverso già proscritto alle presidenziali. Date in eredità da uomo a uomo, la cultura e lo spirito di riforma sposano il pensiero e l’agire in simbiosi difficile: la reputazione si perde senza depravarsi dentro. Giocarsela sulla pelle è di pochi. Altresì, in campagna, la fatica degli umili denuncia il lucro sulle derrate e gli sprechi che mercificano il prezzo di tante vite, senza mentire i reumi del contadino veterano e la piaga del caporalato. Beffa della sorte, il gusto rustico è trattore Landini che scoppietta in bianco e nero il galateo di rito pari all’avarizia del suolo ricco. Nel cuore, negati segni divini, la nonna mi preme una luce crepuscolare, apparecchia il tavolo e lascia la stufa accesa con l’uscio accostato per permettere al suo tesoro di ritrovare la via di casa. Il nonno fuma, pulite le stampelle sfoglia il giornale ma, dai titoli, la cronaca ignora le piogge e il pericolo per lo zio che, in sella alla moto, vorrebbe tornare. Gazze sul pino, i mei cari vengono e vanno però al buio, quando l’accendisigari premuto alla falange del pollice rasserena il sentiero. Tra fusti incannati, incendio una scheggia di mugo resinoso e setaccio l’orto per riempire il cesto fino al canto del gallo e al levar del sole dalle melanzane.

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Ai chiari d’aurora, soffio la torcia prima di insaporire quei visi nel mento, mastico l’aglio appena sporco ma ansimo apnee per non male odorare i loro pallori, faccio salire la limaccia sul dente della forca perché Perla se la sventri eppur le dedichi l’Ode al pomodoro di Neruda:

Michele Rossitti

La strada
si riempì di pomodori,
mezzogiorno,
estate,
la luce
si divide
in due
metà
di un pomodoro,
scorre
per le strade
il succo.
In dicembre
senza pausa
il pomodoro,
invade
le cucine,
entra per i pranzi,
si siede
riposato
nelle credenze,
tra i bicchieri,
le matequilleras
la saliere azzurre.
Emana
una luce propria,
maestà benigna.
Dobbiamo, purtroppo,
assassinarlo:
affonda
il coltello
nella sua polpa vivente,
è una rossa
viscera,
un sole
fresco,
profondo,
inesauribile,
riempie le insalate
del Cile,
si sposa allegramente
con la chiara cipolla,
e per festeggiare
si lascia
cadere
l’olio,
figlio
essenziale dell’ulivo,
sui suoi emisferi socchiusi,
si aggiunge
il pepe
la sua fragranza,
il sale il suo magnetismo:
sono le nozze
del giorno
il prezzemolo
issa
la bandiera,
le patate
bollono vigorosamente,
l’arrosto
colpisce
con il suo aroma
la porta,
è ora!
andiamo!
e sopra
il tavolo, nel mezzo
dell’estate,
il pomodoro,
astro della terra,
stella
ricorrente
e feconda,
ci mostra
le sue circonvoluzioni,
i suoi canali,
l’insigne pienezza
e l’abbondanza
senza ossa,
senza corazza,
senza squame né spine,
ci offre
il dono
del suo colore focoso
e la totalità della sua freschezza.

Pablo Neruda

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5 commenti
  1. Un’ode al pomodoro è proprio ciò che ci voleva. Il mondo ora se ne sdoccia e, fattosi color pomodoro, è più simile a se stesso. Sicché anche la graziosa storia di uccelli di Lucio Mayor Tosi, così poeticamente attiva, meglio vi s’incastona e brilla anch’essa così adorna di sugo pomodòreo, se è lecito un neologismo. Vada a Tosi un Alleluia di poetico apprezzamento!

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