Il problema del linguaggio in poesia, di Domenico Alvino (seconda parte)

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L’oggettività convenzionale delle scienze appena richiamate, così importante che talvolta, qualora manchi, è necessario stabilirla a mezzo di stipule, è dovuta al fatto che le suddette discipline hanno una modalità operativa molto simile a una deissi. C’è il dato e c’è il discorso che lo indica, lo significa (signum facit), pressappoco nella formula: “questo è il dato tal dei tali”. E basta. Il compito delle scienze termina qui, non va oltre, anche se ciò può sembrare semplicistico. Anche quando vi procedono attraverso lunghe e complesse ricerche, indagandone ragioni remote e prossime, origini, costituenti, modalità comportamentali, condizioni presenti e prospettive future: siamo sempre nell’ordine del significare, del signum facere, con esclusione di ogni altra inutile complicanza operativa. A fare, ad operare, sottentrano le tecniche, sia pure dietro indicazioni date dalle scienze. A cambiare il mondo, a renderlo più vivibile e adeguato ai bisogni vitali, sono le tecniche. Le scienze “significano” soltanto. Ecco perché, mentre le tecniche raggiungono il loro compimento ultimo tramite gli strumenti, le scienze, anche se hanno anch’esse strumenti e addirittura laboratori, il loro compimento ultimo lo raggiungono tramite un linguaggio, anzi dei linguaggi, verbali e non verbali, come sono i numeri, i simboli, le formule, i diagrammi, tutti specifici ma nessuno d’essi è esclusivo rispetto all’altro, sono tutti intercambiabili in base alla maggiore o minore adeguatezza e semplicità.

L’arte, invece, e la poesia che vi appartiene, vanno oltre il significare: creano, fanno cose. Perciò la poesia non si serve di linguaggi, la poesia si serve di strumenti. Il linguaggio stesso in poesia, sospende come fine a sé la sua naturale funzione significativa e diviene uno strumento, anzi un insieme di strumenti, che sono sì i fonemi, i morfemi, le parole, i sintagmi, i ritmi, le pause, i disegni musicali e tutto ciò che ha elencato Trigona nella sua discussione su Poesia e musica;1 ma anche i suoi significati – benché non necessariamente in accordo, e in contrasto anche, con gli elementi sonori – sono strumenti, com’è la bacchetta del rabdomante, che si dice tremi alla presenza dell’acqua che non vede; e s’usano a mo’ di arnesi anche i suoi diversi referenti, cosiddetti, che sono poi le cose del mondo, di cui si serve la poesia nella sua operatività. Sicché saremmo portati a dire che non esiste un linguaggio della poesia come s’è qui inteso, che è poi il modo in cui viene usualmente inteso in discorsi simili.

Sennonché si dà il caso che un linguaggio in poesia è ineliminabile, perché le cose del mondo non è che entrino in poesia in quanto vi si trasducano da se stesse per un loro magico potere di semovenza. Da se stesse forse entrano nell’animo del poeta, ma in poesia no, vi son recate dal linguaggio, che appunto questo fa, exprimit, ‘preme fuori’ ciò che è nell’animo. Sicché tutto passa attraverso il linguaggio, in poesia nulla si trova, che non vi sia portato dal linguaggio. E perciò come si può dire che non esiste il “linguaggio della poesia”?

Ma bisogna intendersi bene. Benché le cose in poesia vi siano recate dal linguaggio, questo tuttavia vi si consuma dentro. Vi si annulla. Non vi resta neppure il calco vuoto. Se si va a vedere, infatti, come il linguaggio sia connesso con il mondo delle cose, si trova che, a partire dal significare, dal signum facere, che ogni volta accosta un signum ad una res, vale a dire un’immagine acustica ad un’immagine visiva (o tattile, olfattiva o gustativa), attraverso la ripetizione dell’accostamento sempre dello stesso signum alla stessa res, si ha tra l’uno e l’altra una sovrapposizione, finché il signum addosso alla res si consuma, si scioglie, riducendosi ad appena una patina, una velatura diafana e sottilissima, e a lungo andare sempre meno avvertibile rispetto alla res che ne traspare e sola viene a viso, imponendosi allo sguardo. Della mente, certo. Allo sguardo della mente.

Questo è il modo in cui entrano le cose in poesia, quasi senza più memoria di quel signum, del linguaggio, della parola che ve le ha condotte. Così entrano gli universi, non perché vi figurino per se stessi, ma perché tutti siano asserviti alla poesia. Disse bene Dante del suo «poema sacro/ al quale ha posto mano e cielo e terra»2. I cosiddetti ‘temi’ questi sono: i mondi, gli universi grandi e piccoli, il cosmo, le galassie, che a folate si riversano in poesia, e dei quali la poesia si serve come di strumenti per le sue operazioni. Si consideri di che amplissima tastiera in tal modo venga a disporre la poesia, di che infinito strumentario da impiegare nelle sue imprese. Altro che linguaggio! Assolto il suo compito veicolare, stesso con l’accortezza del poeta perché sia a completa e rapida scomparsa, il linguaggio è ridotto al telaio bruto della sua materialità (suoni, ritmi, accenti, doppie, scempie, sonore, mute), e questa materialità si offre come un semplice strumento da aggiungere all’infinita attrezzeria.

Così resta confermato: non esiste un linguaggio che sia proprio della poesia. Come varia ed infinita è la scelta degli strumenti possibili fra le cose e i mondi, e gli universi e le galassie, le particelle minime atomiche e subatomiche, similmente varia ed infinita è la gamma dei linguaggi verbali che si possono impiegare in poesia. Ma non sono intercambiabili, come quelli delle scienze. Ogni linguaggio ha sue proprie possibilità tecnematiche, vale a dire sue risorse e mezzi atti a smuovere con efficacia l’operatività della poesia. È difficile che due linguaggi condividano le medesime possibilità, come pressappoco dice anche il Berchet. Solitamente i tecnemi che si possono mettere in opera con un linguaggio non sono possibili con un altro. È il motivo per il quale si dice tante volte che la poesia è intraducibile. Questo è senza dubbio esagerato, ma se ciò nonostante la poesia continua ad essere tradotta, non è tanto per le possibilità offerte dai linguaggi rispettivi ma per l’infinita strumenteria offerta dalle cose e dagli eventi, che sono i medesimi in tutte le latitudini. Si può presumere che sia questa la ragione che portò all’avvento dei diversi realismi, verismi e naturalismi: la scoperta della maggiore potenzialità creativa offerta dalle cose, disciolta che si fosse loro addosso la patina linguistica3, e la maggiore esportabilità che ne derivava, tramite l’attività traduttiva, del prodotto letterario4.

Domenico Alvino

1 Ivi a p. 7, 3° comma.

2 D. Alighieri, Divina Commedia, Paradiso, c. XXV, vv. 1-2.

3 Cfr. ciò che ne diceva il Verga, nell’introdurre una sua novella: che l’opera doveva sembrare essersi fatta da sé, tramite la consunzione d’ogni taccia dell’autore nel linguaggio impiegato.

4 Il problema della traduzione, in generale e in relazione alla poesia, è discusso analiticamente e inquadrato nella prospettiva operazionale, nel mio Poesia e riscrittura di poesia. Un modello teorico, in «Aufidus», Rivista di scienza e didattica della cultura classica, n. 39, Roma, Kepos Edizioni.

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