Il problema del linguaggio in poesia, di Domenico Alvino (prima parte)

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È necessario preavvertire che il linguaggio qui in discorso non è quello che, in ordine alla mappatura cerebrale, s’intende in espressioni quali “i centri del linguaggio”, vale a dire quella generalissima «capacità peculiare della specie umana di comunicare per mezzo di un sistema di segni vocali»1, ma più semplicemente quello che s’intende quando lo si fa seguire da un aggettivo o da una specificazione genetivale, come “il linguaggio religioso” o, com’è nel caso nostro, “il linguaggio della poesia”. Ed è appunto di siffatta espressione denominativa che qui s’intende mettere a prova la fondatezza referenziale, ponendo la domanda: questa espressione ha un referente? esiste nella realtà extralinguistica qualcosa di concreto a cui tale espressione si possa riferire?

In alcuni momenti storici, come in certe aree, sembra fuori di dubbio che sia esistito un linguaggio della poesia2. Si pensi ai vari dialetti della Grecia antica, più che altro lingue artificialmente composite tra diverse tradizioni espressive, e che in ambito letterario ciascuno finì con l’essere riservato a un sottogenere di poesia: l’eolico alla poesia lirica di Saffo e di Alceo; lo ionico, variato con eolismi e tratti achei, alla poesia epica di Omero, di Esiodo e a quella successiva di Apollonio e di Nonno; non rientra in questo ambito il dorico impiegato nella poesia lirica corale, nella bucolica teocritea e nella mimica siracusana di Sofrone e di Epicarmo, poiché in nulla, se non per le solite esigenze tecniche e musicali proprie della poesia3, si distingue dal dorico divenuto lingua d’uso comune tra le colonie di Magnagrecia. Anzi – parimenti va precisato – il fatto che le varietà linguistiche qui dianzi richiamate si possano gabellare come lingue specifiche delle varietà poetiche alle quali furono riservate, è indotto anche dalla loro distinzione e differenza qualitativa che le separa dall’attico, il quale ebbe infatti una diversa sorte, e come espressione propria della regione omonima – soprattutto dal 450 circa a. C., quando passò alla capitale Atene la supremazia culturale greca – fu riservato alla elaborazione appassionata e approfondita che vi si fece della cultura patria, come a dire dell’anima individuale e collettiva, sia attraverso i generi teatrali quali la tragedia e la commedia, solitamente intese quale pubblica didassi, sia attraverso le più facilmente comunicabili scritture in prosa, come quella storica, ma soprattutto l’oratoria e la filosofia, la cui comunicabilità sovente era vieppiù facilitata dalla modalità dialettica; e questo fu per l’attico il gran merito che gli valse a far da sostrato alla koinè alessandrina, e di lì ad accamparsi dinanzi al mondo ed al futuro quale rappresentante principe della lingua greca tout court. Inoltre, nella temperie alessandrina, l’attico ebbe in sorte che dentro vi si disciogliesse ogni agghindata e fino astrusa specificità dialettale e di genere, in quanto che approssimandosi alla vita più personale e quotidiana, recuperò alla cultura, alla letteratura e all’arte una più ricca e varia disponibilità di temi e di strumenti euristici e creativi, sia linguistici sia extra-linguistici.

A Roma, solo per i neoteroi, e con alquanta cautela, si può sempre in equivoco parlare d’un linguaggio della poesia di una certa specificità, perché spesso ci si discioglieva poi nel lirismo libero aperto ad ogni immediatezza della confessione personale. Per il resto, i poeti latini solitamente non si servivano di un linguaggio determinato, e tuttavia qualche caratterizzazione della lingua poetica era data dall’arcaismo e dal linguaggio sacrale. Col passare del tempo, nonostante l’affermazione dei diversi volgari, nella Romània e in tutto il bacino mediterraneo, il latino restò come linguaggio della cultura, e la consuetudine di comporre poesia in quella lingua, si deve solo al fatto che la letteratura, e con essa la poesia, era parte della cultura, e non ad un intento di considerare il latino quale linguaggio specifico della poesia entro la moltitudine dei


1 AA.VV., Dizionario di linguistica, Bologna, Zanichelli, 1979, pp. 178-9, s. v.

2 Un esempio di questo possibile equivoco, si trova in Giuseppe Manacorda, Principi di estetica, o Manuale di estetica, Edizione? 1908, p.? Dove appunto si chiama pressappoco lingua della poesia uno dei dispositivi retorici (classicismo, stilnovismo ecc.) di cui discuteremo a momenti. Indicazioni più precise della fonte non è possibile dare, perché si ha a disposizione un volume vecchio di cent’anni, mancante di copertina e di richiami editoriali. Sul dorso è incollata la scritta “Principi d’estetica”, mentre a p. IV l’autore in prefazione parla di “Manuale”. Inoltre questo libro non ricorre in nessun prontuario bibliografico. Sembra essere sprofondato nell’oblio. La pagina è stata semplicemente dimenticata.

3 In proposito si può vedere già il mio saggio su Teocrito: il che e il come, se e quando sarà reso pubblicamente disponibile.


volgari. Non altro testimonia l’epistola in cui Giovanni Del Virgilio, nel Trecento, rimproverò a Dante d’avere scritto la sua Commedia in volgare1.

Anche nel pieno dominio del volgare tuttavia si giunse a stabilire l’uso, in poesia, e soprattutto nella lirica, prima del siciliano e poi del toscano, direzione nella quale si addivenne addirittura alla toscanizzazione di tutta la poesia siciliana, con la sola eccezione di un poeta, il Protonotaro, che fu lasciato come unico testimone di quella meravigliosa stagione. Tutti sanno poi quale esito stupendo abbia dato la lingua poetica toscana nella poesia stilnovistica. Nel dolce stile, e poi nella lirica d’amore petrarchesca, si veniva a costituire, dopo il canone classicistico latino, anche un canone classicistico volgare, che durò tutto il periodo umanistico-rinascimentale, passò indenne la tempesta del barocco, e rinacque illeso nel Settecento per durare fino a tutto l’Ottocento, con impennate anche sul principio del secolo successivo, in cui fu trainato dal lussureggiare della letteratura decadente, soprattutto dannunziana. Qualche testimonianza si può addurre a partire dal de vulgari eloquentia dantesco, che stabiliva come unica espressione letteraria il linguaggio toscano quale s’era costituito nell’uso che se n’ebbe nelle corti e nella curia romana. Si può considerare altresì il caso del divario macroscopico che si ebbe, in pieno Cinquecento, tra la scrittura poetica e quella epistolare, divario che era poi il medesimo che s’era aperto tra la lingua poetica e quella dell’uso. Un esempio significativo lo si ha nel caso di Vittoria Colonna, che padroneggiavano ottimamente la lingua della poesia d’amore quale s’era stabilizzata attraverso la lirica petrarchesca, ma nello scrivere le sue lettere, o nel governare i suoi vari scrivani, ammesso che li governasse, dimostrava una sorprendente inettitudine all’uso della lingua ordinaria2. E ancora ci sarebbe da vedere, nel Settecento, l’abate di Bosisio, con il suo armamentario classicistico pieno di trombe e grancasse, tanto da esserne disgustato, a volte, lui stesso; e poi c’è la librettistica d’opera, la quale si guardava bene da parole ordinarie e si ammantava d’un lussureggiante vocabolario sacralizzato dalla tradizione letteraria, il quale fece i suoi guasti perfino nel Leopardi, che indulse nella pavonesca esibizione, non di rado gratuita e non poco molesta, di parole come garzoncello, donzelletta, credea, udia, fola, recommi, ed altre ne metta chi più ne arrivi a stanare.

A ribadire questa diversità tra i due ambiti, provvide, come si sa, il cardinal Bembo, e molti eredi ebbe negli altri secoli, fino al buon Puoti, con il quale si direbbe chiusa questa lunga tradizione. Si direbbe!, dato che si entra poi nella temperie del realismo ottocentesco, per il quale si dovrà fare altro discorso. Ma lo stesso realismo manzoniano, con il quale in Italia si apre la nuova stagione, ad onta di ogni buon proposito del poeta neoconvertito di abiurare l’uso classicistico e derivare il linguaggio della poesia dalle Sacre Scritture, nei suoi inni, che pure chiamò sacri, il linguaggio non ha nulla delle Scritture sacre, né tampoco si differenzia dal linguaggio classicistico abiurato. Il Manzoni, classicista era e classicista rimase, benché avesse dimestichezza con le novità francesi in fatto di lingua letteraria, da cui trasse anche una sua personale teorizzazione, e nonostante la Lettera semiseria di Grisostomo, con la quale il suo amico Berchet fingeva d’istruire un suo figliuolo convittore. Il quale Berchet, proprio in quell’epistola, ribadisce la liceità, o almeno la normalità per l’Italia, del fatto che vi sia una lingua poetica diversa e distinta, non semplicemente da quella di ordinaria comunicazione, ma da quella letteraria in uso nelle scritture in prosa, e che tale diversità sia data da moduli convenzionali riservati all’espressione del bello e costituitisi, lungo la tradizione, attraverso “accidenti” che variano da lingua a lingua:

Tutti i popoli, che piú o meno hanno lettere, hanno poesia. Ma non tutti i popoli posseggono un linguaggio poetico separato dal linguaggio prosaico. I termini convenzionali per l’espressione del bello non sono da per tutto i medesimi. Come la squisitezza nel modo di sentire, cosí anche l’ardimento nel modo di dichiarare poeticamente le sensazioni è determinato presso di ciaschedun popolo da accidenti dissimili.

Vale a dire che, per il Berchet, la cosiddetta lingua della poesia ha un’origine retorica. Ora bisogna sempre ribadire che la retorica – ma presa nel senso che ora qui c’impegna, non la retorica nell’antico senso di arte


1 Dice, infatti, l’antico professore (nella traduzione di Filippo Scolari): «A che sempre vorrai cose sì gravi/ Gittar al vulgo? E noi da studio emunti,/ Nulla di te poeta leggeremo?». Il “noi” vuol dire “noi persone di cultura aduse a trattare in latino gli argomenti gravi, cioè di grande levatura culturale”.

2 Celebre il giudizio in merito espresso da Ugo Foscolo, per il quale la Colonna epistolare somigliava da vicino la moglie illetterata del proprio fattore.


del dire, per altro oggi rimessa in grandi onori – è una riserva di moduli espressivi collaudati e riconosciuti efficaci per determinati usi e per determinati bisogni espressivi. Ogni volta che uno di questi bisogni si ripresenta, non occorre più lambiccarsi, basta andare a prendere nella riserva retorica uno di quei moduli già belli e pronti e il gioco è fatto.

Bene. Ma si veda in quale conseguenza si trasbordi con un simile argomentare: se tutto si risolve in un comodo attingimento dalla riserva retorica, non si capisce quale guadagno comporti l’istituzione di un linguaggio specifico esclusivo. Anzi, tutte le volte che s’è tentata una simile impresa, non pare proprio che ne sia sortito qualche guadagno, anzi, le volte in cui s’è registrato, nei poeti coinvolti, qualche esito particolarmente apprezzabile, s’è scoperto che esso era dovuto, mica al servigio reso dal linguaggio specifico, ma proprio alla sua trasgressione. Inoltre, dato che la riserva retorica è costituita di giri frastici (e perciò anche di pensieri, va bene!, di idee, sentimenti, procedimenti ragionativi e quant’altro in un giro frastico si possa encatalizzare, cosa che aumenta l’intollerabilità di un tale uso), a questo corrisponde ciò che fin qui si è dato come un linguaggio, ma non tale da potersi designare come “linguaggio proprio della poesia”, così da escluderne ogni altro uso, insieme escludendo dall’uso poetico ogni altro tipo di linguaggio.

Quel che differenzia una lingua da un linguaggio come qui è inteso, è che mentre la lingua (la langue saussuriana) è un sistema di segni elementari, di regole flessionali e modularità sintagmatiche, onde vengon via via a prodursi poi anche segni e regole distribuzionali, pronunciative e prosodiche in senso lato e, perfino, ritmico-musicali1; il concetto di linguaggio, quale s’è precisato in apertura, si connnette invece a modi d’uso della lingua, che perciò si collocano ad un livello di minore elementarità e di maggiore organizzazione, dato che per essi son già stati fatti giochi flessionali e sintagmatici, interventi distribuzionali e perfino a volte aggiustamenti pronunciativi e ritmico-musicali; di conseguenza un linguaggio non è, come la lingua, un insieme di segni elementari da organizzare secondo il principio di economicità e di ricchezza di produzione linguistica, ma trae la sua specificità distintiva, anche rispetto ad altri linguaggi, dal costituirsi quale collezione di forme collaudate ed ammesse a riuso, in cui sono già organizzati i segni più o meno elementari della lingua, a cominciare da prescelte unità monematiche, disegni frastici standard, pronunce e posture preordinate, registri che nel tempo si fissano e divengono inalienabili, nonché tematiche ed argomenti privilegiati. Ma inteso in siffatto modo un linguaggio è anche portatore, abbiam detto, di pensieri, di idee, di sentimenti et alia quae nuper diximus, con la conseguenza che tutto si raggela in blocchi standard chiusi in una oggettività convenzionale che non sa più nulla di nessun soggetto, di nessun io senziente e pensante. Il che se, riducendo pressocché a zero il rischio dell’ambiguità e dell’impressionismo soggettivo, riesce di aiuto prezioso, non solo alla comunicazione ordinaria, ma anche, o soprattutto, a quella di ambiti culturali specifici, com’è la filosofia, la scienza, il diritto, la disciplina militare e quant’altro, ambiti che, per istituto loro naturale, han la mira a determinazioni univoche di rapida e diretta apprendibilità, pone un problema non piccolo nell’uso letterario e soprattutto in poesia in cui, si dica ciò che si vuole di intromettenze egoiche da tenere a bada come contagi pestilenziali, il soggetto è quello nel quale e per il quale passano gli universi e, ciascuno a proprio modo, vanno a inseminare l’operatività della poesia.


1 Tutta questa problematica è discussa con alquanta organicità nel mio Trattatello di punteggiatura operazionale, di imminente pubblicazione.

Domenico Alvino

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