Nella spelonca dei preti è l’America di Pavese: “La casa in collina” elegge il collegio oasi pacifica nella burrasca autobiografica del conflitto, di Michele Rossitti

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Spesso bisogna correre e scrivere con la fiala incapsulata nella penna per raggiungere a breve l’albergo Roma di Torino entro la fine dell’agosto 1950. Un Cesare Pavese quarantaduenne sente addosso che la vita non trova risposta, che se stesso non ha più senso dentro l’esistenza e cerca la scorciatoia per uscire da questo mondo in linea con la sua fatica di vivere. La cicatrice della guerra, dominante ne La casa in collina, gli ha profilato l’effigie umana come enigma specifico perché in questa lotta intestina, all’indomani dell’Armistizio, manca una logica capace di iter coesi. Al di là delle potenze alleate, solo per i morti la guerra è finita, per altri, i superstiti, adesso inizia la vendetta fratricida mentre prima ci si ammazzava per colpa di uniformi diverse dal significato “forse” sconosciuto. Corrado, docente di scienze è il Pavese laureatosi con una tesi su Whitman che si intercala nei panni del professore per vagare dentro il suo disagio di tesserato controvoglia al Pnf agli albori degli Anni Trenta, costrizione indispensabile per poter insegnare al liceo D’Azeglio. Assieme a intellettuali del PCI clandestino, figura poi membro della Giulio Einaudi, costituitasi nel ‘33, quando viene iscritta alla camera di Commercio; scontato il confino a Brancaleone Calabro, in seguito, ne diventa direttore editoriale fino al ’43, data del commissariamento. La casa in collina, data alle stampe nel 1948 dalla casa editrice manifesta la sua prosa asciutta e scarna nei periodi lapidari dei capitoli XVII e XVIII, parentesi che attivano in scena due sacerdoti. Corrado insegna a Torino e la sera ritorna nelle Langhe, ospite da Elvira, amica dell’anziana madre che gli mostra un affetto non corrisposto e che il professore ha finto di non capire mai. La donna gli consiglia un istituto cattolico di Chieri dove “imboscarsi”: è risaputo, i sacerdoti si aiutano a vicenda. Corrado identifica i templi della liturgia ricettacoli di nubili beghine o vecchi ingobbiti sui biascichi, però prima di recarsi in quella scuola entra in una chiesa vuota con in fondo il Santissimo e si appoggia alla parete: pare calmarsi. Ne parla a Cate, fiamma di gioventù rincontrata dopo anni e le dice di come preti e suore siano sempre sereni ma la ragazza risponde che sono tranquilli grazie al lavoro che svolgono, cioè il vederne di tutti i colori, non perché pregano; secondo Cate, infatti, le mani giunte senza crederci, non servono a nulla. Corrado le dice che è necessario credere, se non si crede in qualcosa ci si spegne, “è religione anche non credere in niente”. Questo preambolo al culto genericamente inteso è antifona all’incontro di Corrado con padre Felice e il rettore del collegio che gli raccomanderà di assentarsi per l’effettivo pericolo fascista-tedesco. Con padre Felice però, dentro quell’architettura sacra che pieno lo coinvolge pare attratto dal luogo come dal sacerdote. Corrado il laico si è barricato in una cortina terrena, protetto da due interlocutori preferenziali; quell’isola infelice per i rimorsi trasfigura un nuovo mondo dove la vita è ancora possibile, al sicuro dal rastrellamento ma lontano dall’intervento diretto con i partigiani, quasi che quel convitto e il rapporto con padre Felice sciolgano nella persona un rebus per risolverlo d’un fiato scoop. Per rinuncia, la conversione non scende in campo nel contesto di volontario autoesilio e siederà in tribuna anche in articulo mortis. Ovvio che padre Felice impersona don Giovanni Baravalle, uno studente della Cattolica di Milano che prende i voti nel ’41, conosciuto da Pavese durante la guerra nel collegio somasco di Casale Monferrato, dove sotto falsa identità insegna fino alla Liberazione. Più consone a chi si professa distante o avulso da posizioni confessionali rispetto al fariseismo sbandierato, le riflessioni di Pavese trascinano i lembi dell’interiorità spirituale e la sua propensione nella dimensione fisica dominata da paure e traumi di un’Italia distrutta, dove, solo per ciascun ucciso, cessa il mito bellico e competitivo dell’esistere. Il motto “È religione anche non credere in niente” bene s’inserirebbe nell’ultimo scritto dell’autore sui sacrifici umani compiuti dagli Aztechi per ingraziarsi gli dei, superamento dell’egoismo attraverso la scoperta che ogni caduto somiglia a chi resta e gliene chiede ragione. Quando si suicida, Pavese sfiducia tutto, ma, paradossalmente, afferma sicuro che il sonnifero del congedo può considerarsi esso stesso un gesto rituale non propagandistico.

Michele Rossitti

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