“I versi del Satyricon” a cura di Luca Canali e Silvia Stucchi, Biblioteca dei Leoni, nota di Paolo Ruffilli

9788898613328bMolti conoscono il Satyricon come romanzo e non si rendono conto che la sua narrazione è tutta tramata di poesie, brevi e lunghe, di intonazione lirica, mitologica, epica; poesie storiche, epigrammatiche, d’amore. Per l’interesse della presenza della poesia nel Satyricon invito a leggere un libro che isola tutti “I versi del Satyricon” (Biblioteca dei leoni), un volume che raccoglie, tradotti tutti i versi che Petronio Arbitro ha intarsiato nella geniale prosa del Satyricon. Quello di Petronio è il più geniale testo che il mondo antico ci abbia lasciato in eredità, capace di competere per complessità e qualità letteraria con i grandi romanzi come il Tristram Shandy di Sterne e l’Ulisse di Joyce, che per molti aspetti si rivelano debitori di Petronio. E il Satyricon già pratica la mescolanza dei generi, con un gusto particolare per la poesia. In questo volume, si offrono al lettore unicamente le poesie di Petronio che costellano la prosa del Satyricon: sono di lunghezza, genere letterario, metro, tono, argomento assai disparato: si va dai 295 esametri del Bellum Civile recitato da Eumolpo alle brevissime poesie, di tre versi appena, recitate da Trimalchione, fulminanti nella loro pedestre ovvietà e, insieme, nella loro adesione immediata alla realtà della vita. Fra i due estremi, si incontra di tutto: dalla Troiae Halosis poemetto di argomento mitologico, avente per oggetto la caduta di Troia, sul genere dei Troikà in auge alla corte di Nerone, alle composizioni nel raro metro sotadeo, brevi liriche che parodiano l’epillio callimacheo sino a brevi, dolcissime, splendide liriche d’amore. È il Petronio poeta tradotto da un poeta, nell’ultima splendida versione di Luca Canali. Il contesto e il commento delle singole poesie è di Silvia Stucchi. Un esempio d’amore:

«Che notte fu quella, dèi e dee,
che morbido letto! Ci avvinghiammo ardenti
e dall’uno all’altro effondemmo, per le labbra,
le anime deliranti. Addio affanni mortali!
Io così cominciai a sentirmi morire».

Paolo Ruffilli

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