Donato Antonio Barbarito e Roberto Taioli leggono “La luce delle crepe” di Luciano Nota, EdiLet – 2016

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LE COSE VISTE DALLE CREPE

Le cose viste dalle crepe
sono enormemente più belle.
Le scorgo diverse, libere da impegni.
Non hanno peso, ma riposo.
Stanno sopra il capomastro.
Mai voltarsi, mai centrarle.
Sono stive
per questo assai più vive.

La nuova silloge di Luciano Nota La luce delle crepe segna una netta evoluzione nella sua lirica, una maturità poetica compiuta e originale nella forma, nel linguaggio. nei motivi ispiratori. La ricerca e l’uso di metafore ed espressioni forti, di parole “chiavi”, ricche di senso e profonda risonanza, consentono al poeta di dominare il suo mondo interiore carico di umanità e forti sentimenti conflittuali, con se stesso e il mondo. Significativo aver riportato in evidenza i versi di Catullo: “odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris. Nescio, sed fieri sentio et excrucior.” Questo spirito conflittuale, che nelle raccolte precedenti si esprimeva in brevi sprazzi di luce, carichi di soggettività, in questa silloge l’intimo sentire del poeta si connette con quello più generale della condizione dell’uomo nel nostro tempo e le espressioni liriche frammentate si intrecciano in armoniche composizioni più articolate e coerenti. La memoria del passato si veste di atmosfere più limpide e serene, il nero non è più l’unico colore, né il dolore, le difficoltà del vivere i motivi dominanti delle liriche.

VISIONE LEGGERA

Del muro, della lastra, della pietra
ho sempre avuto una visione leggera
nonostante il muro, la lastra, la pietra
m’avessero accerchiato.
È sempre stato un tragitto alterato
simile ad un occhio orbo
che ha voglia di scrivere sul marmo
che il vento, il muschio, la luce
non sono mai esistiti.

Guarda e sente il fluire della vita con occhi più asciutti e distaccati. Più ampie visioni e nuovi motivi poetici percorrono i versi: la voglia di esserci in un mondo che emargina e non riconosce il merito, l’impegno operoso e le aspettative deluse, la precarietà dei giovani che trovano grosse difficoltà in una società non inclusiva e che sempre più allarga le forbici delle diseguaglianze. Ma il poeta, consapevole e orgoglioso di saper essere pensiero, di non essere “spina” ma “cima” ingaggia la sua battaglia contro tutto ciò che sente ostile. Non vuol essere più tamburo “che quando lo percuoti ha la sventura di non suonare“, non “ propaggine” di chicchessia, ma solo se stesso, libero di esprimersi senza condizionamenti:

ANNUNCIO

Annuncio che sei agro e subbuglio
un frenetico olimpo di semi.
Precipita sotto la faccia
se stilli e boccheggi
se solo ti esalti di essere foglia.
Il gambo conosci
il fusto più o meno vorace.
È culto nuotare
in quel mare di farro.

Vive momenti di sconforto e di paure, di ripensamenti, vuole farsi “falda ” in un mare di scorie consolidate. Comunque la passione per la poesia lo libera da tentazioni e dubbi. Già si era così espresso: “ Ma ora che son qui / Acceso in ombra fra gli ulivi / Con l’eco dentro il mondo / Canto versi ai pettirossi.” – Ed ora qui conferma la voglia del canto con maggiore consapevolezza:

FORSE PERCHÉ ASSUEFATTO

Forse perché assuefatto
ai più aguzzi disinganni
che continuo a filare il manto
delle più ardue condizioni.
Forse perché scrivo
e non mi privo dell’incanto
che continuo a sostenere
il fabbisogno delle larve.

PER FARMI SENTIRE

Per farmi sentire
per farmi guarire
ho venduto tutto di me.
Perdo dunque ore d’ansia,
il permesso d’essere me stesso:
un chiodo, una fuga
la solitudine riuscita perfettamente.

Si rivolge allora ai luoghi della memoria e terra d’origine come approdo sicuro:

LA MIA TERRA

La mia terra è ciò che incide
duramente il dorso
e nel petto si stagna.
E non sarà mai spina,
ma cima.

La sente come porto accogliente e tranquillo, come bussola di orientamento. Qui le sue radici, la sua Itaca, l’àncora di approdo e luogo di riferimento per navigare più serenamente nel mare aperto del nostro tempo: Per poco, tuttavia. Il suo “spirto guerrier”, le sue ansie, i suoi tormenti, le sue paure delle grandi masse e dello spazio infinito riprendono il sopravvento e il conflitto profondo di amore-odio si riproduce: “ma è proprio ciò che mi spaventa / Questo colosso che non conosco. / Questo corpo supremo / fatto di firmamento / di fazzoletti d’oro / senza tempo“. E ancora:

IL FALCO

Sono tante le spine,
tanti i palpiti del cardo e del miocardio.
Ti desti e vedi stanze così lese
che hai bisogno di melodie tra i capelli.
Il sorriso è sul labbro del falco
appena rientrato per ascoltare
pioggia e fruscio.
Il merlo è volato.
Troppe le spine
pochi i toni nel magazzino delle viòle
che non hanno più archetti.
Ed è troppa la pioggia
il fremito per congiungersi al verso.
Il falco s’addormenta.
Il merlo non rientra.

Le liriche di Luciano Nota, frutto di una esperienza sofferta, di passione per la cultura e la poesia, di una sensibilità acuta, risultano cariche di umanità profonda e di adesione ai più sottili sentimenti che si intrecciano anche nelle piccole cose e nei più umili personaggi, in cui vede pur sempre brillare sentimenti, stati d’animo, aspirazioni che richiedono riconoscimento. La sua poesia,, anche per la piacevole armonia interna che sprigiona dai suoi versi, merita attenzione e successo.

Donato Antonio Barbarito

 

Sul più recente libro di Luciano Nota di Roberto Taioli. Dal blog Perigeion, 01/11/2016

http://www.perigeion.wordpress.com

In questa raccolta Luciano Nota dà prova della maturità raggiunta dalla sua poesia. Poeta a tutto campo, l’autore vive la poesia come una dimensione esistenziale ineludibile senza la quale il mondo appare caotico, confuso, assurdo. Filtrata da una ricca frequentazioni dei classici antichi e moderni, la scrittura poetica si insinua negli impatti, nelle venature, negli interstizi dell’essere che non è mai piatto, liscio, levigato, ma corrugato e sinuoso. Ma questa dimensione non appare evidente a chi adottasse un atteggiamento sorvolante; bisogna invece discendere nell’inferno delle cose per coglierne l’esistenza. Ciò che prima non c’era, ora appare. Sono le crepe allora che ci aprono l’occhio sul mondo: “Le cose viste dalle crepe / sono enormemente più belle. / Le scorgo diverse, libere da impegni. /Non hanno peso, ma riposo. / Stanno sopra il capomastro. / Mai voltarsi, mai centrarle. / Sono stive e per questo assai più vive.” ( 26) . Questa è a tutti gli effetti una sorta di dichiarazione di poetica ed un impegno etico cui Nota si sottopone. Non il poeta gigante onnisciente, ma l’umile abitante delle cose che ha con esse un legame, un nesso di naturalità e connaturalità. Luciano Nota sente e ama la sua splendida terra di Lucania (“Fummo ciuffi . / Uno dopo l’altro / in alcun punto potè posarsi il polline”, p. 57) ma si percepisce entro un circolo virtuoso ove tutto si riflette in noi.
Siamo specchi che rifrangiamo le spigolosità, le asprezze del mondo. Siamo nell’infinitamente piccolo di cui esploriamo a tentoni la consistenza senza una fiaccola protettrice “L’acqua gonfiava le vertebre / quando si andava al torrente / e ad esso sgorgavano nodi affascinanti di mani. / Qualcuno toccava la terra / altri inseguivano serpi. / Il più bello si assopiva sul drappo / ad un palmo dall’album che gli avevo donato. / Lo svegliavo dopo pochi minuti / alato nella scatola dei colori “ (p. 59). Capacità sensitiva e percettiva di sondare la crosta delle cose, di affondare nel de rerum natura, ordiscono la tramatura della poesia, che è ricca di cose e di oggetti, quasi come quella pascoliana. Densa ma non dispersiva, questa congerie di materiali ci richiama, ma non ci imprigiona. Non è realismo quello di Luciano Nota ma un simbolismo ascendente, ove gli oggetti nudi e crudi nella loro materialità, nella loro carne, avviluppandosi e contorcendosi in un agone senza fine, svelano l’altro che è nascosto e sotteso. Ma per far questo bisogna essere ben radicati alle cose, amarle e conoscerle, palparle, carezzarle come in un rapporto erotico, solleticarle. Complementare alla discesa agli inferi è l’ascesa, la scoperta meravigliosa di altre vie di senso che erano inesplorate e precluse. Ci ritroviamo allora e ritroviamo le cose che credevamo perdute, ma su un’altra sponda, su un altro versante. Ciò ci inquieta e al contempo ci placa in un paradosso, in un misterioso silenzio di interrogazione:

PILA D’ACQUA

Dietro la porta oserò poggiarti
parte di me, un’unghia, un capello,
o, se preferisci, la perdizione
del nostro tempo, dentro un ciocco.
Vedi, è troppo il mare, la sua grandezza
fa male, bisogna ridurre.
Il detrito è un corpo stabile,
nessun colpo potrà dividerlo.
Vieni, osiamo farci oltre la porta.
Muoviamoci in quella pila d’acqua. (p. 14).

Ridurre è trovare. Rinvenire i detriti del mondo è l’esperienza trasfigurante della poesia.

Roberto Taioli

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2 commenti
  1. Mi è capitato di leggere e commentare tre poesie brevi-incisive ed essenziali- di L. Nota sul blog Alla volta di Leucade di N. Pardini . Mi ha colpito il linguaggio, la volontaria scelta dell’uso di strumenti della retorica non tradizionali in nome di un linguaggio tutto cose e l’acuta sensibilità , pur carica di umanità, che sa assumere l’aspetto del simbolo ed entra nell’universale: spie di uno spirito lucido e autenticamente poetico, ellittico, allusivo, problematico eppure sapiente e misurato, come in PIANETA (che riporto) in cui l’Autore compie un severo lavoro di sottrazione, canta materie ed emozioni trasfigurate e come in LE COSE VISTE DALLE CREPE, e in VISIONE LEGGERA in cui vive un corpo a corpo con la parola: l’iperbole –posta e negata- diventa quotidiana melanconia: “Le cose viste dalle crepe / sono enormemente più belle….”: personalissima complessa riflessione, asciutta e spiazzante.
    PIANETA: Troppe volte penso/ che se avessi aggiunto
    colori alle macerie/ svuotati gli amplessi
    visitate le sfere in lontananza/ sarei stato un incontro.(L. Nota)

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