“Elegia scritta in un cimitero di campagna” di Thomas Gray

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Thomas Gray

Elegia scritta in un cimitero di campagna

traduzione di Furio Durando
(1978)
Prima edizione: Luzzara 1991, in Agatocrazia, I, 2, pp. 2-3.

Scandisce la campana mesta l’ora
del coprifuoco, e il giorno intanto muore.
Un gregge bela e serpe lentamente
in mezzo ai prati, e stanco l’aratore
volge di nuovo il passo verso casa,
ed alla Notte, a me abbandona il mondo.
Ora svanisce al guardo la campagna
in una luce tremola, e solenne
una quiete pervade l’atmosfera –
e non ancora dove a tondo vola
ronzando il maggiolino, e culla armenti
un sonnolento dàn di campanelli
di lontano; non là dove, imbronciato,
da quella torre d’edera sommersa,
piange alla luna il gufo o, come errando
attorno all’invisibile suo nido,
turba quel regno solitario e antico.
Sotto quegli olmi nodosi, quell’ombra
di tassi – là, dove appena s’innalza
la zolla come su sparse macerie –
dormono gli avi di questo villaggio
nei loro loculi eterno riposo.
Mai più li desteranno nel giaciglio
mattini luminosi ed invitanti
che odorano d’incenso e d’aria pura,
non i garriti infiniti di rondini
sotto quei tetti di paglia, né squilla
d’un gallo, né cupa l’eco d’un corno!
Mai più nel focolare brucerà
per loro un grosso ceppo, o la massaia
a sera il suo lavoro finirà;
nessun bambino correrà a segnar
che babbo torna, o sulle sue ginocchia
andrà a seder per agognato bacio
da disputarsi a gara coi fratelli!
Più volte s’inchinarono le messi
sotto le falci loro, e il loro vomere
più volte frantumò la terra dura:
quanto felici guidavano il giogo!
Come cedevan le selve alla scure!
Non ne derida, Ambizione, la fertile
pena, la gioia domestica, il buio
destino! No, non ascolti, Grandezza,
con un sorriso di sdegno gli annali
minori dell’umile gente comune!
L’ora fatale attende parimenti
il vanto degli stemmi dei patrizi,
la pompa del potere e la bellezza,
e l’importanza inutilmente data:
solo a una tomba recano i sentieri
della gloria! Non imputar tu loro,
Orgoglio, se Memoria monumenti
non elevò sui loro avelli, là
dove le gotiche navi di chiese,
d’alte crociere scolpite, rimbombano
d’inni e parole di fede. Può un’urna
istoriata, può un vivido ritratto
restituirci il fiato che, affannoso,
ci scivola strappandoci la vita?
Forse che può, la voce dell’Onore,
muovere muta cenere, o Lusinga
blandire i freddi timpani di Morte?
In questo luogo ormai dimenticato,
riposan forse un cuore un tempo gravido
di fuoco celestiale; mani in grado
di reggere lo scettro d’un impero,
o di svelare all’estasi una cetra.
Mai Conoscenza aprì loro la pagina
vasta e copiosa dei segni che il tempo
v’imprime; algida, Miseria represse
i lor furori, e il genio raggelò.
Più d’una gemma donano alla luce –
purissimo e sereno raggio vivo –
d’Oceano gli oscuri, ignoti abissi;
più d’un fiore si schiude all’universo
per colorarsi non visto e disperdere
vana fragranza nell’etere immoto.
Qui, forse, in pace stanno riposando
lo Hampden del villaggio, che s’oppose
al piccolo tiranno dei suoi campi
senza timori, un Milton muto e ignoto,
un Cromwell che non volle fratricidio
La sorte negò loro di strappare
a forza il plauso di senati avvinti,
o dispregiar minacce di dolore
e di rovina o, su una landa aprica,
di seminare copia d’ogni bene,
e leggere la storia di se stessi
in fondo agli occhi della propria gente!
E non ne strinse solo le virtù:
ne confinò i delitti, vietò pure
di giungere ad un trono per massacri,
di chiudere le porte di Pietà
sul viso dell’umana discendenza,
celar la lotta dei tormenti in cuore –
poi che coscienza verità non cela –
e di vergogna nata dall’istinto
spengere il rosso in volto, od incensar
al fuoco delle Muse il santuario
di Lusso ed Alterigia. Inver, lontano
dall’indecente pazza folla in lotta,
i desideri misurati loro
non seppero giammai perdere senso:
lungo la valle fredda e solitaria
di questa vita, senza far rumore,
tennero il modo ed il timone. Eppure,
a riparare anche quest’ossa misere
dal tempo che le oltraggia, qualche stele
fragile dura, e s’erge lì vicino,
e reca zoppe rime e forme incerte,
e d’un sospiro l’obolo fuggente
va implorando. Cedono il passo, Fama
ed Elegia, al loro nome, agli anni
da Musa illetterata sillabati:
ed ella sparge sacri versi intorno
a piene mani, ad insegnar la morte
al moralista saggio di campagna.
Vittima di silenzïoso oblio,
chi mai lasciò questa dolcezza quieta,
e trepida, e costante, e i caldi limiti
del luminoso Giorno senza indugio
in uno sguardo di rimpianto, indietro?
A un cuore pieno di passione inclina
l’anima in fuga, lacrime pietose
l’occhio velato che si chiude cerca:
fin dalla tomba grida la Natura,
fin nella nostra Cenere rivivono
le fiamme loro solite ed antiche!
E tu, che sai la morte senza onori,
tu che ne canti la minuta storia,
se un dì, per caso, giunto a contemplare
in solitario itinere, gemello
a te uno spirito, del tuo destin
vorrà sapere, e della vita il corso,
forse un villan canuto potrà dire:
“Tante volte – non era ancora l’alba –
l’abbiamo visto camminare lesto
ed asciugar rugiade, andando incontro
al sole su quel colle, dov’è il prato.
Laggiù, sotto quel faggio che stormisce
nel vento e intreccia le vecchie radici
in capricciose forme nel profondo,
si distendeva, pigro, nel meriggio,
fisso a mirar il gorgogliar d’un rio.
E là, dov’è quel bosco, egli vagava,
or sorridendo quasi con dispregio
nel mormorare strane fantasie,
or lacrimando impallidito, affranto,
come sbandato, o folle di dolore,
o crocifisso da un amore vano.
Una mattina non lo scorsi più
sulla collina solita, in brughiera,
presso la pianta amica. Un dì passò,
ma non apparve al rio, né sul prato
o al bosco: all’indomani fu veduto,
fra canti mesti e cupe vesti nere,
giungere lento in chiesa lungo il viale.
Va’ lì vicino e leggi, se sai leggere,
le righe incise sopra quella pietra,
alle radici di quel vecchio pruno.”

Epitaffio

Sul grembo della Terra, qui, riposa
un Giovin a Fortuna e Fama ignoto.
Onesta Scienza non guardò severa
l’origin sua modesta e, come un figlio,
per sempre lo segnò Malinconia.
Fu generoso e, in animo, sincero:
il Ciel lo compensò con larga mano;
alla Miseria tutto quel che aveva –
era una lacrima – donò: dal Ciel
ebbe un amico, il solo desiderio.
Non cercar oltre di saper, viandante,
quali ne furon meriti e difetti,
dalla dimora orrenda che li copre:
riposan nella tremula speranza,
il grembo del suo Padre e del suo Dio.

 

Elegy Written in a Country Churchyard

The curfew tolls the knell of parting day,
The lowing herd wind slowly o’er the lea,
The ploughman homeward plods his weary way,
And leaves the world to darkness and to me.
Now fades the glimmering landscape on the sight,
And all the air a solemn stillness holds,
Save where the beetle wheels his droning flight,
And drowsy tinklings lull the distant folds;
Save that from yonder ivy-mantled tower
The moping owl does to the moon complain
Of such, as wandering near her secret bower,
Molest her ancient solitary reign.
Beneath those rugged elms, that yew-tree’s shade,
Where heaves the turf in many a mouldering heap,
Each in his narrow cell for ever laid,
The rude forefathers of the hamlet sleep.
The breezy call of incense-breathing morn,
The swallow twittering from the straw-built shed,
The cock’s shrill clarion, or the echoing horn,
No more shall rouse them from their lowly bed.
For them no more the blazing hearth shall burn,
Or busy housewife ply her evening care:
No children run to lisp their sire’s return,
Or climb his knees the envied kiss to share.
Oft did the harvest to their sickle yield,
Their furrow oft the stubborn glebe has broke;
How jocund did they drive their team afield!
How bowed the woods beneath their sturdy stroke!
Let not Ambition mock their useful toil,
Their homely joys, and destiny obscure;
Nor Grandeur hear with a disdainful smile,
The short and simple annals of the poor.
The boast of heraldry, the pomp of power,
And all that beauty, all that wealth e’er gave,
Awaits alike the inevitable hour.
The paths of glory lead but to the grave.
Nor you, ye Proud, impute to these the fault,
If Memory o’er their tomb no trophies raise,
Where through the long-drawn aisle and fretted vault
The pealing anthem swells the note of praise.
Can storied urn or animated bust
Back to its mansion call the fleeting breath?
Can Honour’s voice provoke the silent dust,
Or Flattery soothe the dull cold ear of Death?
Perhaps in this neglected spot is laid
Some heart once pregnant with celestial fire;
Hands that the rod of empire might have swayed,
Or waked to ecstasy the living lyre.
But Knowledge to their eyes her ample page
Rich with the spoils of time did ne’er unroll;
Chill Penury repressed their noble rage,
And froze the genial current of the soul.
Full many a gem of purest ray serene,
The dark unfathomed caves of ocean bear:
Full many a flower is born to blush unseen,
And waste its sweetness on the desert air.
Some village-Hampden, that with dauntless breast
The little tyrant of his fields withstood;
Some mute inglorious Milton here may rest,
Some Cromwell guiltless of his country’s blood.
The applause of listening senates to command,
The threats of pain and ruin to despise,
To scatter plenty o’er a smiling land,
And read their history in a nation’s eyes,
Their lot forbade: nor circumscribed alone
Their growing virtues, but their crimes confined;
Forbade to wade through slaughter to a throne,
And shut the gates of mercy on mankind,
The struggling pangs of conscious truth to hide,
To quench the blushes of ingenuous shame,
Or heap the shrine of Luxury and Pride
With incense kindled at the Muse’s flame.
Far from the madding crowd’s ignoble strife,
Their sober wishes never learned to stray;
Along the cool sequestered vale of life
They kept the noiseless tenor of their way.
Yet even these bones from insult to protect
Some frail memorial still erected nigh,
With uncouth rhymes and shapeless sculpture decked,
Implores the passing tribute of a sigh.
Their name, their years, spelt by the unlettered muse,
The place of fame and elegy supply:
And many a holy text around she strews,
That teach the rustic moralist to die.
For who to dumb Forgetfulness a prey,
This pleasing anxious being e’er resigned,
Left the warm precincts of the cheerful day,
Nor cast one longing lingering look behind?
On some fond breast the parting soul relies,
Some pious drops the closing eye requires;
Ev’n from the tomb the voice of nature cries,
Ev’n in our ashes live their wonted fires.
For thee, who mindful of the unhonoured dead
Dost in these lines their artless tale relate;
If chance, by lonely Contemplation led,
Some kindred spirit shall inquire thy fate,
Haply some hoary-headed swain may say,
‘Oft have we seen him at the peep of dawn
‘Brushing with hasty steps the dews away
‘To meet the sun upon the upland lawn.
‘There at the foot of yonder nodding beech
‘That wreathes its old fantastic roots so high,
‘His listless length at noontide would he stretch,
‘And pore upon the brook that babbles by.
‘Hard by yon wood, now smiling as in scorn,
‘Muttering his wayward fancies he would rove,
‘Now drooping, woeful wan, like one forlorn,
‘Or crazed with care, or crossed in hopeless love.
‘One morn I missed him on the customed hill,
‘Along the heath and near his favourite tree;
‘Another came; nor yet beside the rill,
‘Nor up the lawn, nor at the wood was he;
‘The next with dirges due in sad array
‘Slow through the church-way path we saw him borne.
‘Approach and read (for thou can’st read) the lay,
‘Graved on the stone beneath yon aged thorn.’

The Epitaph

Here rests his head upon the lap of earth
A youth to fortune and to fame unknown.
Fair Science frowned not on his humble birth,
And Melancholy marked him for her own.
Large was his bounty, and his soul sincere,
Heaven did a recompense as largely send:
He gave to Misery all he had, a tear,
He gained from Heaven (‘twas all he wished) a friend.
No farther seek his merits to disclose,
Or draw his frailties from their dread abode,
There they alike in trembling hope repose:
The bosom of his Father and his God.

Thomas Gray

 

Composta prima del 1750, edita nel 1751 e licenziata nel testo definitivo qui a margine nel 1768, l’elegia-capolavoro della poesia cemeteriale britannica è doviziosamente illustrata con tutte le sue vicende editoriali e la storia delle sue traduzioni alla pagina web www.thomasgray.org/cgi-bin/display.cgi?text=elcc, cui si rimanda per ogni dato tecnico. Ben nota è la fortuna che il testo ebbe grazie alle numerose citazioni che il Foscolo ne fece ne Le ultime lettere di Jacopo Ortis (al limite del calco) ed ai richiami nel carme Dei sepolcri (quasi in chiave dialettica).

La struttura a pentametri giambici, chiaramente esemplata su modelli endecasillabici italiani fatti classici (Dante e Petrarca, citati dal Gray in nota), ha indotto quasi automaticamente una traduzione in endecasillabi sciolti, ponendo particolare attenzione alla fedeltà lessicale, alla resa delle immagini – cui fa ampio ricorso l’autore – e alla ricerca di espedienti retorici in grado di restituire la sensualità del testo col minor indice possibile di tradimenti e col minor abuso di sintesi consentiti dalla lingua.

Furio Durando

 

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